TRIVIGLIANO

 TRIVIGLIANO

Trivigliano, il cui territorio del comune risulta compreso tra i 538 e i 781 a 780 m s.l.m., conta 1.743 abitanti (detti triviglianesi) ed è un comune della provincia di Frosinone nel Lazio, situato nel territorio dei monti Ernici, circondato da boschi di cerro e castagno. Nel territorio comunale si trova anche il lago di Canterno. Fa parte della Comunità montana Monti Ernici.
Cenni storici: Il primo riferimento storico a Trivigliano può risalire al X secolo.
Toponimo: Il suo nome può derivare dal latino "tres vigilantes" probabilmente da una famiglia romana proprietaria di un fondo, in riferimento alle tre torri della cinta muraria, presenti anche nello stemma comunale.
Architetture religiose: Chiesa di Sant’Oliva. Fin dalla sua nascita il paese è devoto a Sant’Oliva, nella cui omonima chiesa è custodito un antico simulacro della Santa Patrona.
Chiesa di Santa Maria Assunta: Vi si trova un affresco della Vergine risalente al Settecento. L’11 aprile 2009, vigilia di Pasqua, a seguito del terremoto che ha colpito la popolazione abruzzese, la chiesa di Santa Maria Assunta è stata chiusa temporaneamente a causa di una crepa presente nella volta sinistra che costeggia l’abside, probabilmente già presente e peggiorata a causa del terremoto.
Eremo della Madonna delle Grazie
Architetture militari : Il torrione. Al circuito murario appartiene un torrione circolare, unico rimasto di altre torri di avvistamento e difesa anticamente esistenti.
Aree naturali: Riserva naturale del lago di Canterno; nel territorio di Trivigliano si trova il Lago di Canterno formatosi nel 1821, di origine carsica. La sua formazione fu dovuta alla graduale otturazione di due dei tre inghiottitoi, in cui si incanala l’acqua delle grandi piogge.
La grotta di Corniano: Di fronte al Santuario della Stella ( Ferenitino), su un lato del Monte Corniano, si trova la "Grotta di Corniano", dove nelle parti più interne si sono formate concrezioni stalammitiche.
 
Il dialetto
 
Il dialetto è tipico dell’area ciociara quindi caratterizzato da fenomeni di metafonia ciociaresca o sabina, con presenza di una particolare inflessione (per rendere l’idea: pardi –padre- cinghe –cinque-).
Riportiamo alcune frasi sempre dalla Storia del dialetto di Trivigliano per far capire l’inflessione:
Ié tenge ne cane che abbaia tutta la notte
Nua tenema ne figlie, che la sera pe raccapezzàglie tenameta sempre gridà (noi abbiamo un figlio, al quale la sera per farlo tornare a casa dobbiamo sempre gridare) – ua (voi), nua (noi), issi (essi).
I laore méi è fatte bene (il lavoro mio è fatto bene), Chiste pezze dè tera mi glià làssate nonne (questo pezzo di terra mi è stato lasciato da nonno), Chisse sicchie è rutte, se tetà refà (Codesto secchio è rotto, si deve rifare).
 
