Tempora di Giulio Mazzali

Recensione e scelta di poesie di Maurizio Rossi

 

Giulio Mazzali è nato a Velletri (RM) nel 1979, ma risiede stabilmente a Cisterna di Latina, dove lavora come insegnante e si dedica alla poesia. Ha partecipato a concorsi letterari e ha pubblicato, nel 2012 e nel 2016, alcune liriche nelle antologie edite dalla Fondazione Mario Luzi. Questa è la sua prima silloge poetica.

“Tormenti, ricordi, un dolore che diviene Poesia” già sul frontespizio c’è l’intento del Poeta, sotto il titolo che evoca stagioni, periodi della vita, anni, secondo i diversi significati del vocabolo latino. La prima raccolta poetica di Mazzali si presenta così, e con  l’immagine che richiama una dimensione “ambigua” o ambivalente del Tempo, a seconda che lo viviamo come una categoria o come un vissuto; come uno sfuggirci e precederci (lepre), o come un ritmico e lento ritorno nella memoria (clessidra).

Del resto, “Tempora” si apre con la parola, che ha una voce, quindi senso, forza, solo se ha memoria “…Sei scivolata tra le dita strette/ alla matita, ricordando che l’acqua/ quando scorre fugge alla sua foce,/ che la parola, come la vita,/ senza memoria non ha voce.// (A Margherita G.) ;  si chiude con la parola, che preannuncia, intuisce, anticipa, quasi con timore reverenziale, consapevole dell’arduo suo compito “Si schiude, la parola, e depone/ incerta il suo presentimento”(Epilogo).

Memoria e preannuncio necessitano entrambe della parola, che, legando ricordo e intuizione, è insieme metafora del tempo e simbolo dell’oggi, particolarmente del momento presente. La parola di Mazzali, racconta frammenti di vita, ricordi e poi dolore, il morso che ricorda cosa siamo: “Non so se sia la prova di un altrove/ che conosce la memoria, oppure il morso/ che giunge da lontano a ricordare/ tutto ciò che siamo…” Ed è non una parola qualunque, ma la parola poetica, come dice l’Autore stesso: Tempora è un primo passo forse, verso una rielaborazione di un dolore che pur mantenendo un legame con le occasioni e gli incontri che lo hanno generato, confonde passato e presente, volti e scambi di parole. Ed ecco che i temi sentiti con particolare vivezza non possono essere che la memoria, la fallibilità apparente del tempo, la comparsa di cicatrici e consapevolezze che solo l’esperienza poetica può concedere”. (“Scambiaffari”, Cultura e spettacolo, 23/7/18, M. M.)

Karl Jaspers ricorda che “Ogni volta che ammiriamo una perla, dimentichiamo che è la cicatrice della malattia della conchiglia”; dunque la Poesia non è altro che la cicatrice d’un dolore? Rievocazione del dolore? Espressione del dolore? Certamente no, è anche consapevolezza, memoria, attestazione della “fallibilità” del tempo – all’esistenza autonoma del tempo, come sappiamo, non credono più neanche gli astrofisici-  ed “atto”, la “pratica/ del gesto/ il segno curvo/ e insufficiente/ della mia rassegnazione”. Il segno curvo non è altro che il verbum compiuto mediante un movimento di progressione e di ritorno: anche graficamente, perciò,  è al tempo stesso intuizione, annuncio, e memoria, rimando a qualcosa di conosciuto.

Non c’è sempre rassegnazione in questa poesia;  non c’è senz’altro nella persistenza della memoria, nel desiderio di cielo, di infinito che annoda insieme vita e morte e tutto ciò che è opposto solo in apparenza; non c’è neanche nel dialogo del poeta col figlio e nelle differenti spiegazioni che entrambi danno delle cose, pur avendo lo stesso sguardo: “Guarda avanti amore/ mio”/ Mio figlio è come me./ Lui corre, guardandosi/ indietro.” Non c’è rassegnazione nella  pazienza che si insegna ad un bambino, senza mentire a lui –  nei sogni non si mente- perché tale “virtù” del “sopportare e del soffrire” tiene assieme il dolore, iniziato e persistente, e l’attesa della sua fine, o dell’abitudine ad esso: ecco, torna ancora la parola, memoria e anticipazione!

