Tormento fragile di Valentina Casadei

Recensione e scelta di poesie di Maurizio Rossi

 

È nata a Ravenna (1993). Laureata al DAMS di Bologna, in Arte e Storia  del cinema, ha svolto un Master in sceneggiatura e regia presso il EICAR (Scuola Internazionale del Film) di Parigi. Ha diretto due cortometraggi “Tutto su Emilia” e “Giorni benedetti”, selezionati in diversi festival internazionali del Cinema. Vive a Parigi, interessandosi, oltre che di Cinema, di Fotografia, Storia dell’Arte, Poesia e Jazz. “Tormento fragile” è la sua opera prima poetica.

Ape regina/ e signora bambina/ gioco a fare la donna/ con tutte le mie incertezze./ Madre prodigiosa/ e vulnerabile innocente/ accendo ceri/ candele/ e fuochi fatui/ per tutti i ricoveri d’urgenza/ di questo cuore pazzo.// Ecco svelato il mondo poetico, il contesto e l’essenza della sua poesia; basterebbe questa, posta all’incipit della raccolta, per esprimerli: gioco, accendo ceri, fuochi fatui, incertezze, prodigiosa, vulnerabile, ricoveri, pazzo. Un caleidoscopio di verbi, aggettivi e sostantivi sono la voce di questa personalità complessa, declinata in svariati ambiti d’arte. Allora perché “chiedo perdono/ per essere immutabile”? A chi chiedere perdono? A sé stessa, per essere quel che è? “Spero non finisca mai/ questa vitale spinta,/ che da dentro esce fuori, dalla bocca e dagli occhi,/” forse deve perdonarsi, farsi perdonare per quel “spero”? Quel che da noi esce, può essere “ciò che contamina l’uomo” secondo una frase evangelica; ma anche quel che siamo capaci di dare, in parole e gesti, con la stessa esistenza, a chi conosciamo o incontriamo. “Sintagmi di parole/ abbandonate ai cani/ hanno l’odore delle strade di Bologna/ di piscio e sapone/…”Oppure farsi perdonare di “rubare di bocca le parole al muto”?

Lasciamo sempre qualcosa di significativo, essenziale, anche senza sapere a chi realmente serve; qualcosa che contiene vecchio e nuovo, marcio e fecondo: del resto “dal letame nascono i fior” cantava De André, e lo sanno bene anche i poeti.

Poesie brevi, alcune quasi lampi, sintagmi, appunto: composte in una simmetria che vela la “asimmetria” del contenuto, la sua complessità e talora le contraddizioni ”Tocco l’infinito/ dentro e fuori di me.” l’incipit è quasi smentito dal “contorno della sua figura” e ancora da “i miei vuoti spazi”; se non fosse la chiusa “Quell’equilibrio senza sforzo/ di essere qui e là”. In Valentina Casadei essenza e forma, azione e riflessione sono come onde dello stesso mare, che si avvolgono e confondono e riemergono più in là; del resto di lei dice “Cresciuta, piano,/ in pance di balene, / possiedi desideri marittimi./

La Poesia è come il sogno: diciamo di noi stessi, anche parlando di altri e vediamo altri “noi” e così “l’allitterazione dei tuoi sospiri”la ripetizione del quotidiano, ma anche delle emozioni, “sfida il vento”il mutevole, ciò che è indefinito, infinito; “Ma” la vittoria col vento è sfidarlo da dentro, volare con lui: cosa possibile solo al “foglio di carta”, alla levità della Poesia.

Perché solo con la leggerezza del dire poetico si può parlare di vecchiaia e di tempo perduto – un’isola- ritrovato, semplicemente sfiorando con la mano, una mano che “ha la fiacchezza di sogni incompleti” e che diviene “corda di violino ben tesa”, che vibra; con il “foglio poetico”, leggero, la Casadei  può rivedere “Quella bambina con le spalle ricurve/ che ricorda” i fotogrammi dei suoi anni, li assapora, nonostante le spalle curve e il corpo che invecchia. E ben descrive con la poesia, quell’avvicinarsi alla persona cara, “per assorbire in una forte stretta tutte le sue paure… che neanche il tempo/ meschino/  potrà mai cancellare”; il tempo, che nel “qui ed ora” della Poesia, non entra, perché è un luogo- non luogo, sospeso, eppure “reale”.

Reale, dato che è luogo nel quale abita ciò che vivo è davvero, il “desiderio”: di essere chiamati, nominati, attesi ”Perché grande e immensa sono/ quando stai chiamando me” ; di ritrovare i gabbiani-  i liberi pensieri- essendo schiava del momento, che si ferma, e io rallento con lui; di essere soltanto pensata ”correvo nella camera da letto/ e nel letto disfatto/ cercavo indizi che tu avessi pensato a me”; di chiudere gli occhi e ritrovare “voi/ animali mutabili,/ figli di anime belle.” Infatti, non importa “mutare” , se vivere è tramandare “l’anima bella” – che può avere tanti significati – ma che per l’Autrice è l’insieme di “acqua e sangue, / i miei fiumi interiori/ che fluiscono al cuore/…l’amore.” Il mistero delle mutazioni cromosomiche, del messaggio trans-molecolare, è questo.

 

Sintagmi di parole

abbandonate ai cani

hanno l’odore delle strade di Bologna

di piscio e sapone,

di marcio e già nuovo.

Perciò pellegrino

nutriti del volo immobile del falco

e acquista la sua eleganza.

 

 

Istinto primordiale

di rubare di bocca le parole al muto.

Rubo la consistenza facilmente distruttibile

delle violette

e riscaldo la minestra

di tutti i tuoi denti

a fuoco lento.

 

 

 

Allora correndo

volano via tutti i capelli bianchi

attaccati con colla

a una testa ancora giovane

che non conosce temporalità

che il presente.

 

 

Ricordati di me,

come tua regina

di abissi visitati

senza branchie.

Fotosintesi divina,

ricevi il sole

dai miei occhi

e poi respiri e mi rilasci,

carbonica come lava.

 

 

 

Semini onde

ai mari tranquilli.

 

 

 

Dimentico sempre

con quali piedi cammino

con quali mani prendo

le tue anche ferme.

Sei una parola di petali,

dolce.

Sei l’urgenza avida,

insaziabile.

I sogni realizzati,

quelli nuovi.

Sei l’assenza del bisogno,

libertà.

 

 

Valentina Casadei, Tormento fragile, Bertoni Ed. Chiugiana di Corciano (PG), 2018

 

 

Maurizio Rossi                                                        

 

 

Pubblicato il 6/6/2019