Tra visività e ironia: la poesia in dialetto di Luciano Prandini

Una nota sul dialetto dell'autore, la Postfazione a 'Fulét' di Pietro Civitareale e una scelta di testi
Felét (Folletti) è il titolo della bella silloge in dialetto emiliano di Luciano Prandini, edita nel 2012 da Rossopietra, Castelfranco Emilia (MO).
 
Il libro, dedicato a sua madre e al poeta Tolmino Baldassari, si apre con questi due exergo, il primo tratto da Qualcosa di una vita del poeta romagnolo (“Vorrei un bel sogno di neve. Vorrei che scendesse la neve della mia infanzia, con tutta la gente d’allora intorno a me e io con loro, creature aperte alla vita. La vita che non è facile, ma che bisogna accettare…”) e il secondo di Giorgio Caproni, tratto da Inserto – Il franco cacciatore: “Vi sono casi in cui accettare la solitudine può significare attingere Dio. Ma v’è una stoica accettazione più nobile ancora: la solitudine senza Dio. Irrespirabile per i più. Dura e incolore come un quarzo. Nera e trasparente (e tagliente) come l’ossidiana. L’allegria ch’essa può dare è indicibile. è l’adito – troncata netta ogni speranza – a tutte le libertà possibili. Compresa quella (la serpe che si morde la coda) di credere in Dio, pur sapendo – definitivamente – che Dio non c’è e non esiste”.
 
Per gentile concessione dell’autore pubblichiamo qui di seguito: una nota sul dialetto di Prandini, la Posfazione al libro di Pietro Civitareale ed una scelta di poesie.
 
Il dialetto
 
Il dialetto è l’imprinting, l’arco della mia giovinezza nel divenire del mondo; l’aedo del mio dire originario, che riannodo fedelmente non come canto gregoriano, ma come fiore etico del presente, sottofondo segreto e indomito di ogni mia ricerca espressiva.
    
La scelta di adottarlo come arco di Ulisse in quest’opera non risponde a nostalgie arcadiche, ma alla necessità di attingere alle sue virtù intrinseche: verginità, pregnanza, immediatezza, essenzialità, qualità imprescindibili per l’evoluzione del mio percorso poetico ed esistenziale.
 
Un cammino intrapreso letterariamente alla fine degli anni ottanta sull’onda di un impegno civile di ribellione e di testimonianza (Armonia di conflitti, Acque occidentali, Rosso di sera), proseguito – nel solco dell’ironia – in una più radicata consapevolezza sull’irreversibilità della tragedia umana (Il sommesso viaggiatore), e che giunge ora sul crinale dell’Altrove. Quel sito ineffabile su cui ci si sporge in cerca di quelle risposte che non ci sono, ma esistono, ci avvolgono, ci sollecitano e sottendono il compimento di sé. E che solo la poesia può rappresentare.
 
I folletti e i morti sono presenze indicibili ma inalienabili: mi osservano, mi vengono incontro e mi invitano ad attraversare il loro spazio illimitato ma irriducibile alla trascendenza. Sono l’aldilà dello specchio, l’altro da sé nell’appagamento della libertà più assoluta. Compresa la possibilità ‘troncata netta ogni speranza, di credere in Dio, pur sapendo -definitivamente- che Dio non c’è e non esiste1
 
Lo scenario è questo. Lo spartito è affidato a due contendenti, emuli e complementari: dialetto e italiano. L’uno, tallonato dai riflettori, conduce la recita con la sua naturale figurazione. L’altro gli fa eco nei toni e nelle movenze, anelando a un’impossibile comprimarietà, fremendo a volte tra lampi d’invidia e di sfida, ma limitandosi, consapevolmente, a specchiarne l’essenza.
 
È così che si sono dipanati questi testi: come parto gemellare, vite simbiotiche ma autonome, provviste ciascuna del proprio costume. Con l’italiano non succube di una semplice trasposizione in lingua, ma votato al suo contrappunto, umile narciso che si specchia nelle stesse limpide acque.
 
Il dialetto è la domus aurea, il respiro della natura dalle cui profondità, accompagnata da Tolmino, ricompare mia madre: novantenne, spossata, già votata al risucchio di una fumana irreversibile.
 
