Trincea di nuvole e d’ombre di Marzia Spinelli

Recensione e scelta di poesie di Maurizio Rossi

Le immagini poetiche, il ritmo e la scelta accurata di parole, sorprendono chi legge questo libro; ancor più, il mondo poetico che emerge dai versi ne cattura l’attenzione e il pensiero. Già l’apparente ossimoro del titolo ne prefigura il contenuto: una trincea, scavata per dividere e delimitare, fatta di quanto più impalpabile ci sia, nuvole e ombre.

La narrazione poetica si dipana dalla Trincea dell’ombra, alla Trincea dei Poeti, realizzando un itinerario esistenziale e mentale, spirituale eppure concreto, attraverso la Trincea del quotidiano, la Trincea ospedale, (quanto attuale, oggi) assumendo persino la visione data dal periscopio delle nuvole; liberando l’emozione suscitata  dalla musica de La lirica delle nuvole; concedendosi  nelle Tregue, un riposo. A chiudere, quasi una sintesi, L’ombra tra le nuvole: è sparita ogni trincea, restano l’assenza della luce e il vapore acqueo condensato, impalpabili, eterei, sebbene nettamente visibili e distinti.

Non c’è confusione, non ci sono fraintendimenti in questa poesia; l’esperienza e la visione di Marzia  Spinelli si affermano con pacatezza decisa, limpida e rispettosa dell’altrui pensiero. “Tutti pensiamo – ci vorrebbe/ un vento forte, /una mareggiata di luce…/ ma poi rammentiamo/ le tempeste che smantellano//non è detto possano cambiare/ ciò che siamo.” Un sentire personale, che diviene condiviso.

Dove la Poetessa fonda questa  certezza del dire e del pensiero, se non sulla Poesia? Se non nel “sudore dei versi”? Su questa sapienza cosmica e sui Miti che hanno nove vite? Allora la Trincea dei Poeti realizza l’unico luogo e tempo di resistenza; di vita che perdura oltre la morte; forse è anche metafora della Verità a lungo cercata. Quasi di necessità, il tempo umano si contrae, tra la velocità di un treno e quella del mondo nuovo, ed i pensieri, nella corsa, si frantumano, si digitalizzano per l’illusione di essere prossimi le une  agli altri.

Sembra persino che Marzia si chieda se la Poesia possa essere forma e linguaggio di conoscenza.  Ecco allora la “Trincea della Parola” dove il Fare e il Farsi dei versi ( ricordo una precedente raccolta, “Fare e disfare”) è “un vento, (che) si spande sulla terra e la solleva”; si imbeve di tutti i colori dell’esistenza nelle sue sfumature, che si possono ricondurre tutte a “un gran respiro” e a luci ed ombre, soffio vitale e visione discreta, cioè che discerne. E cosa discerne? “Il muto e il sonoro del tempo”, la “fanghiglia e le illusioni”, il corvo e la colomba, la pioggia e l’arcobaleno; discerne per com-prendere – analisi e sintesi – che c’è sempre una scelta, magari quella di accettare (anche questa è com-prensione!) ciò che altri hanno scelto per noi, senza di noi: affinché la condizione esistenziale, qualunque essa sia,  non diventi teatro di una lotta suicida.

Ascoltando ancora il suono e il senso dei versi della Spinelli, cogliamo il sogno del volo – tutti in fondo siamo Icaro e possiamo esserlo con il rischio relativo di salire su un aereo! – desiderio di leggerezza, ma anche di uno sguardo dall’alto, Periscopio delle nuvole, è tale visione dall’alto, in cui la Terra sembra ordinata e senza sbavature nella sua policromia di umanità operosa; non importa se il sogno si realizzi o sia semplicemente affidato alle ali degli uccelli. E’ l’energia del sogno che sostiene e che conforta ogni mattina nel vestire l’armatura e l’elmo di Scipio; nell’affrontare la trincea di scrivanie, che si fa mare in tempesta; nello stare  dietro la finestra – specchio del grattailcielo  vedendo con chiarezza oltre il biancore della luce riflessa.

Senza dubbio, la ricchezza di questa raccolta può rivelare altre voci: a me basta pensare che ogni trincea possa essere oltrepassata, non per strappare terre al nemico ucciso, ma per superare le differenze e le diffidenze e scoprire nel canto ottobrino, una nuova lingua, barbara e mistilingue.

Che sia conforto nel lungo inverno che sa de “l’odore/ crudele che promette Primavera”

 

Marzia Spinelli è nata a Roma dove vive e lavora presso un Ente pubblico. È stata tra i fondatori e redattori della rivista Línfera, per la cui attività ha ricevuto il Premio Internazionale Spoleto Festival Art 2014, e nella redazione della rivista Fiori del male. In passato ha collaborato ad altre riviste di arte e letteratura. È presente in varie antologie edite da Pagine, Lepisma, Aletti, Lietocolle, Empiria e nell’Archivio Storico, Evoluzione delle forme poetiche (1990-2012) a cura di Ninnj Stefano Busà e Antonio Spagnuolo; suoi testi poetici sono stati tradotti e pubblicati nella rivista romena Conta. Ha curato rassegne di poesia presso la Federazione Unitaria Italiana Scrittori e presso il Comune di Roma. Ha pubblicato: Fare e disfare, 2009; Nelle tue stanze 2012, e nel 2014 l’e-book Nel cielo dell’altro un po’ più ampio, La Recherche, Poesia condivisa 2.0.

 

 

 

Piazza Navona

 

Tace ancora il mattino,

dalle fontane sola voce d’acqua

vorrebbe cantare il mantra al sole.

 

E’ breve l’afa d’agosto,

ha portato venti molli

e smorte maree.

 

Questo giorno non arriva

sul selciato d’Italia, non sale,

non vede l’aurora

 

nel cemento alza l’audio

un coro di voci bianche

mentre Itaca muore.

 

 

 

 

Le ombre in trincea sotto nubi

dalle mutevoli forme: le guardano

a tratti, quale presagio di quel che accade

a terra

 

dove scorrono fiumi

e tutto sgorga dall’acqua,

dove colano scorie

ingannevoli anche del cielo.

 

Dove tutto stagna. Zampilla.

E passa.

 

 

Metto in piedi la giornata

così come viene, come mettere in moto

l’automobile o innestare nel corpo

qualche vitamina. Delle nuvole allineo

il peso, l’improbabile sorriso,

la smorfia un po’ beffarda, specchiata.

 

Mi alleno alla regola

della sveglia, al fine settimana,

al culto delle pulizie. Mi abituo

la polline, alla goccia che cola.

Mi premuro alla pioggia. All’odore

crudele che promette Primavera.

 

 

 

 

La terra è la scacchiera matta di Arlecchino,

dal cielo sorvolata non vedi sbavature,

avvisti da quella celeste posizione

solo pezze quadrate a perfezione,

e una varietà di tinte che ai bordi non sconfina.

 

Oltre le nuvole il cielo si fa ovatta,

è un eterno mattino che non sai

lo sprazzo d’azzurro che s’allarga.

 

In mezzo a tanta calma – quali erano

di Cerere i furori?

 

L’insolita leggerezza delle nubi

è il dono della sfera, la pace fatta

dimentica di gravità.

 

 

Marzia Spinelli, Trincea di nuvole e d’ombre, Marco Saya Ed. Milano, 2019