Ciò che distingue e rende riconoscibile la poesia che Mariapia Crisafulli allestisce in questo volume, Tacimento orizzontale, MACABOR 2025, è la dignità, l’afflato etico che la poetessa infonde ai versi:
In quanto a dolori
non ho ripari.
Ti auguro confini
e sguardi vasti.
Il cobalto
della notte
quando sfuma.
Il distacco che consente la sofferta consapevolezza del sé guadagna la serenità di una visione che si fa prima ampia e poi struggente nella mirabile modulazione di accenti che accompagna lo sfumare del colore negli ultimi tre versi. Da una propria meditata visione, fedele al contempo alla sua severa ricerca intellettuale e all’acuta, profonda sensibilità dell’esperire, Crisafulli rende immagine sensoriale il suo gioco linguistico raffinato e musicale di cui diamo un altro esempio: il buco nero era radice/ l’inchiostro dentro ogni marea. I versi sono tratti dalla poesia che apre la silloge, Telemachie, e che dichiara origine e postura del poetare (p. 15):
Per un consiglio non vorrei
interrogare gli astri il mare
il buco nero che mi avvolge
senza assorbirmi mai
Con le parole
hai costruito navi
fabbricato telescopi
il buco nero era radice
l’inchiostro dentro ogni marea
E adesso io non so parlare
io qui in ascolto
io qui in apnea
Davanti ai sensi e all’intelletto, Crisafulli dispiega le linee del mondo in ascensione e profondità, sintetizza, quindi, gli eventi e l’opera dell’uomo richiamando l’uso della parola come origine della creazione, poiein che non si declina solo nelle invenzioni, ma anche nell’unione, parola-poesia che unisce uomini e continenti. Davanti a tanto prodigio l’io poetico dichiara “E adesso io non so parlare”: è necessario fermarsi ad ascoltare, trattenere il fiato. Il tema del dire percorre tutta la silloge: Per quanto urlante/ questo tempo/ è un tacimento/ orizzontale. I versi di pagina 16 mettono in luce il parossismo immobilizzante di una società, la nostra, che non dice, ma urla, si agita, mostra e non crea, una società senza Dichtung, senza parola poetica fondante, dove la poesia è tenuta al margine. La riflessione sull’essenza della poesia, dire, fondare il mondo con la parola, ri-crearlo, è a fondamento di tutta la silloge sia nella scelta dei contenuti, sia nella cura della forma che si fa mimesi di un’espressione a lungo meditata, sostenuta da una postura prolungata di ascolto e di studio e altrettanto capace di un fulmineo e fulminante rovesciamento ironico che si fa apprezzare nel distico seguente (p. 61):
Epoché
Tra il giusto e il vero
ho scelto l’istante.
o nei versi tesi tra sacro e verità che si risolvono con uno spiazzante fulmen in clausola dove suscitare il riso equivale a smascherare l’attuale inconsistenza della parola(p. 52):
In principio
era il Verbo
ora è già
la raucedine
Le poesie di Mariapia Crisafulli hanno una densità che pare sbalzarle dal foglio e rendere tridimensionale il sistema di segni che le compone, queste poesie stanno, per così dire, in piedi: le sostiene la dedizione allo studio, l’indagine propria di un animo capace di rendere l’essenza a partire da un dato, percettivo o speculativo, e da questo illuminare uno scavo, non fermarsi all’ovvio, alla superficie, rivivere in sé il senso dell’Altro (p.18):
Abbi il coraggio
di non dire
siamo a ridosso
della voragine
le parole hanno perso
potere.