Mi chino su di lei, contemplo attonito e impotente la sua regressione, cercando di coglierne astrattamente i pensieri che sfarinano nel vuoto di un tempo ormai esiliato. Nel deserto sfrecciano ombre: il passato si torce nel presente, il presente svapóra nel passato.
 
Le accarezzo la fronte, le stringo forte la mano e le parlo nel nostro dialetto più intimo, riesumando ricordi ancestrali. Lei si rianima, mi fissa, sorride e sussurra: al me putîn. Un respiro che dilaga nello spazio, traduce l’essenza di ogni cosa, ricuce il tempo: l’óra e l’ancóra, il presente e l’Altrove.  
 
1. da Inserto in Il franco cacciatoredi Giorgio Caproni 
 
L. P.
 
La Postfazione di Pietro Civitareale
 
In genere i poeti dialettali d’oggi trattano il dialetto come uno strumento alternativo rispetto alla lingua, attraverso il quale tendono a realizzare una espressività nuova, fortemente incardinata in un contesto antropologico preciso, con la conseguenza che la poesia dialettale, più che ad un’affermazione individualistica, risponde ad un’esigenza di identificazione sociale del poeta nei confronti della condizione di totale anonimia in cui è venuto a trovarsi l’uomo delle società di massa. In tal senso essa acquista, sul piano linguistico, una funzione ‘resistenziale’, in considerazione del fatto che anche la lingua nazionale, in seguito alle manipolazioni subite, è una lingua massificata. Pertanto riappropriarsi del dialetto rappresenta una forma di reidentificazione del soggetto linguistico, il quale, nel suo momento estremo, si manifesta come soggettivizzazione del dialetto, nei termini di una sua personalistica grammaticalizzazione.
 
Ci pare che l’esperienza poetica in dialetto di Luciano Prandini vada iscritta, in linea generale, proprio all’ambito di una tale esigenza. Infatti, come lo stesso autore tiene sostanzialmente a precisare, il dialetto per lui non è un rifugio né un ritorno all’arcadia, ma la lingua della sua nascita e della sua formazione, la lingua cioè con cui ha imparato a conoscere il mondo. Tuttavia ciò non equivale ad un rifiuto snobistico della lingua nazionale, la quale, per quanto depauperata, resta uno strumento linguistico imprescindibile. Anzi lingua nazionale e dialetto sono da considerare su uno stesso livello espressivo. Ne sono una dimostrazione, a fronte dei testi dialettali, le traduzioni in lingua, vere e proprie creazioni poetiche con una loro evidente e compiuta autonomia.
 
Dialetto dunque come riaffermazione di una identità antropologica precisa, ma soprattutto come predilezione per uno strumento linguistico che fa dell’immediatezza, della pregnanza, della capacità di aderire alla realtà fattuale le proprie qualità costitutive, sebbene circoscritto, come tutte le parlate municipali, in un dato contesto comunicativo ed espressivo. Tuttavia ciò non pregiudica l’universalità degli interessi del poeta, l’ampiezza del suo orizzonte intellettuale, la disponibilità all’ascolto e all’introversione pensosa. Vogliamo dire che la sua non è una poesia chiusa in se medesima, in un irrelato domesticismo, confinata nell’angolo di un localismo di maniera, soddisfatta, in definitiva, della propria specificità linguistica e ideologica, semmai una poesia aperta per vocazione all’altro da sé, impegnata in una ricerca d’un ubi consistam nel quale poter conciliare la finitezza del presente, l’immediatezza dell’esperienza, col sogno metafisico o l’utopia di un altrove. C’è un testo nella presente raccolta, intitolato Crinal (Crinale), che si offre, in tal senso, come vera e propria dichiarazione poetica e dove questa posizione oltranzistica, questa disponibilità all’evenienza è esplicitamente denunciata: Am piâš stâr/ in cunfin ,/ in sla sponda/ dal crinâl, / mèš a mèš, fûš /  tra lûš e ombra ,/ gnîr e andâr/ da dsà da dlà, / da la riga/ in scapin.. .// respirâr i šgrišóor, / i lušóor / ca sfriša  / in scavéss  / al temp…  / A so che da d’là  / an’gh’è gnent / ma l’è l’istéss, / ascolt / e sent (Mi piace stare/ in confine, / sulla sponda / del crinale, / fuso, sfuso/ tra luce  e ombra, / andare e tornare / di qua di là / dall’estremità / in punta di piedi.. .// respirare i tremori, / i bagliori / che incrocio / nelle anse del tempo… // So che di là/ non c’è niente, / ma io sto qua, / ascolto / sento.
 
