Ùltime reuse/Ultime rose di Remigio Bertolino

Recensione di Nelvia Di Monte

 

Una poesia inconfondibile, quella di Bertolino, dove i temi a lui più cari – la natura che corrisponde all’animo di chi osserva, il ricordo vivificante delle persone amate, lo scorrere del tempo che mescola attimo e divenire, il dolore che si schiude alla speranza – ricevono ad ogni raccolta una differente velatura.

Nella prima sezione – Il nero fiorire d’aprile – c’è la novità di poesie scritte in italiano e non nel dialetto piemontese di Mondovì, come per tutti i testi seguenti (e le precedenti raccolte, numerose a iniziare da L’eva d’ënvern del 1986 fino a La fin dël mond del 2019). Scelta dettata, scrive l’autore in una nota, perché «solo con l’italiano mi pareva di poter esprimere il senso di un presente così tragico», riferendosi al diffondersi della pandemia, quando “attraverso i vetri, / – oblò di nave alla deriva – guardavamo il sole d’aprile / incendiare la polvere / delle strade deserte”.  All’angoscia calata sul mondo e sulle umane certezze, il poeta contrappone immagini, colte attraverso i vetri, di animali liberi di scorrazzare vicino alle case, uccelli che nidificano sul terrazzo, una natura che si rinnova e basta a se stessa, dove la semplice bellezza dei soffioni di tarassaco è lì “a rammentarci quanto / fosse effimera anche la nostra vita / e quanta grazia si celasse / nello splendore dell’istante”.

Non c’è mai, nella poesia di Bertolino, un tono eccessivo, nemmeno di fronte al dolore e alla morte. La natura non è matrigna se simile ad una preghiera è il tremolio dell’erba nel prato e  il suo sussurro “un filo di speranza / nella cruna dell’anima”. Due versi bastano per rappresentare tutta la drammaticità del periodo mentre si attende una nuova stagione: “Taciti, i bimbi dietro i vetri, / le mani aperte come grandi fiori”.

La seconda sezione – Al Piš/Al Pizzo – ha per tema la salita verso questa montagna con lo zio che racconta di tempi lontani. Un percorso dentro la propria memoria e la storia di un borgo abbandonato, verso una costruzione rurale ormai diroccata che, personificata, si mostra come un corpo che si sgretola. Se “il sentiero va a perdersi / sul confine / del nulla…”, per cambiare prospettiva basta lasciarsi catturare dalla piacevole presenza delle radici che solleticano i piedi e “Posso ël save / vers j’arciam / dël  nìvole ch’i passo” (Spingono le linfe / verso i richiami / delle nuvole che passano).

Hanno invece una atmosfera più cupa, a tratti pessimista, le poesie di La glassa dij specc/Il ghiaccio degli specchi, una meditazione su questo oggetto, simbolo di una superficie che riflette ma da un fondo di oscurità, inconscia o inconoscibile. L’inverno – con la neve, il gelo, le brevi giornate – nella poesia di Bertolino è l’ambiente che più corrisponde al senso di perdita e fine, di affetti ormai scomparsi per sempre. Lo specchio non trattiene nulla, riflette solo presenze effimere e momentanee, “abisso di tempo, / pozzo senza memoria, / gorgo di volti”. Struggente è la poesia sullo specchio che il padre usava per farsi la barba, poiché ogni oggetto familiare ereditato mostra che è vivo il ricordo, non più la persona: “Àora, chel / va n’ërculon, / drinta na lea / ëd nebia ficia / ch’a butigna sël mè mor”  (Lui, ora, / va all’indietro / in un viale / di nebbia fitta / che piange sul mio viso).

Tra le altre sezioni, molto intensa è quella che dà il titolo all’intera raccolta e si riferisce ad un roseto che fiorisce fino a dicembre. Rose pallide e profumate, che recano il ricordo della madre (“E aveva dentro i capelli / profumo di rose a primavera”), indimenticabile presenza al figlio rimasto precocemente orfano. In un impossibile rito apotropaico, il poeta immagina che sarebbe bastata una rosa “– l’ultima – a fermarti”, ma quell’anno la brina aveva seccato tutti fiori. Nella sua essenzialità, ancora più scarna nel dialetto, la strofa finale della poesia è un compendio della poetica di Bertolino, una «stenografia dell’anima» (sua la definizione nella postfazione Qualche considerazione sul “fare” poesia) intima e profonda, personale ma attenta ad ogni aspetto della vita, dell’uomo e della natura: “Com i t’è lassà / mè cheur: / pèi dij fi dla lus, / quand ël riondorin-e / son partíe, / a tërmoré al vent”  (Così hai lasciato / il mio cuore / come i fili della luce, / quando le rondini / sono partite, / a tremare nel vento).

Remigio Bertolino Ùltime reuse/Ultime rose, puntoacapo Editrice, Pasturana (AL) 2021