Un canto dalle sponde. La poesia di Cristina Polli

Recensione di Anna Maria Curci

Il mito di Ulisse, che continua a essere fonte pressoché inesauribile di ispirazione e variazioni sul tema, non ci tramanda la figura di una figlia, una sorella di Telemaco che vivesse in modo diverso dal fratello Telemaco l’assenza del padre, di una donna che opponesse un’alternativa, mite e consa­pevole della propria mitezza controcorrente, ai principi di rivalsa e di rivendicazione di diritti af­fermati per nascita e per stirpe, di una donna che, allo stesso tempo, desse voce, non tessendo tele da disfare e ricominciare come la madre Penelope, all’attesa e alla ricerca. Leggendo le poesie di Cristina Polli, qui riunite nella sua raccolta d’esordio, sembra invece di ascoltare la voce di quella figlia di Ulisse di cui non troviamo testimonianze nei testi antichi e tuttora attuali dell’odissea degli umani. Un canto dalle sponde, con lo sguardo rivolto in più direzioni e che trae note originali dall’incontro tra l’osservazione attenta, del grande così come del piccolo, e la meditazione che sgorga da una consuetudine, da una vera e propria cura introspettiva.

Che cosa resta della guerra permanente, della guerra combattuta “tutti i giorni” – qui e altrove i rife­rimenti intertestuali alla poesia di Ingeborg Bachmann si affollano – e di quella guerra sfiancante che domina storia e immaginario, o meglio la storia dell’immaginario, la guerra di Troia? Una me­moria che si scopre dilaniata e che, tuttavia, non rinuncia al suo esercizio, attraverso la parola poeti­ca. La pietra tagliente, la pietra sbriciolata, la polvere e il “canto oltre la polvere” (Bachmann), sili­ce, sale e sabbia sono figure ricorrenti nella poesia di Cristina Polli, fonte copiosa di metafore: «Ge­nero metafore di pietra/ roccaforti a spigolo vivo, oltre» (Metafore di pietra); «Polvere il mio respi­ro/ Polvere i giorni/ Ho grani di silice tra le dita» (Polvere e sabbia); «Per dire la parola/ Prima di essere sassi» (Prima di essere sassi).

Del padre tanto a lungo assente, il ‘canto dalle sponde’ di Cristina Polli propone un versante inedito, malinconico e resistente a qualsiasi tentativo di portarne in superficie, esaurendole in gesti divulga­tivi, tutte le (insondabili) profondità: «Mio padre aveva gli occhi verde bosco/ E gli gravava sui trat­ti un’inquietudine perenne.» (Mio padre aveva gli occhi verde bosco). Nella trasfigurazione della memoria, il tono cromatico dell’iride giunge come un «desiderio taciuto».

Del padre a lungo atteso, ancora, vengono rievocati gli incontri. Attenzione, però: il punto di vista non è quello dell’instancabile esploratore, dello scaltro conquistatore, bensì quello di chi accoglie il naufrago, di chi opta per la sospensione e sospende il tempo della storia generatrice di guerre, sbri­ciolatrice indifferente di destini individuali. Nausicaa propone un tempo alternativo alla macina, una sosta. Anch’essa avrà fine, tuttavia. L’ultimo verso che ripropone il primo, come avviene spes­so tra i componimenti poetici qui proposti, rivela il testo come ronde. Come in Girotondo di In­geborg Bachmann, nella raccolta Il tempo prorogato, non è mai contemplato il trionfo di chi ama. L’amore trionfa, per così dire, in solitaria, e tende la mano alla fine, alla morte, quasi a rievo­care una danza macabra: «E sarai il mio dolore d’abbandono/ Se approdi naufrago alla mia riva» (Nausicaaa).

Immaginiamo, leggendo queste poesie di Cristina Polli, che la figlia di Ulisse abbia raffor­zato la sua intelligenza dell’attesa con l’osservazione dei giochi dei bambini. La consuetudine che all’autrice proviene dalla scelta professionale (Cristina Polli insegna nella scuola primaria) conferi­sce valore di massima universale alle meditazioni che sgorgano dall’osservazione di corse, drammi, ripicche e riconciliazioni in giardino. L’osservatorio diventa altresì un luogo di nuove combinazioni linguistiche: «I bambini svariano corse festose»; l’enjambement, qui, è mimesi del chinarsi del gli­cine sull’universo assorto, slanciato e accaldato, non reso in una finta innocenza, ma restituito nel fervore della scoperta: «Pochi alberi in fiore e i grappoli/ Pendenti del glicine ascoltano/ Risa e voci e curvano/ Le fronde su drammi/ Di ingenui ripicche e segreti/ Svelati agli insetti/ Rapiti tra l’erba.» (In giardino).

