Tèrman e ricord di Edoardo Zuccato

Recensione di Nelvia Di Monte

 

Oltre ai diversi significati dell’italiano ‘termine’ (vocabolo, fine, scadenza…), il tèrman del titolo indica – nel dialetto altomilanese – la pietra di confine posta un tempo ai margini dei campi e, in senso figurato, una cosa inerte o una persona che sta impalata, assorta. Tèrman  suggerisce dunque un elemento che è un punto di incontro/separazione tra due campi, reali e metaforici. La cura posta da Zuccato nelle note per chiarire i significati assunti nel tempo da alcuni termini, non solo dialettali, è un esempio dell’attenzione riservata alle parole della poesia, la cui scelta è di fatto una presa di posizione nei confronti della realtà.

Sin da Tropicu da Vissévar (1996) e La vita in tram (2001), Zuccato ha scritto poesia in italiano e in dialetto, ed è traduttore e saggista di poesia inglese. Nella più recente raccolta in italiano Gli incubi di Menippo (Elliot, 2016) il poeta torna più volte sul tema della lingua: definisce con ironia il suo trasportare le parole da una lingua all’altra (Più che tradurre, il mio lavoro è stato cisdurre), è critico con una punta di amarezza sulla lingua nazionale: L’italiano è un sogno avverato, / monocultura di erba medicea / dove prima c’era un bosco di suoni, / un grande orto botanico di idiomi.

Gli incubi di Menippo vertono su una contemporaneità assai problematica (non a caso sono incubi) e la scrittura – che tende ad una prosa godibilmente ricca di artifici poetici – è utilizzata per affrontare i vari ambiti sociali-economici-politici in cui siamo immersi, sottoponendoli ad uno sguardo tagliente e a un’ironia che spesso si tramuta in giusta satira e necessaria indignazione. Fatti storici e cambiamenti epocali lasciano sedimenti nella lingua, introducono neologismi e vocaboli stranieri, mostrano la fine di un tipo di società, come negli anni ’50/’60 insieme al dissennato sviluppo edilizio sopra i dialetti / si è colata la lingua per cementare il paese. Cambiamenti non sempre in meglio, come documentato dal simpatico modo di dire “fà vita”, che una volta indicava la fatica connessa all’esistenza, poi è diventato gergo della mala, e non solo.

Considerare alcuni elementi della poesia in italiano aiuta a focalizzare intersezioni e linee di confine tra due forme espressive, e a comprendere lo spazio su cui si dispiega la poesia di Tèrman e ricord, visto che i principali protagonisti sono qui il paesaggio, che per definizione unisce aspetti naturali e umani, e i paesi con i suoi abitanti. C’è innanzi tutto la natura-ambiente che accoglie: La curéa la vus d’un grì / dent di urecc tamé ’n turent, / e ’me lur dü anca mi / sun diventâ trasparent (Scorreva la voce di un grillo / dentro le orecchie come un torrente, / e come loro due anch’io / diventai trasparente). Momenti in cui, alzando lo sguardo, si avverte la presenza tangibile dell’infinito, sa pudea üsmà l’ünivers (si sentiva l’odore dell’universo). O percorrendo un viale che esce dal paese, si ascoltano i commenti delle persone sedute sulle panchine, paroll ’me frasch, ca sbarbàtt / in du’ su (parole come foglie, che sbattono / nel sole: ma il dialetto è ben più onomatopeico). E dove, anche se quei vecchi parlano di persone morte, si sa che ieri e oggi stanno vicini dentro un più ampio orizzonte: Al cimiter te sê in fond / al vial, ma la va innanz / la strâ, parché te sê drizz / dumâ ti, ul ciel l’è tond (Al cimitero sei in fondo / al viale, ma va avanti / la strada, perché sei dritto / solo tu, il cielo è tondo).

