Trasloco di Maria Teresa Ciammaruconi

Nota introduttiva e scelta di testi di Anna Maria Curci

 Un trasloco, che sia obbligato o volontario, è sempre un momento di distacco, da un luogo, da cose e da storie. Sì, perché quella dimora ha ospitato, custodito, talvolta celandole in una scatola, in un soppalco, nella prima di tre file su un ripiano, le tracce di vita vissuta, condensandole in oggetti.

Un trasloco può essere avvertito, o meglio sofferto, come un vero e proprio sgombero, che lascia dietro di sé il vuoto e minaccia oblio. Su questa particolare visione è imperniata la poesia Trasloco da Poco prima del temporale di Michael Krüger, che si può leggere nella traduzione di Anna Maria Carpi ne Il coro del mondo.
Maria Teresa Ciammaruconi indica invece già nell’Ingresso, premessa al suo Trasloco. 20 stanze 12 elenchi 12 figure che, al di là del tumulto provocato da ogni trasloco in una persona che, come lei, soffre di accumulo compulsivo, un trasloco è «l’occasione per diventare più leggeri»; giunge a dichiarare «a me traslocare piace». Il trasloco si configura dunque come occasione, non solo per fare chiarezza tra ciò che va conservato per il trasferimento imminente e ciò da cui si prende congedo, ma anche per passare in rassegna gli oggetti e il loro carico, di funzioni, di fantasmi, di ricordi. 
Sembra, a chi legge, di cogliere il sorriso di colei che si appresta a discernere e a rievocare, ben munita da un lato di mappe ed elenchi, dall’altro di bussole e meridiane di un tipo speciale, frutto di un particolare amalgama che si potrebbe chiamare, con le iniziali dei tre componenti, s-o-s: sentimenti-oggetti-storie.
Il sorriso dell’autrice illumina e riscalda, guida con passo agile, eppure consapevole della necessità di soste, attraverso (s)manie private e frenesie collettive, passa in rassegna mode e fogge che si sono date le mano nel girotondo delle epoche, scorge più di una briciola della perduta epica e la sa raccogliere, induce a riflessioni, rinfranca e schiude nuove possibilità a visioni finalmente meno concitate di spazio e di tempo.
A sua volta, quel sorriso ‘danzante’ è intervallato dai commenti grafici di colei che Maria Teresa Ciammaruconi definisce in apertura uno dei suoi «angeli tutelari», ‹la traslocatrice per antonomasia» Silvana Baroni, poeta, aforista e pittrice, l’artista delle dodici figure che, nello spirito di “humour graphic” che caratterizza la sua opera, ritmano questo Trasloco che chiede e merita di essere letto, ascoltato, convissuto.
Maria Teresa Ciammaruconi, Trasloco, 20 stanze 12 elenchi 12 figure. Immagini di Silvana Baroni, Leggeredizioni 2015.
© Anna Maria Curci
 seconda stanza   i libri delle elementari
lo chiamavano sillabario

adesso è passato di moda … ma allora

non puzzava di muffa quando

spalancava pecorelle e lupi cattivi

tra gli occhi silenziosi che cercavano

verità impossibili tra i banchi e le finestre

troppo alte per potersi affacciare
vedere era difficile  vedere e distinguere

tra le favole e le buone intenzioni il solco

dove andare sicuri cercando

con le dita corte e tese quella certezza

necessaria a non fare tremare le gambe
nel sillabario  l’oca …  l’ape … l’uccello

se ne stavano fermi nella pagina

senza frullo d’ali in silenzio … ma la lasciavano

sola nel marasma delle cose in movimento

nel palpito della vita che ferisce e fugge
il sussidiario è rimasto schiacciato

sotto il peso di libri senza figure
ora nessuno in casa ha il cuore necessario

per mandarlo al macero

perché fu il primo a dire

la serietà delle certezze

anche se non offrì sussidio alla paura

della bambina sgomenta non sapeva

su quale pagina appoggiasse il cuore

tra la terra che gira veloce negli infiniti mondi

e lo spavento di tutti quei morti sempre vivi

nei nomi in neretto … napoleone   dante …  galileo

e quello che cadde gettando stampelle

più pericolose di una spada
il rombo della confusione non si è ancora consumato

è sempre quello che allora schizzava

tra le righe larghe del quaderno

inchiostro rabbioso di vertigine

tra i grandi che guardavano gonfi di segreti

e saperi lunghi di parole incomprensibili
il sussiego della benevolenza colava

miele viscido a sporcare la fila faticosa

e disordinata di consonanti e vocali
*
 dodicesima stanza … i guanti
è il momento giusto

per eliminare quelli scompagnati

chi ha scelto di conservare un solo guanto?
nel fondo di un cassetto quel guanto scoppiato

è una costanza senza speranza … la fede

ridicola nel ricongiungimento impossibile

tanti accumulati negli anni …  tanti

da inventare la moda dei guanti scompagnati

perché uno sia destro e l’altro sinistro

almeno questo
serve solo un po’ di fantasia

per trovare il cappotto giusto

su cui rifare coppia
*
 diciassettesima stanza … le lettere
scatola B
a saperlo che quell’avvocato sotto l’ombrellone

aveva fatto la guerra d’Africa dove

so per certo in questa sicurezza attendo

il coraggio cresceva dietro il mitra

nell’ora del maggior pericolo

e più ancora al caldo delle fantasie

che accendevano notti di deserto
voleva fare il letterato geniale l’avvocato

che allora anelava morire su labbra infuocate

sognando le onde morbide dei tuoi capelli

orgoglioso di tempi eccezionali

morbide trovò forse le dune di Tripoli

in quel natale del ’41 …infuocate

soprattutto le parole buone per appiccare il rogo

che avrebbe distrutto l’Inghilterra tutta

e illuminato le anime belle degli amanti
passione sfrenata su tutte le trincee

e revisione dei trattati anche nelle lettere d’amore

mentre batte l’ora del destino

umano troppo umano quel cuore di soldato

per resistere all’ultima battaglia
arriva sempre un’irreparabile iattura

un dubbio un ritardo uno sconforto

un diabolico inganno a schiantarsi sul mia per sempre

le lacrime di una madre sono più leali delle granate
un paio d’anni per un centinaio di lettere

all’amata che ne aveva venti

altri settanta per non dimenticare
quelle di lei sono andate perdute