Restare  sul crinale, infatti, è un modo per dominare ambedue i versanti della montagna e determinare l’ampiezza e la qualità dell’orizzonte. Ma soprattutto è una metafora dell’esistenza, della sua ambiguità, del suo dualismo costitutivo e pertanto l’affermazione di una condizione di libertà che consente di ‘stabilire / ciò che si vuol fare’. Ed è qui che la poesia di Prandini da descrittiva tende a farsi ironica, perfino caricaturale, essendo l’attenzione del poeta rivolta a cogliere proprio quegli aspetti della quotidianità in grado di proporsi per antetesi come rivelazione della verità e nel cui ambito trova la sua collocazione anche quel suo indulgere, con sensibilità e compostezza, ad un certo bozzettismo popolareggiante: Un vcîn plâ, / con un cagnîn / e na pianòola, / daventi al suparmarcâ, / al par rivâ / da na fòola… // La gent sensa temp/ iš missia, / in s’póol briša farmâr.. .// Sol un putîn ,/ al s’inchènta a guardâr / la manuvèla / e a la fîn / ag fìca na caramèla / in dal piatîn (Un vecchietto pelato,/ con un cagnetto/ e una pianola,/ davanti al supermercato/ sembra arrivato/ da una fola…// La gente non ha tempo/ ha fretta non/ si può fermare…// Solo un bambino,/ s’incanta a guardare/ la manovella/ e alla fine/ gli getta una caramella/ nel piattino).
 
In tal senso Prandini si rivela poeta estremamente esigente, attento al significato della parola, ma anche al suono, ai suoi aspetti ritmici e musicali. Un poeta che cerca sempre la propria identità in fondo al verso, il vissuto e il suono della parola primaria al di là persino di quella ironia e di quella schiettezza morale che si manifesta con esiti più espliciti e macroscopici nella raccolta in lingua Il sommesso viaggiatore.
 
Un senso di stupefatta nitidezza espressiva, una visività tra il pittorico e il grafico, l’impiego di un verso icastico e iposegmentale (quasi un metronomo dell’affluire e del convergere di ciò che l’ambiente suggerisce), l’amore per la propria compagna di vita, l’indugio frizzante ma bonario su certe peculiari figure umane: queste, in sintesi, le salienti d’una poesia che non ama ammantarsi dei veli sfarzosi della retorica, ma che affiora dall’intimo del poeta con estrema naturalezza, sul filo di una emotività che sa sempre trovare le parole più appropriate per rivelarsi ed affermarsi come verità.
 
Ma soprattutto la sua esperienza poetica si caratterizza per una razionale sfiducia nei confronti dell’esistenza umana, che appare alla riflessione del poeta come un accadimento casuale, privo di senso e di scopi, dove l’uomo è una formazione fortuita e precaria di elementi destinati alla dissoluzione. Per Prandini infatti la vita dell’uomo è una mera vicissitudine e ad un modo essenzialmente vicissitudinale abbedisce. Ne consegue che non possiede un significato assoluto, ma si riduce a pura e semplice sequela di eventi, nei termini di un divenire che ha il suo principio e la sua fine in se stesso, in una sorta di circolarità in cui tutte le cose ritornano là dove sono venute. Ciò evidenzia una certa affinità tematica con la poesia di Tolmino Baldassari (al quale, del resto, la raccolta è dedicata), del quale Prandini condivide sia l’assenza di un connotato finalistico dell’esistenza (assieme ad un visione tragica del destino dell’uomo) che il concepirla come sogno.
 