Il dialetto offre la chiarezza di un’appartenenza (quei paesi sono “i mè”, i miei) attraverso una più immediata corrispondenza: “e chiaro vuol dire che per ogni cosa / (la forma del mangiare e quella del vento, / i muri e l’acqua e la memoria) / ho pronto un nome da appiccicarci”. Non c’è in Zuccato un giudizio di valore tra le lingue, solo la malinconica consapevolezza che una lingua, parlata ormai da quattro gatti, va scomparendo insieme al suo mondo. Tuttavia c’è una lingua che appartiene a ciascuno nel profondo e si esprime altrimenti, ed è la lingua della natura e della vita, che abbraccia il divenire e la morte, come mostra ne Gli incubi di Menippo la strofa conclusiva della poesia sulla traduzione: “Traduttrice perfetta ne esiste una sola, / patrona vera di quel mestiere, / che viaggia sempre in un senso, senza ritorno / e ti trasporta in silenzio nella lingua dell’acqua e terra e aria”. A questa si può abbinare una strofa di Tèrman e ricord: L’invernu ’l ga scri dent di parol semplici, / una lengua che nissön la parla / ma tüti la capìssan (L’inverno ci scrive dentro parole semplici, / una lingua che nessuno parla / ma tutti la capiscono).

Dal rapporto con un luogo che si sente proprio nella lingua scaturisce il sentirsi a casa nel mondo, anche in posti lontani, apparentemente stranieri. Come le luci di una megalopoli orientale ricordano lucciole e lumini di paesi noti, così ci si ritrova a confrontare la grotta di Cro-Magnon in Francia al crot (buco, Crotto) del dialetto alto milanese. Oppure ad abbinare alcuni nomi di località francesi ad altre varesine-brianzole, assai simili nella pronuncia, perché in queste parole c’è ancora il riverbero di antiche voci, “un fiato che come l’acqua / gocciola dal soffitto delle grotte di queste parti / e sparge un’aria familiare soffiando da sotto terra”. Epoche e vicende storiche lasciano tracce simili, creano corrispondenze tra lontane esistenze, dal momento che: Ul temp l’è ’n dialett / ca parlum tütt e quanti / e femm mostra da savé no (Il tempo è un dialetto / che parliamo tutti / e facciamo finta di non sapere).

In una prospettiva opposta ad una limitante idea di radici e identità, che un’ottica un po’ miope abbina spesso ai dialetti, si osserva qui la realtà sociale, non solo la natura e il paesaggio: quella nazionale, con i suoi problemi e pregiudizi (“«Pad.nia lib.ra» su una fabbrica che sta cadendo a pezzi”), e quella globalizzata, riassunta con piacevole ironia nel rito del thè: “Con il thè delle quattro del pomeriggio / ho tradotto il five o’ clock tea, / (…) sul tavolo davanti al mondo intero, / il thè indiano, la teiera cinese, / le tazze italiane, le parole lombarde / e i pensieri terrestri”. E pure la stellata è definita extracomunitaria, con i suoi nomi arabi e greci difficili da ricordare.

Il mondo è lo stesso per tutti, diverse sono invece le tonalità e l’atmosfera che ogni lingua può cogliere e suggerire. Appropriandosi di parole e sonorità stratificate lungo storie e paesi, di una musicalità che emerge nei testi attraverso una metrica variabile e con un uso modulato della rima, Edoardo Zuccato mostra come il dialetto sia rimasto forse lo strumento più duttile per captare gli elementi essenziali della vita, la loro fisicità, il loro sapore. E per esprimere quel sentirsi immersi nel fluire dei giorni, nel panta rei della vita dove tutto scorre come la voce dell’acqua che porta cose lontane. Resta una pietra di confine, il tèrman attorno al quale si intrecciano soste e percorsi, dentro un paesaggio che appartiene così in profondità da poter ricordare e rappresentare il volto di una persona cara meglio di una fotografia: Adess ul busch e la strâ grisa, / i strâ blö dul fiüm e dul ciel ciâr / hinn la tò facia giüsta, püssé vera, / dul bianch e ner uval di culumbâr (Adesso il bosco e la strada grigia, / le strade blu del fiume e del cielo chiaro / sono la tua faccia giusta, più vera / del bianco e nero ovale dei colombari).

 

Edoardo Zuccato Tèrman e ricord, Elliot, Roma 2021