1. I vocabolari e le grammatiche
 
Ecco un elenco di vocaboli dialettali triviglianesi, tratti dalla Storia di Trivigliano di Ennio Quatrana:
abbeurà (far bere), abbotà (avvolgere), abbussà (bussare), accalecà (calcare), accappà (coprire), accetta (ascia), acciade (uccidere), accome (come), accusì (così), addò (dove), allattà (dare il latte), aneglie (anello), annacquà (innaffiare), arate (aratro), arca (madia), baccaglià (protestare), baròzza (carro agricolo), biastéma (bestemmia), biaua (biada), bionza (bigoncia), beurone (impasto di acqua ed erba per bestie), bucia (buca), budèlla (tubo di gomma), bucale (boccale), cacciùne (cane giovane), callarare (venditori di paioli), calla rosta (caldarrosta), canassa (dente molare), canistre (cesto grande), capezza (cavezza), carastuse (caro, costoso), case (formaggio), cataratta (botolo), cauce (calce), cazùni (calzoni), cecagna (sonno), ciammarùca (lumaca), ciufèca (vino cattivo), croglia (cerchio di stoffa), cummatte (litigare), cupe (alveare), cuttrélla (paiolo), denelibbra (Dio ci liberi), désta (da quelle parti), ècchece (siamo qui), facia (falce), facòtte (fagotto), fasciature (bende per fasciare i bambini), fascine (fascina), fèle spérse (grossa paura), fiacca (debolezza), fiòcca (nevica), fracede (bagnato), frobbece (forbici), fronna (foglia d’albero), fune (corda), ganghena (anello), giuudì (giovedì), giuncàta (cacio tenero), grugne (muso), grusse (grasso), guazza (rugiada), iamecénne (andiamo via), iénche (vitello), ierdumàne (ieri mattina), iètta (butta), inéstra (ginestra), itèrza (l’altro ieri), lancèrta (lucertola), laòre (lavoro), léngua (lingua), lenzoi (lenzuolo), lésca (fetta), locca (chioccia), macchia (bosco), macàre! (per fortuna!), maiése (maggese), màmmeta (tua madre), mammòccie (giovinetto), màndele (mandorle), manèra (maniera), manse (bestia calma, mansueta), marrone (zappa particolare), martenicchia (freno della barozza), murènna (merenda), mitone (scarpata), mogne (mungere), musaròla (museruola, riferito ai tratti tipici di una famiglia), muttiglie (imbuto), nocchia (nocciola), nòmina (nomèa), nòra (nuora), nuéglie (da nessuna parte), occa (bocca), oglio (olio), olepa (volpe), onghia (unghia), ouaròla (gallina che fa molte uova), pacca (grosso grappolo d’uva), palanca (grande tavola), pàmpene (pampino, foglia della vite), panogne (ungere), paradduìse (così all’improvviso), pasce (pascolare), passatèlla (gioco di carte), passone (bastone), pède (piede), pèrsica (pesca), quacqua (paura), quaglie (caglio), rabbocca (chiudi la porta), raccapezzà (mettere insieme), raccòlle (raccogliere), racconcia (rammenda), ramigna (gramigna), rammore (spegnere), rappilà (chiudere un buco), rassugà (asciugare di nuovo), rèi (guasto), refilà (tagliare di nuovo), resbigliàte (svegliato), riglie (grillo), runce (roncola), sagne (pasta fatta con farina ed acqua), saittone (serpente giovane), saraménta (fascine fatte con tralci di vite), saccé (io non lo so), sbià (mettere in moto), scallà (scaldare), scàuze (scalzo), scélla (ala di gallina), scèrne (vedere), scincià (scompigliare), scòppela (berretto), sdùllemmate (rotto), sdrinàte (quasi rotto), sèllere (sedano), sericchie (falcetto), simmia (semola), stàbbi (concime stallatico), stenneture (mattarello), sellùzze (singhiozzo), tàta (papà), titte (tetto), trètteca (si muove), tribbulà (tribolare), tronche (pezzo di legno), tocce (piccolo pezzo), uanne (questo anno), uccel (chiusura del forno), uèsta (veste), uicìne (vicino), uignégna (vendemmia), uipera (vipera), uizzòca (donna nubile), uizzoche (uomo celibe), ussìca (vescica), v (in triviglianese non compare il suono corrispondente a questa lettera), zappitèlla (piccola zappa), zazzìcchia (salsiccia), ziche (piccolo), zinale (grenbiule).
 
2. I proverbi e i modi di dire
 
Da un lavoro fatto da Elisa Alviani in terza elementare riportiamo i seguenti proverbi:
Dice i merlo in cima alla fica “Quant’è brutta la fatica”, ci respuse i ruazzo “Se nun lavuri te magni sto cazzo!”; Notte da ursi, matina da tursi; Dall’albero de cercia nci nasce la fica; Attacca la crapa alla vigna chello che fa la matre fa la figlia; Gl’asino de Guarcin  quando s’è ‘mparato a nun magnà s’è morto; Acqua e foco non trova loco (non sono facilmente domabili); Quand piove alla via de Fiuggi piglia i boi e portii ai rifuggi, quand piove alla via d’Alatri piglia i boi e portai agli aratri.
 