Ci troviamo, verosimilmente, di fronte ad una sorta di ‘religiosità’, nella quale l’idea di un ‘altrove’ è prefigurata come rappresentazione mentale, come inveramento della fantasia creatrice del poeta. Un ‘altrove’ pertanto che coincide con l’essere stesso della poesia e che si offre, nel medesimo tempo, come luogo primario di riconoscimento e di rispecchiamento nella realtà naturale e nel suo irrevocabile divenire, di cui l’antitesi vita-morte è un connotato ontologico: Pochi croš rušnénti / sfilsâdi / par tèra ,/ candéli tgnénti / fugâdi / in dla gèra, / fior mârs/ andgâ / in di vâš… // I mort j’è lì, / brasâ a la fumèena, / a scunâr l’anquèena / dal témp.. ./ Lor i taš ,/ ma mi i sént (Poche croci arrugginite, / incarnite / nella terra, / moccoli spenti, / affogati / tra i ciottoli, / fiori di serra / annegati / nei vasi… // I morti sono lì, / abbracciati alla foschia, / lari della monotonia / del tempo… / Loro tacciono, / ma io li sento).
 
È questa la forma di assunzione del reale per corrispondenze archetipiche, che riconferma il valore della memoria come il disperato soccorso alla riflessione, mentre il fenomenologico non solo designa una spontanea soluzione delle perplessità sulle quali il poeta indugia, ma indica la presenza di una oggettività che è soltanto della realtà delle cose e da essa desume lo stesso linguaggio. Tuttavia non si tratta di una opzione per una poesia di tipo visivo senz’altro, ma anche di una disponibilità per una poesia che racconti un storia personale tenuta insieme da un ordine evidente di concatenazioni ideali e sentimentali, di connessioni logiche e fonologiche, dove l’oggetto-parola sembra puntare sulla propria determinazione semantica, come dimostrazione di una sensibilità più morale che formale, più tematica che linguistica, nel senso che la realtà evocata assume rilievo sempre più netto via via che le cose, gli eventi, i riferimenti, captati e osservati nella loro entità indiziale, vengono sospinti dalla loro radice alla finalità che ne deve emergere.
 
Pietro Civitareale 

 

Fulét

Fulét,
       pluc mut,
putlét a brasét
adrée ’l foss,
      a la vida,
adoss a la riga
     storta
dal temp…

I sent, i tgnóss,
i s’arvisa a l’orba
       adrée’l vent,
a scunâr pr’al cudâr
       dal gnent…

I va, i véen
da dsà da dlà
        da la riva,
i partiss d’in séen,
        i sa
che mi’g’voj béen.
        E i capiss.

Folletti – Folletti / pilucchi muti, / ragazzi a braccetto, / vicino al fosso, / alla vite, / addosso alla riga / storta / del tempo… // Li sento, li conosco, / si accendono nel buio, / nel vento, / a cunare nel fodero / del niente… // Vanno, vengono, / di qua di là / dalla riva, / partono dal grembo, / sanno / che io li amo. / E li comprendo.

 

Chisà

Chisà sl’è’l temp
ca’š menca, o ca finìs
o ’l voš ca ciàma
      šò dal póss…
gh’è sempar quèl ca véen,
      o ca partìss…
na nav biènca ca sparìss
tra j’ondi – longhi,
      là in fond…

      Forsi
j’è sol j’ombri
ca rùma darent,
i rumor ca’s’cunfond,
l’arlìa ca s-ciùma
pr’i foss…

A volti as’sent
      un baròss ca riva,
na ciuîga ca chenta,
un cucù ca rispond,
e pò šò tuta l’acqua
       e la néev,
al cataràti dal ciél
fin a la fîn dal mond.

Chissà – Chissà se è il tempo / che manca o che finisce / o le voci che chiamano / dal pozzo… / c’è sempre qualcosa che viene / o che salpa… / una nave bianca che svanisce / tra le onde – lunghe, / là in fondo… // Forse / sono solo le ombre / che frugano qui intorno, / i rumori che si confondono, / l’uggia che si annida / nel fosso… // A volte si sente / un biroccio che arriva, / un’allodola che canta, / un cuculo risponde, / e poi giù tutta l’acqua / e la neve, / le cataratte del cielo / fino alla fine del mondo.