Su tutte le metafore si estende il manto del mare, amato appuntamento, perfino magnete della storia: «Ma la storia è ombra di nuvole/ In viaggio verso il mare.» (Nuvole). È un manto non misurabile e dalle pieghe enigmatiche, con orli dritti e di sbieco, lineari e capricciosi, sommessi e tumultuanti. È un manto che può divenire, in un passaggio potentissimo, «metallo d’armatura» (Libeccio).

Mai stentoreo, il canto dalle sponde, tuttavia, non rinuncia all’aspirazione, al sogno, all’espressione del desiderio, come testimonia la frequenza, anche anaforica, della voce verbale «vorrei». In Vorrei nebbia l’enunciazione si fa incanto, rimpianto, vagheggiamento, fusione di piani del ricordo e del desiderio, di riferimenti letterari e cinematografici. La menzione di Jean Gabin riporta immediata­mente al film Il porto delle nebbie e fa pensare a Goliarda Sapienza, ma senza l’identificazione che Sapienza, nell’opera Io, Jean Gabin, operava con l’io scrivente. L’attore francese è in Vorrei nebbia tra i personaggi-oggetti del desiderio, insieme alla nebbia, al porto, alla nave, al «mare del ricordo». La poesia si chiude con una perfetta coppia di endecasillabi: «E un Jean Gabin che volge al disin­canto/ La piega dolceamara del ritorno».

La consapevolezza di essere alternativa tanto alla cronaca celebrata quanto all’epica eroica pervade tutta la poesia di Cristina Polli e raggiunge la maturità di un vero e proprio manifesto poetico in questi versi: «Accosta la sedia al muro/ sarà l’impianto del pensiero/ a sorreggere il dolore./ Siedi senza interrogare/ aruspici di linee,/ resta nell’inessenziale,/nell’essenza del dono.» (Inessenziale). Ecco qui, rivelata nell’apparente ossimoro, la gratuità del gesto, la gratuità della vocazione, la gra­tuità dell’accoglienza, la gratuità della rinuncia a qualsiasi forma di violenza e di prevaricazione, la gratuità elevata a principio.

Cristina Polli, Tutto e ogni singola cosa. Prefazione di Anna Maria Curci. Postfazione di Marco Onofrio, EdiLet, Edilazio Letteraria 2017

© Anna Maria Curci

METAFORE DI PIETRA

Genero metafore di pietra,

roccaforti a spigolo vivo, oltre

strali di parole che trapassano

come lame taglienti i miei pensieri –

residui di avidità – prigionieri

di una cupa estranea accidia.

Abito nella mia torre d’avorio,

fortezza eletta al mio sentire,

solitudine arroccata dove lascio

aditi dischiusi ad intuire

destini di umanità contrassegnati

da composti tormenti di passioni.

VORREI NEBBIA

Vorrei nebbia

nebbia che dipana

un echeggiare di sirene

sgomente d’accaduto

nebbia d’abbandono

− la nave –

− il porto –

un mare nel ricordo

e un Jean Gabin che volge al disincanto

la piega dolceamara del ritorno. 

INESSENZIALE

Accosta la sedia al muro

sarà l’impianto del pensiero

a sorreggere il dolore.

Siedi senza interrogare

aruspici di linee,

resta nell’inessenziale,

nell’essenza del dono.

E il buio ti trova

nell’abbraccio sognato.

IN GIARDINO

I bambini svariano corse festose

nel giardino riarso sollevando

incuranti nuvole di polvere.

Pochi alberi in fiore e i grappoli

pendenti del glicine ascoltano

risa e voci e curvano

le fronde su drammi

di ingenue ripicche e segreti

svelati agli insetti

rapiti tra l’erba.

E mantengono il riserbo

sull’origine delle lacrime

che compaiono tra le ciglia.

E tu non sai se è rugiada

a un dolore nascosto

o il varco di una nuova speranza.

MIO PADRE AVEVA GLI OCCHI VERDE BOSCO

Mio padre aveva gli occhi verde bosco

e gli gravava sui tratti

un’inquietudine perenne.

Non era la tristezza a visitargli il volto

ma un’ira tormentata e chiusa

che celava ferite antiche

e incomprensioni.

Eppure ricordo prati e i rari

sorrisi nei giorni dell’infanzia.

Solo ora trasfigurato

nel pensiero mi appare

come un desiderio taciuto

il verde bosco nel tuo sguardo.