3. I toponimi e i soprannomi
 
Dall’intervista alla signora Anna Dell’Orca di Trivigliano riportiamo i toponimi e soprannomi (per quanto riguarda i soprannomi riportiamo una breve introduzione dalla Storia di Trivigliano):
Toponimi: Val Cagnano, Vasciano, Le Cerlétta, Malle, Monticella, Paterno, Riopreta, Pratovalle, Rasella, Parata, Gliu Scittu, Colle Iorio, Gliu Puzzo, Mont’a Corte.
Soprannomi: nel dialetto triviglianese si usano spesso i soprannomi. Essi sono generalmente equiparati ai nomi propri, ad esempio: Mimmine Spaccazere (Domenico Spaccazero). Alle volte, per meglio specificare il nome proprio, si indicano la professione o il luogo o la carica o i difetti della persona, ad esempio: Peppe i tratturìsta (Giuseppe il trattorista); Maria la Pigliese (Maria del Piglio). Forchettone, Mucco zuzzo, Zannettona, Pulona, Presuttari, Miliuccia, Pizzacalla, Sardarello, Pizzellecca, Budenga, Scardalano, Pappetta.
 
4.  Canti – filastrocche-indovinelli – giochi- gastronomia- feste&sagre-altro
 
4.1 Canti
 
4.2 Filastrocche, indovinelli, invocazioni, scongiuri
 
Dall’intervista alla già citata signora Anna Dell’Orca:
La mamma del mio amore è ‘na brava donna e se me da’ gliu figlio la ghiamo mamma, sennò la ghiamo scellerata donna; E se ce l’hai co’ me ce l’hai col vento e se ce l’hai co’ me non strillà tanto cà le parole tue  se ne vanno al vento; E statte zitto tu, sto coso storto n’zi bono manco pe’ canceglio agl’orto; E statte zitto tu ca, n’za cantane c’araglia meglio n’asino ca tune; Mammeta è contenta, parito none chello ca dice mammeta sarane; Te glio si fatto gliu zinale a pizzi e dentro ci sta scritto quando t’ammazzi; Uno, due, tre, quattro, quaranta gliu pecoraro le pecora conta, gliu pecoraro le pecora conta, chella che cerca isso sempre ce manca!; Si bianca e roscia come ‘na cirasa ma ‘nvece dentro si verminosa; Il mio amore sta n’cima alla macchia, mi manna li saluti con la recchia e io ce li rimanno colla cornacchia; Ci avessi la virtù che c’ha lo gallo, delle cagline se piglia la meglio, ce fa chicchirichì e ci zompa ‘ncoglio; Triviglianuccio mio ‘ndo stai piantato! ‘Ncima a ‘na pietra de marmero fino.
 
4.3 I giochi
 
4.4 la gastronomia
 
Dall’intervista alla signora Anna Dell’Orca di Trivigliano riportiamo le seguenti ricette:
Minestra Autarchia: autarchia è un termine che stava a significare una cosa senza condimento. Questa minestra è infatti caratterizzata dalla sola presenza di acqua, un po’ di olio, sale e legumi.
Le Sagne: gli ingredienti sono facili da trovare e molto economici. Infatti occorrono soltanto acqua e farina da amalgamare insieme e stendere; dopo una mezz’ora la sfoglia è pronta per essere tagliata.
Se non si faceva in tempo a stendere la pasta, i nostri antenati cuocevano sul fuoco fave, lenticchie, fagioli e cicerchie e le condivano solo con sale, olio e aceto.
Zuppa di pane: le nostre nonne non buttavano via proprio niente, con il pane raffermo infatti riuscivano a realizzare una zuppa molto sostanziosa. Si cuocevano insieme sul fuoco fagioli, sedano, cipolle e patate; il tutto si metteva in una insalatiera con il pane del giorno prima. Visto che l’insalatiera era molto grande ci si metteva tutti intorno al tavolo e si mangiava dallo stesso piatto.
Serpentone: questo dolce è un cianbellone tipico natalizio ed è chiamato così per la sua forma a serpente.
 
Nel libro Pratiche e riti alimentari, troviamo attestate le seguenti sagre:
sagra del prosciutto locale, pane e prosciutto locale, antichi piatti locali, seconda domenica di agosto;
sagra del cannellino (18 agosto).
 
Riportiamo qui di seguito una poesia del poeta triviglianese Marino di Meo "L’ Pan’Casarecc’":

Agl’tempi d’nonna Santa,
Ogni femmena assurata,
La matina prest’prest’
Ammasseua l’appanata.

Appena ch’gl’furn’era pront’,
S’nforneun’ le pagnotte
Dop’ n’ par’d’ora, ern’tutte cotte.

I prufum’s’senteua a n’chilometr’
Pe’ la famiglia era tutta nà festa
I mammocci aspetteun’
pur’ la pizza cotta agl’test.

