Se tutti i suoni del mondo entrano, si accalcano (talora brusìo, talaltra voci distinte e diverse) il poeta sa come disciplinarli, indirizzarli, dirigerli come un direttore d’orchestra gli strumenti. La parola è appiglio strenuo – utile/inutile fune di salvataggio da afferrare in punta, con saldezza, e allo stremo delle forze. In L’ora mora del giorno (Edizioni Novecento, 2018, collana Costellazioni, a cura di Renato Pennisi, nota introduttiva di Giacomo Cerrai) Giuseppe Samperi, poeta-naufrago e lucido lettore d’ogni minimo indizio e presagio di accadimenti affida a versi asciutti la razionale disillusione del pensatore puro che in prima persona è voce del Noi che la vita è un tuono, uno scoppio tra spazio e tempo, noi che la morte è un nomignolo, / un soprannome funesto l’io che scrive su carta o dentro alla rete e fuori sito che un soffio cancella (noi infiniti solo nell’altro / che crediamo vivo). Vanità e persistenza del dubbio, tra il tutto/nulla indistinto, nebuloso, e gli oggetti, gli affetti, le parole, i gesti quotidiani e gli strappi le perdite tutte presenti e quelle che accadranno, preconizzate tra pensiero e soprappensiero intridono queste pagine di una sottile quanto implacabile inquietudine rivelata da una nuda e pacata testualità che la cifra chiaroscurale esalta, a partire dal confronto/scontro tra il dio che mi darà la morte/ e mi dirà che alcun verso /è stato utile e un io-poeta che non può sopprimere l’ansia di dire, l’ansia di trovare / la parola testimone (io fra infiniti trilli, io / coriandolo del Noi) che s’infilzi / (oh vanità) nello stelo del mondo, parola che affratella, e però non consola. Lo dice con chiarezza, Giuseppe Samperi, che il quotidiano gioco a morire (- che siano mesi anni domani bisestile -) è serissimo gioco a perdere, ché tutti siamo in punta di fune appesi, sospesi sul vuoto; pensiero rigoroso come una disciplina, un faticoso esercizio preparatorio alla scomparsa è dunque alzarsi ogni mattina / con tutta la carne che possiamo, eseguire gesti quotidiani, abituali come radersi, bere caffè, accudire gli affetti, fare, insomma. Un fare che accompagna il pensiero attivo, l’essere presenti a se stessi e agli altri, alla pluralità degli incontri e delle perdite, persone andate o in procinto di andare, e così accumulare, di pensiero in pensiero, soprappensieri, appunto, di peso in peso la mentale sovrapposizione a strati, non indice di svagatezza, di astrazione, ma piuttosto il contrario. Ché proprio tale condizione libera il flusso di coscienza (versi in corsivo, in lingua, e altri tra lingua e dialetto): no, non scrivo versi, spendo il tempo / (…) / No, non cerco di ricreare un mondo, stendo / il mio corpo sulla sdraio sotto / le nuvole il vento è un armadio vecchio / da schiodare; oppure, in una lettera scritta a un amico morto, poesia struggente e dura come il rimpianto: Jocu/ a facci to ccu / sti palori, sugnu vivu e strazzu çiatu comu / mi piaci e pari (Gioco / alla faccia tua con queste parole, sono / vivo e strappo fiato / come mi piace e pare). In ogni testo è perciò presente, ma non urlato, il dolore, come è acuta la consapevolezza della vanità della parola, persino, della poesia forse extrema ratio e ricerca incessante di sopravvivenza, poiché la parola può e sa anche essere beffarda, fare boccacce alla morte, estrema potatura di parole e cose. La lieve immediatezza della vera poesia qui conclama, con versi dubitativi, dilemmi, pronunce assertive, anche contraddittorie, la questione del Rebus insolvente (titolo della terza sezione) tra credere e non credere, tra fede e non fede in un dopo, ma è il presente a porre le domande e le riflessioni più insidiose, a generare i sensi di colpa più acuti e amari: così la pensa tuo padre, quel padre che ti ha fatta / (oh, anche tu!) per la morte, amore mio.
Notizia sull’autore
Giuseppe Samperi è nato a Catania nel 1969, vive tra Castel di Iudica (Catania) e Faenza (Ravenna). Laureato in Lettere Moderne, ha fondato e diretto la Casa editrice “Samperi editore”, poi “Edizioni del Calatino”. Ha esordito nel 1999 con una plaquette di versi in dialetto, Sarmenti scattiati (Catania, Prova d’Autore), opera vincitrice dei Premi “Città di Marineo”, “Erice Anteka”, “Ignazio Buttitta”. Nel 2002 pubblica la silloge dialettale Aria sbintata (in Chiana e Biveri, ibidem, premio “Angelo Musco”, Milo). Del 2003 è una raccolta di prose, aforismi, versi, dal titolo Alice dell’Amore (Catania, Prova d’Autore) e del 2011 la silloge Il miliardesimo maratoneta (Edizioni del Calatino). In dialetto siciliano ha inoltre pubblicato Dialettututtu (Cofine, 2014, Premio Città di Ischitella –Pietro Giannone).
Maria Gabriella Canfarelli
pubblicato 1-8-2018