La strada insegnata (ricordata a sé stesso?) al figlio, agli studenti, è quella della ricerca, dello “scavo”: le cose importanti non sono in superficie e non appaiono subito; è la strada che nessun ragionamento, o esperienza altrui può indicare. È quella della poesia: non c’è su nessuna mappa e costringe la ragione – l’evidenza, il buonsenso- ad un continuo ricalcolo del percorso.

“Non rinunciare alla colomba/ che s’apre alla sapienza/ dell’annuncio,/ ai giardini ormai lontani/ ma mai dimenticati” Non rinunciare alla Poesia.

 

 

Sogno

 

Ho detto a mio figlio cerca

di avere

pazienza,

ci vuole del tempo

questo gl’ho detto

 

continua a scavare

continua a cercare

(eravamo noi soli, soli

sul mare…)

 

la piaga è profonda

ci vuole del tempo,

questo gl’ho detto

di cicatrici però non

ho mica parlato,

che basta che premi

e torna il dolore,

e il tempo, ancora quel

tempo, ne porta l’odore

 

ci vuole pazienza

questo gl’ho detto,

mica puoi vivere

scrivere senza

 

questa si impara

col tempo,

quando due su due…

….fa quattro.

 

 

 

Contro la ragionevolezza

 

La poesia è eludere il Tom Tom,

è disubbidire abbattere

il portone,

è costringere al ricalcolo

la lunga mano

della ragione

 

 

 

Semina

Le mie parole sono foglie

oppure frutti?

Temo la loro

maledizione,

la semina che un giorno

raccoglierò nei loro occhi

 

 

 

Stasera è tornata

 

Stasera è tornata. Dallo stomaco

è salita al cuore, lieve

tra costa e polmone,

ad incontrare il punto

in cui la frattura si compone,

in cui costeggio sulla soglia

il tempo nuovo – altro da ieri

e da domani, quando tu amara

non c’eri.

 

Stasera è tornata. Dallo stomaco

è salita al cuore, lieve e senza

stupore

La tua schiena immersa a filo

nella bianca lacca della sera,

il sorriso di mio figlio,

misura esatta

e tonda

di una vita intera.

 

 

 

Tu mi chiedi

 

Tu mi chiedi

se sono stanco, ma non di cosa

e a cosa sto pensando.

È nella domanda ancora tronca

che tradisci trafelata

l’arte, tutta nostra,

di non volere in realtà

alcuna risposta.

 

 

 

Rassegnazione

 

Che hai – chiede lei.

Scrivo, compilo,

restituisco alla pratica

del gesto

il segno curvo

e insufficiente

della mia rassegnazione

Niente – rispondo.

È tutto come avevo immaginato:

le carte, il passato

un bambino mai nato

 

 

 

La persistenza della memoria

 

La mia mente è ventilata.

Troppi sono i refoli che tra le porte

malchiuse danno sul cortile.

Strano luogo la memoria,

dove imponderabili parvenze

si schiantano su friabili respingimenti.

Non so se sia la prova di un altrove

che conosce la memoria, oppure il morso

che giunge da lontano a ricordare

tutto ciò che siamo…

Per me essa è pura permanenza,

limite impazzito che nega

fine e principio, sentenza atroce

che prefigura la mia disaffezione.

 

 

 

È di cielo questo mio desiderio

 

È di cielo questo mio desiderio

che s’apre notturno

a un sentimento sotterraneo,

ed esperisco ciò che appare opposto,

la vita e la morte, i bracci di una croce

che aduna nel suo centro

infinito

fine e principio

 

 

 

Giulio Mazzali, Tempora, Ed. L’Erudita, Roma  2018

 

 

 

Maurizio Rossi

 

 

Pubblicato il 3 marzo 2019