Nel 1966, appena finita la terza media, mi fu regalato Ricordi di scuola di Giovanni Mosca, ex insegnante, poi giornalista e direttore di giornale: la prima edizione era della fine degli anni trenta del novecento: figurarsi! Ora, leggendo Terzaé di Giovanna Amato – della quale conosco e apprezzo anche l’intensa e colta poesia (Parva venena, Ed. Cofine, 2025) – ho sentito la curiosità di riprendere quel vecchio libro per capire cosa è accaduto alla scuola, e non solo, in sessant’anni dalla mia prima lettura e dalla scuola media da me frequentata, non tanto differente dalla scuola di Giovanni Mosca (sebbene i suoi ricordi si riferiscano al periodo delle Elementari). Desideravo fare per quanto possibile, luce sullo stravolgimento copernicano che ha trasformato i giovani, i rapporti tra le generazioni, la visione dell’insegnante da parte dell’allievo, e viceversa.
Ho ben presente, come tutti, le realtà della scuola e del mondo giovanile: rivelarlo non può essere lo scopo dell’autrice, neanche confrontando Terzaé con Ricordi di scuola del maestro Mosca; i due libri, pur lontani nel tempo e lontanissimi negli atteggiamenti, nei dialoghi, negli ambienti, appaiono come foto scattate con la stessa passione, lo stesso interesse, il medesimo desiderio di essere per i ragazzi testimoni di un cammino condiviso e persone di riferimento.
Tanto più oggi, nel tempo delle tante verità, del mondo che il filosofo Baumann nomina “liquido” .
In sostanza, né Giovanni Mosca e neppure Giovanna Amato (curiosa la coincidenza del nome!) hanno inteso proporre un’analisi sociologica sulla scuola o una psicologica sui suoi frequentatori: entrambi hanno intrapreso la via del racconto, rielaborata certamente e in alcuni tratti colorata a tinte forti, in altri semplicemente “colorata”. Sfogliamo, così, pagine di ricordi, vissuti con nostalgia da Mosca; dalla Amato come una realtà vera, straniante perché misurata con l’esperienza e perfino l’esistenza degli e delle insegnanti di Terzaé.
Il libro di Giovanna Amato tra i due è certamente più complesso: non potrebbe essere altrimenti per la differente sensibilità, per l’evoluzione del pensiero pedagogico e la conseguente proposta educativa, oltreché per la capacità di autoanalisi dei e delle protagoniste, che svelano dentro e fuori l’aula i propri limiti, i sogni e le delusioni. Ne risultano figure ben caratterizzate con scrittura ironica e talvolta cruda e dolorosa.
Dagli episodi raccontati in Terzaé, a volte paradossali – a tal punto da dubitarne – ci rendiamo conto della fragilità più degli adulti che dei ragazzi, più degli insegnanti che degli allievi. Accostandoci ai ragazzi che intrecciano movimenti e parole e silenzi, ci accorgiamo che dietro lo sfottò c’è il bisogno di superare una distanza; oltre gli atteggiamenti di disinteresse c’è la difficoltà ad ammettere o a lasciarsi andare ad una proposta; dentro il rifiuto c’è anche il desiderio di una conoscenza che guidi nell’affrontare la realtà quotidiana: un bisogno di sicurezza. Osservando gli adulti, abbiamo una conferma del loro smarrimento, a tratti rassegnato, per una incomunicabilità più di forma che di sostanza; per un ruolo, più che di sapere, di motivazioni; per un’autorevolezza in continua trasformazione.
Il finale suggella un malessere esistenziale che coinvolge tutti sia nelle cause che nelle conseguenze, e riecheggia gli ultimi versi de “La Canzone del Maggio” di Fabrizio De André, contenuta nell’album “Storia di un impiegato” (1973): “Per quanto voi vi crediate assolti / siete per sempre coinvolti”
Giovanna Amato, Terzaé, Robin Ed. TO, 2024
Giovanna Amato (1986) vive a Roma e insegna materie letterarie. Ha pubblicato studi su Amelia Pincherle Rosselli e curato la sua opera “Emma Liona”.
Ha scritto e pubblicato racconti, poesie e romanzi; il più recente è Provincia cronica (Castelvecchi, 2024).
Ha vinto la prima edizione (2025) del Premio di poesia Nazionale “Achille Serrao” , con la raccolta Parva venena.