Tretìppe e Martìdde di Vincenzo Mastropirro

Nota critica e la prefazione

E’ stato recentemente pubblicato la nuova opera poetica di Vincenzo Mastropirro, Tretìppe e Martìdde. Questo e quell’altro,  Roma, Giulio Perrone Editore – Divisione LAB, collana “Uranò”, 2009.

Pubblichiamo qui di seguito una nota critica di Francesco Marotta e la prefazione di Luigi Metropoli

 

Nota critica

Capita sempre più raramente di leggere testi di questo spessore, capaci di ingenerare a ogni approccio un coinvolgimento emotivo e intellettuale tanto profondo e "radicale".
 

La capacità, che emerge dirompente in alcune liriche, di ricreare, attraverso l’utilizzo in chiave antiretorica del lessico delle radici, una "lingua bambina" in grado di ri-definire, ri-plasmandoli, i lineamenti delle cose, è la nota più evidente di questa scrittura oltremodo affascinante.
 

In essa, infatti, la “lingua-madre” delle radici, più che cristallizzare le immagini per preservarsi in forma di icona, le anima di un movimento vorticoso nel quale sembra ad ogni istante dissolversi, ma dal quale emerge, a barlumi, il volto albeggiante di tutto ciò "ca petai ìesse". In queste liriche brilla, intensamente, l’epifania di un mondo fermato dallo sguardo nel suo non-ancora, prima di essere parte del reale che illumina con la sua stessa assenza, con la memoria di quanto fu negato: il "miracolo" della poesia: quando accade.
 

Sembra di vedere in atto in tutta l’opera, attraverso il rovesciamento dell’ottica cara ad Albino Pierro e alla tradizione dialettale che a lui si richiama (tutta tesa a precostituire, in funzione "soterica", un universo dove il fluire del tempo si arresta e le immagini si ritagliano il senza-luogo di una condizione archetipica, esemplare), una lingua che si insegue, che vive e palpita e che, in ogni momento, si incunea nelle immagini per impedire loro qualsiasi stasi, qualsiasi quiete appagante. E’ una lingua, quindi, che cerca il "contrasto" per crearsi spazi di esistenza autonomi, e che dal contrasto (ad esempio con gli "inserti" di una lingua omologante, letteraria o quotidiana che sia) esce rafforzata, vitale nella sua convinzione di poter dare volto all’inespresso – perché non ancora -, o all’inesprimibile – perché già stato o mai stato -.
 

Francesco Marotta

 

Il sogno del dialetto. (di Luigi Metropoli – Prefazione al libro)

Il rischio che negli ultimi anni sta correndo la poesia dialettale è l’impossibilità della sua ricezione. Come ha eminentemente esposto e ammonito già alcuni anni fa Franco Brevini, i dialettali del nostro tempo rischiano di scrivere per un pubblico di specialisti che nemmeno parlano e intendono la loro lingua, mentre le comunità linguistiche, in seno alle quali nascono i loro versi, mai leggeranno le pagine dei propri concittadini. È una contraddizione trovare un lettore lombardo per un dialettale pugliese, sapendo che migliaia di potenziali lettori, con la facoltà di intendere anche le allusioni, i sottotesti di quella lingua, non diventeranno mai reali. In un momento in cui la stessa poesia in lingua trova scarsissimo se non nullo accesso alla comunità dei lettori, è un azzardo doppio versificare in vernacolo. Ma la poesia, si sa, non trova nutrimento in tali sociologiche divagazioni. La sua genesi trova altre motivazioni. Mastropirro, del resto, ha esordito in lingua con una silloge, Nudosceno, che si discostava dalla media produzione lirica per un tono violento, non accomodante, per un’attenzione al corporeo fino allo scandalo, per un’amarezza irreversibile che si tramutava in un atto di accusa nei confronti dell’umanità, rea di aver mercificato tutto, fino ad una oscena prostituzione di se stessa. Con il passaggio al dialetto avviene una rivoluzione copernicana di cui non si può non tenere conto.