Ma la pelle
La tua pelle
è un’impronta
che dispiega la vita
Come scrive Anna Maria Curci nella sua illuminante prefazione, sembra palesarsi qui il richiamo a Una lettera di Lord Chandos, testo ibrido tra narrazione e speculazione filosofica, pubblicato nel 1902, in cui Hugo von Hofmannsthal mette al centro la crisi del linguaggio che impedisce a Lord Chandos di continuare a scrivere perché la parola ha perso il potere di aderire alla vita. Se questa percezione a inizio Novecento riguardava sensibilità particolarmente acute, oggi la crisi del dire sta diventando sempre più diffusa: l’essere attoniti perché si percepisce l’inefficacia della parola di fronte all’insignificanza di discorsi e proposte ampiamente diffuse grazie al digitale e, peggio ancora, davanti al virulento dilagare del male, rischia di sfociare nello stato di cose che l’autrice denuncia, il tacimento, la preterizione del dire a cui dobbiamo reagire con coraggio. Complice di tale stato di cose è anche la disgregazione provocata dal significativo diradarsi degli incontri tra persone e accentuata dalla digital fatigue che depriva le risorse mentali, fisiche ed emotive dell’essere umano al quale non ci si riferisce più in senso olistico, cioè come presenza che si fa concreta nel qui e ora. Per questo è necessaria la poesia e per questo è necessario che la poesia si faccia ponte d’incontro, che legga e dica la pelle, il corpo, la presenza.
La poesia di Crisafulli è trasformativa, induce chi legge a entrare nella propria Weltanschauung e a riconsiderarla, a interrogarsi, a indagare il proprio modo di rapportarsi a sé e al mondo. Raramente capita che un volume di poesia agisca al contempo come precursore di visioni e mentore di ricerca e indagine, che mostri le pietre d’inciampo che fermano il cammino e invitano a riconsiderare l’impianto di pensiero e sentimento che abbiamo edificato (87):
Resistenza
Io cammino cammino
e sul sasso d’inciampo
mi siedo
*
Sto imparando a vegliare
sulle cose
come nonna vegliava
sulla polvere
Ciò che non cambia
alla fine ci ha cambiati
Esistenze (p. 48), poesia che chiude la sezione Incontri il cui emblematico sottotitolo è un riparolamento, è costruita come una discesa, come il compiersi concreto e tangibile delle idee dopo l’allontanamento da una religione astratta, avulsa dall’umano:
I
Non credo in Dio
ma nel suo venire al mondo
II
Credere non è sperare
È reagire. Insorgere
Credere è ostentare
cicatrici
“Credere è ostentare/ cicatrici”. gli ultimi versi sono aderenti al suolo, parlano dell’uomo come di un essere umile, parola che deriva etimologicamente da humus, terra, essere terreno quindi, di una materia che viene segnata dalle cicatrici, materia parlante in cui è inscritta l’idea, l’aspirazione, l’ascesa. E da qui la poesia risale e rivela un moto potenzialmente perenne.
Nella silloge si individuano degli assi che attraversano le poesie, il primo di questi è proprio quello che la poetessa enuncia nel titolo, il tacimento, che è, per l’appunto, orizzontale. Orizzontale, piano, dispiegato davanti agli occhi e considerato negli atti della riflessione come diffuso e condiviso tra gli esseri umani. Mariapia Crisafulli coltiva la virtù di un pensiero forte, di un pensiero che sa spogliarsi del superfluo e condurre l’indagine con acume, profondità e precisione, ha una visione lucida di ciò che accade e di ciò che le sta intorno e la chiara coscienza di un io poetico di aperta umanità, una coscienza non paga di contatti epidermici, che necessita di rifondarsi a partire dalla parola di aspirare ad altro, reincontrarsi ed elevarsi attraverso l’asse verticale del riparolamento, nuova significazione degli incontri in cui ognuno è soggetto, ognuno è accolto. L’altro asse necessario è quello dell’esperire, esperire l’accadere, la poesia è un accadere, un caso, qualcosa che ac-cade e si fa precipitato nell’esperire, nell’incontro tra l’avvenimento e la capacità di coglierlo e accoglierlo, incontro che la poetessa fa maturare e poi decanta nel suo dire, che diventa più volte essenziale nella forma aforismatica in cui conduce l’espressione, ma anche mirabile nel felice gioco linguistico che rende immediatamente percepibile, universalmente condivisibile e dinamica l’esperienza sensoriale sbalzata su un contesto che mette in crisi virtuosa e feconda la nostra Weltanschauung (p. 31):
Mi sorprende la sera
lo scalpellio delle cicale
l’inarrestabile dire
del mondo
che setaccia il silenzio
Mariapia L. Crisafulli, Tacimento orizzontale, MACABOR 2025