Sìra

La sìra,
quand al sól ag mòola
e l’òra la s’arsòora
      in dl’òrba,
as sent la fòola dal vent
ca prìla pr’al curtìl,
      la gnòola dal temp
ca ven šo dal fnìl…

      Alóra
am ven in ment
tut quel ca m’s’era
     šmingâ,
ca’n’ho mai vlû
ma aress psû
     fâr…
Am prìl, am slong, a vress turnâr
     indrée,
ma gh’è’n canâl
     csì fond
ca’n s’pool briša
     pasâr…
E da dlà
gent ca sîga, ca brîga,
ca’s’arduna in fila,
      cmè suldâ…

Alora a guard
      al ciél,
a vrev brasâr la luna,
ciacarâr col strèli
e culgarm’in riva al mâr…

Sera – La sera, / quando il sole va / e l’ombra si riposa / nell’oscurità, / s’ode il lamento del vento / che s’aduna nel cortile, / la gruma del tempo / che cola dal fienile… // Allora / mi torna in mente / tutto ciò che avevo / dimenticato, / che non ho mai voluto / ma avrei potuto / fare. / Mi volgo, mi porgo, vorrei tornare / indietro, / ma c’è un canale / così fondo / che non si può / attraversare… / E di là / gente che grida, che intriga, / che s’aduna in fila, / come soldati… // Allora guardo

 

Crinâl

Am piâš stâr
      in cunfin,
in sla sponda
     dal crinâl,
mèš a mèš, fûš
     tra lûš e ombra,
gnîr e andâr
     da dsà da dlà,
da la riga
     in scapin…

respirâr i šgrišóor,
i lušóor
     ca sfriša
in scavéss al temp…

A so che da d’là
     n’gh’è gnent
ma l’è l’istéss,
     ascolt
           e sent.

Crinale – Mi piace stare / in confine, / sulla sponda / del crinale, / fuso, sfuso / tra luce e ombra, / andare e tornare / di qua di là / dell’estremità / in punta di piedi… // respirare i tremori, / i bagliori / che incrocio / nelle anse del tempo… // So che di là / non c’è niente, / ma non importa, / ascolto / e sento.

 

Falistri

Con tuti
       cal strèli
ca’s’casca
       adoss…
chisà parchè
       stanott
sta’l’ vent
       ad falistri
in fond
       al scur…
l’è’l fiâ fiss
       dla gent,
la šbrušia
       dal mond
ca finìs
             in gnent.

Faville – Con tutte / quelle stelle / che ci cascano / addosso… / chissà perché / stanotte / questo vento / di faville / in fondo / al buio… / è il fiato fitto / della gente, / la frenesia / del mondo / che finisce / in niente.

 

Luciano Prandini – Nato a Concordia (MO), vive e opera a Castelfranco Emilia (MO). Dopo un’esperienza trentennale di dirigente sindacale e politico, si è dedicato all’attività di libero professionista nel campo dell’educazione ambientale e come disegnatore satirico-umoristico. Ha pubblicato: Poesia: Armonia di Conflitti (Tracce, 1988), Acque Occidentali (NCE, 1992), Il sommessoviaggiatore (Incontri Editrice, 2008); e, con Mojgan Heidari, due antologie di poeti persiani contemporanei: Fino alle soglie del delta (Toschi,1989) e Crediamo all’inizio della stagione fredda (Cometti, 2006).  Poesia visiva: 5 audiovisivi con testo poetico, Nel rombo del silenzio e Lassù nell’alto appennino (sui parchi della provincia di Modena), La mia Costa Rica (sulle foreste tropicali), La fabbrica della tradizione (sui prodotti tipici modenesi), Universo Uomo (sul centenario  della CGIL). Ragazzi: Nel paese di qui qua, filastrocche(Libreria del Corso Editore, 2006), La luna innamorata, filastrocche (Edizioni ROSSOPIETRA, 2010), Il fruscio delle foglie e i racconti del grillotalpa, fumetto (ANEC -CEDA, 2004).  Narrativa: Rosso di sera (Incontri Editrice, 2009) romanzo storico; teatro: Acque occidentali (1991), Juke box all’idrogeno (2000). Satira: PCI amore mio (ARCI Comics, 1986), Chi non si avvale è perduto (CGD, 1986), I colori della terra (ARCI NOVA, 1988), Over the top (Rossopietra, 2001), POETRISUS (Ed.ROSSOPIETRA, 2010), Svaccabolario (Ed. Rossopietra, 2012). Ha diretto l’inserto La gazza ladra per La Gazzetta di Modena (1989). È comparso su varie riviste con poesie, recensioni e saggi critici. È presidente del Circolo Letterario Rossopietra e dell’omonima casa editrice.