Lo scarto linguistico anticipa un’immersione in un mondo che vive non solo un’altra esistenza, ma ne interpreta i segni svincolandosi totalmente da quanto condiviso e accettato nella lingua standard. Chi nasce nel dialetto vive l’italiano come un vestito che calza sempre un po’ stretto al suo corpo, lo trova inadeguato ad esprimere certe emotività, certe pulsioni che trovano libero sfogo unicamente nel dialetto. Il contatto con la propria terra d’origine, l’esperienza (e la memoria) della propria ontogenesi e filogenesi – dal biologico al culturale, quindi – parlano il dialetto. Mastropirro trova nella parlata di Ruvo di Puglia la sua infanzia, la sua memoria sepolta e la rivede come filtrata dal sogno.

La sua lingua visceralmente aderente alla terra ricostruisce il filo perduto della sua storia personale e comunitaria, lo rivela bambino davanti ai suoi occhi, riaccende i vecchi dialoghi con la mamma (sognati, intravisti, avvenuti, immaginati, poco importa), alla quale lo lega un rapporto così profondo quasi da non vederne del tutto staccato il cordone ombelicale (emblematica e dal grande impatto poetico l’immagine dell’autore-bambino divorato con gusto e per sbaglio dai commensali, raccontata-vissuta in uno sdoppiamento dell’io poetico che caratterizza l’intera silloge). Le immagini, vividissime, che si parano davanti al poeta sono le bande musicali dell’infanzia, sono gli abiti della festa, gli spettacoli in occasione di eventi religiosi, i rimproveri grotteschi della mamma. Si tratta di un mondo a metà strada tra la fiaba e l’incubo, fortemente deformato dalla vitalità aggressiva del dialetto che contorce persino la memoria di chi versifica. È la vita che fuoriesce dal grande calderone delle streghe, dei fantasmi che ci perseguitano da bambini (e al contempo, persiste un indomito istinto carnale, un senso di attrazione-repulsione), ma non c’è folklore nei versi di Mastropirro, filtrati come sono da una soggettività evidente; piuttosto è un tambureggiare, un ripercorrere moti tellurici, come già lascia intendere il titolo, tretippe & martidde, un modo di dire locale pressoché intraducibile che tende più a mimare il ritmo di un tamburo, come lo stesso Mastropirro ha illustrato.

Ciò che una lingua così fortemente mimetica, come il dialetto, consente un’avventura metamorfica dell’io che si ritrova catapultato non solo fra le cose consuete della sua infanzia, ma addirittura tramutato in forme di pane, in fiore di carta, ad ogni modo sempre qualcosa di terribilmente concreto e legato alla terra o all’atto del cibarsi. Questo miracolo della trasformazione è dovuto a sua volta alla natura ancipite del dialetto, lingua-non-lingua, a metà strada tra la parlata e il gesto, tra il pensiero e le cose, ma soprattutto al suo essere intimamente legato ad un’epoca relegata ad un passato remoto a sua volta indeterminato e continuamente reinventato, eppure tangibile, di carne. L’intento del poeta non è tanto quello di ricostruire una lingua, di riesumarla, ormai cadavere, cercando di abbellirla, semmai, con frammenti lessicali provenienti da un mondo arcaico che non esiste più: sebbene nasca da una comunità piccola non è un idioma privato, inventato; non si situa quindi nel solco dei neodialettali che talvolta ideologicamente hanno rappresentato una lingua che si potesse contrapporre al logoramento dell’italiano standard, rischiando di effettuare uno sterile esercizio di laboratorio. Vincenzo ha cercato semplicemente di trovare il giusto equilibrio tra la sua terra, la sua lingua e i suoi ricordi.

L’avventura del dialetto, nella lirica di Mastropirro, non è solo l’avventura di una parola che acquista peso, concretezza, ma l’esperienza di una vita, anche se solo in sogno.