L’pan’casarecc’
Se faceua pé campà,
era bon’i sustansios’
trà miseria e povertà.

Chell’pan’call’ call’
Se magneua pur’ assut’
ogn’tant’I piu’fortunati
pur’ cù nà fetta d’prusutt’.
 

 
5. I testi in prosa: il teatro, i racconti
 
Riportiamo sempre dal testo Storia di Trivigliano, una storia intitolata Une pe une, che tratta della severità dei maestri del passato. Dalle parole capiamo la paura che la maestra incuteva nell’animo dei bambini. La storia è scritta in dialetto con relativa traduzione:
 
I mammòcce della scòla elementare coglie zinalone stracciate e gli cullette bianche èrane tutte uguali. La maéstra èera brutta i cattiua, se gli mammòcce rideune cumenzeua a gridà cu nà oce da uecchia. Steua sempre ‘ncima alla cattedra; ‘mmane teneua nà battecca longa; si cacùne se mueua ce la scruccheue ‘ncape, e la tabellina passeua ‘ncima alle capoccie deglie sculari senza lassacce gnente. I sculari steune firmi, senza fiatà, sole ca occhie se mueua. Na ota sfrantumò cu chelle manacce ne pezze de ciammullone chi une deglie prime banche s’era cummenzate a magnà. Doppe le uacanze de Natale cumunzà a spiecà la moltiplicazione: “Uno per uno uguale a uno”.
I gesse ‘ncima alla lauagna fece arruzzà tutti i denti. Ne sculare assettàte guardeua i cumpagne che glie incuraggeune cu le mane e cu la occa, doppe s’arizzà ‘mpede e disse:
“une pe une fa duie”.
La maestra sbalurdìta ne disse gnente. Ma subbite doppe uleua dacce ‘nzacche de batteccate ‘nciocca, ma ne le fece purché urlò:
“Uno per uno uguale a uno”.
La battecca arriuà alla zuffitta i l’ombra deglie uracce còzze i mammòcce che se messe a piagne.
Finì la scola. Zitti i pini de paura i sculari se ‘nquadrinne pe scì; firmi aspetteune la oce della maestra ‘mpalata cu la battecca ‘mmane i cu ne dubbie alla capoccia.
 
Traduzione – I bambini della scuola elementare con il grembiule stracciato e il colletto bianco erano tutti uguali. La maestra era brutta e cattiva, se i bambini ridevano cominciava a gridare con una voce da vecchia. Stava sempre sopra la cattedra; in mano teneva una bacchetta lunga; se qualcuno si muoveva gliela dava in testa, e la tabellina passava sopra le teste dei bambini senza lasciare traccia. I bambini stavano fermi, senza fiatare, solo qualche occhio si muoveva. Una volta frantumò con quelle manacce un pezzo di pizza che un bambino del primo banco aveva cominciato a mangiare. Dopo le vacanze di Natale cominciò a spiegare la moltiplicazione. “Uno per uno uguale a uno”. Il gesso sopra la lavagna fece stridere tutti i denti agli scolari. Uno di essi, seduto, guardava i compagni che lo incoraggiavano con le mani e con la bocca, dopo si alzò in piedi e disse: “uno per uno uguale a due”. La maestra, sbalordita, non disse niente. Ma subito dopo voleva dar loro tante bacchettate in testa, ma non lo fece perché urlò: “uno per uno uguale a uno”. La bacchetta arrivò al soffitto e l’ombra del braccio colpì il bambino, che cominciò a piangere. Finì la lezione. Zitti e pieni di paura, i bambini si inquadrarono per uscire; fermi, aspettavano l’ordine della maestra, ferma con la bacchetta in mano e un grosso dubbio nella testa.
 
6. I testi di poesia
 
Segnaliamo il poeta Marino di Meo che ha pubblicato libri in italiano e ha scritto poesie in dialetto triviglianese.
 
Antologia
 
Cenni biobibliografici
 
Bibliografia
 
Quatrana Ennio, Storia di Trivigliano, Alatri, Tofani Editore in Alatri, 1990.
Istituto di storia e di arte del Lazio meridionale, Pratiche e riti alimentari II, Gioacchino Giammaria (a cura di), Anagni, Tipografia Achille, 2006.
 
Webgrafia
 
https:////www.comune.trivigliano.fr.it/sito/home.html
https:////www.comunitaindialogo.it/ (comunità di recupero)