Il titolo Ultime corrispondenze dal villaggio si presta ad essere un buon filo conduttore per orientarsi in questa ampia raccolta poetica di Antonio Alleva, naturale continuazione della silloge Reportages dal villaggio (in 7 poeti del Premio Montale 2000, Crocetti 2001). La scrittura scaturisce da un ininterrotto dialogo, con il quale il soggetto riflette sulla realtà umanamente connotata dove ha stabilito la sua dimora, reale e simbolica: quel villaggio che, pur essendo un ambiente fisico e sociale ben definito, costantemente si proietta verso la globalità, così che il sentimento dell’appartenenza non sia il miele delle radici che incolla le ali ma diventi incessante esperienza di vita e cambiamento. Questo spesso giunge lieve nel tempo che trascorre e, mentre trasforma in ricordo persone amate e momenti vissuti, reca al presente nuovi affetti e stagioni. Ma a volte il cambiamento si impone con drammatica attualità, provocato da vicende quali il terremoto nel centro Italia, la guerra siriana, le migrazioni.
Basta inserirsi in quel lampo in cui la memoria ritorna /(…)/ e se vedi bene quel lampo è alato e profondo: sono versi che delineano una poetica del movimento, dove riflessioni e percezioni (districandosi tra leggerezza e fatica, memoria e attualità, gioco e gravità) continuamente si interrogano su cosa sia trovarsi nell’assurdo incanto del vivere degli uomini. Inevitabili contraddizioni scaturiscono dalla compresenza di adesione ad un luogo familiare (ai suoi riti, agli abitanti, alle case, all’ambiente) e di sentimento dell’esilio, percepito come un allontanamento non spaziale, ma temporale, di chi sembra osservare la realtà dal tempo concluso di congedi già avvenuti, con tutta la carica emotiva ed esistenziale che questo comporta.
La pluralità insita nelle corrispondenze diviene una coralità di presenze, che giungono da ogni dove: dal sogno, da un filo di luce che filtra nel buio / che filtra dal chiuso d’un’ennesima porta, da film visti, da canzoni e musiche ascoltate, dai libri, da favole rinarrate mutando il finale. Voci concrete, richiamate dall’uso di tanti io-tu-noi. Specchi per uno sguardo che indaga fuori e dentro di sé, quasi alter ego con cui condividere speranze o difficoltà (come nelle chiacchierate in dialetto): Stame simbre lundine da la feste, Batì, / lundine, e fore: / ca cë sembre simbre chë la feste / sfiamme, arcrëje l’iddre addrove (Siamo sempre lontani dalla festa, caro Sabatino / lontani e fuori: / che ci sembra sempre che la festa / sfiammi, gratifichi gli altri altrove).
In una visione a tutto campo, molta attenzione è riservata all’ambiente, quello edificato e quello naturale, che non è semplice sfondo ma epifanico paesaggio immerso in luci bianco-azzurre. E spazio è riservato anche agli animali, come testimonia l’intensa poesia dedicata al gatto morente: andiamo via insieme nel soffio di questo Agnus Dei / via insieme da questi battiti dolenti / dal pandemonio di graffi su tutti questi specchi.
Il dialogo richiede di vagliare gli strumenti della comunicazione in base a scopo e destinatario, di modulare le scelte espressive e linguistiche, così che assai varie risultano qui le modalità stilistiche e i codici usati. L’italiano è predominante, ma nella sezione Li chjacchjarate ’nghë Batine ai testi nel dialetto di Nocella di Campli (Teramo) è abbinata una traduzione letterale e, a volte, una “versione in lingua nazionale” estremamente sintetica, quasi degli appunti per delineare il contesto all’origine della poesia.
In testi che prediligono i versi lunghi e il registro informale (della riflessione, della lettera a persone lontane o assenti, del colloquio con figure familiari, dell’appunto inviato ad un autore amato…), c’è un’abile e controllata costruzione testuale, tesa a far emergere i nodi tematici con opportune strutture metriche e scelte lessicali: frasi in lingue straniere, parole latine, citazioni poste in esergo, nomi geografici, neologismi, creano un linguaggio poetico perfettamente funzionale a corrispondenze rivolte in molteplici direzioni. Una scrittura che rende quanto mai inutile la distinzione tra lingua e dialetto: la poesia tesse la sua lingua composita seguendo l’istanza intima di cercare un possibile senso dentro una contemporaneità frantumata e, forse, di ricostruire un vero altrove direttamente nel cuore dell’esilio.
Antonio Alleva, Ultime corrispondenze dal villaggio, Il Ponte del Sale, Rovigo 2016
Nelvia Di Monte
pubblicato 13 febbraio 2018