Taccuino canadese. Per gli ottant’anni di Pietro Gibellini

di Matteo Vercesi

 

Articolare storicamente il passato non significa conoscerlo. La memoria, sospingendolo verso il presente, lo smuove e lo espone nella fragilità che gli è propria, rendendo incompiuto ciò che era compiuto, riscrivibile ciò che sembrava immutabile.

Nel tentativo di ricostruire archeologicamente il mio trentennale rapporto con Pietro Gibellini dovrò quindi necessariamente seguire tale prospettiva, restituendo prove di intonazione più che dati certi e cristallizzati, frammenti di grammatica emotiva più che bozzetti da conservare in teche, consapevole che il passato transita soltanto «di sfuggita. Solo nell’immagine, che balena una volta per tutte nell’attimo della sua conoscibilità», esso si lascia fissare². 

Nella vulnerabilità del tessuto memoriale è comunque indubitabile che l’incontro con lui sia stato e continui ad essere uno dei più significativi della mia vita, avendo determinato un tracciamento, la conformazione di uno stile esperienziale mediante una ‘messa in scrittura’ delle tensioni che hanno attraversato alcuni miei percorsi di ricerca in determinati cicli temporali, dalla giovinezza agli anni a seguire. D’altronde, gli incontri sono pietre d’inciampo che fanno mutare destinazione all’articolazione dei passi dopo la caduta; inscrivono sul foglio bianco tracce sino a poco prima impensate, di cui non si conoscerà mai integralmente la natura. Di sicuro vita, libri e scrittura sono indisgiungibili, al pari di trama e ordito sul telaio, come sostiene il comune amico Giovanni Tesio (aspetto ribadito anche nel recente Viaggio ai margini)³. 

Credo di averlo conosciuto tra la fine del 1995 e i primi mesi del 1996, spinto ad indagare D’Annunzio dopo essermi immerso nei classici greci e tedeschi del programma su ragione e follia previsto dal corso di Filosofia della storia (il primo esami che sostenni, con Umberto Galimberti). Gibellini giungeva a Venezia dopo essere stato ricercatore a Pavia, chargé de cours a Ginevra, contrattista all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Brescia ed aver insegnato negli atenei dell’Aquila e di Trieste. In quel periodo se ne andava da Ca’ Foscari, in polemica col sistema corporativistico dell’accademia italiana, Alfonso Berardinelli («Ho lasciato l’insegnamento a Ca’ Foscari perché non sopportavo di essere chiamato ‘professore’. Non me ne sono pentito. Mi sono stupito semmai di essere rimasto lì dentro così a lungo»4, ha sostenuto in tempi recenti). Nella primavera veneziana del ’95, Massimo Cacciari, allora sindaco, invitò Ernst Jünger a festeggiare i suoi cent’anni (l’invito al ‘pericoloso maestro’ divise la città), mentre a settembre fu conferito il Leone d’Oro, tra gli altri, ad Alain Resnais, l’indimenticato maestro di Hiroshima mon amour (1959). In quegli anni l’ateneo lagunare richiamava a livello internazionale studenti spinti ad ascoltare il filosofo Emanuele Severino, bresciano come Gibellini, il musicologo Giovanni Morelli, lo storico Mario Isnenghi, il latinista Mario Geymonat. Nei corridoi e nelle aule di San Sebastiano, a Dorsoduro, si aveva la sensazione – mi auguro di non cadere nella trappola della retorica nostalgica – di essere in un delta che accoglie l’ondata di piena di fiumi giunti da lontane terre, con i loro multiformi sedimenti. Ricordo una conversazione con Tito Perlini – «marxista critico e figura intellettuale di primo piano nella sinistra italiana anche se voce fuori dal coro», lo ha definito Claudio Magris5 – sull’Estetica di Hegel e su Szondi, con la luce di dicembre che digradava nell’aula deserta, mentre a farci compagnia rimaneva un enorme posacenere da bar con manovella a pressione, riempito dai mozziconi delle sue Marlboro. Al Caffè Rosso, in Campo Santa Margherita, ci si poteva imbattere nella lunga barba di Emilio Vedova, nella fisionomia sottile, pensosa e sorniona di Giorgio Agamben, nella riservata postura di Daniele Del Giudice, nell’aura scabra di Francesco Biamonti. A poca distanza, una sera, nell’Auditorium, in una sorta di sottile, inibita disfida, Zanzotto, Sanguineti e Fernando Bandini lessero le loro poesie a margine di un convegno.  

Gibellini ha contribuito a portare a Venezia un ulteriore ramo d’Europa: un alveo generatosi in terra pavese, nella schola di Dante Isella, Maria Corti, Cesare Segre, in linea di propagazione con la lezione di Dionisotti; un corso riattualizzato e rifunzionalizzato con esiti nuovi proprio da Pietro, il quale lascia in eredità, oltre ad un personalissimo stile di scandaglio della nostra tradizione letteraria, una chiara e ben definita visione connaturata all’insegnamento. Lo spessore filologico ed ermeneutico, il fatto che la sua sia, in molteplici campi, ‘bibliografia di riferimento’ imprescindibile (D’Annunzio, Belli, Porta e molti altri), unitamente all’umiltà, alla capacità di tenere la schiena dritta in acque talvolta torbide (gli impaludamenti generati dalle logiche del mondo accademico) e al reale interesse per le vite degli altri – in primis dei giovani che ha seguito, guidandoli nella ricerca ma al contempo lasciando loro ampio margine di autonomia –, contribuiscono a delineare un magistero, un esempio di lucido pensiero, libero da vincoli e orpelli. Un’indicazione di orizzonti mai pianamente didattica, dispotica o accentratrice; semmai – sulla scia di quanto profilato da Giacomo Debenedetti in Probabile autobiografia di una generazione – un invito a percorrere i sentieri instabili della critica con passo rigoroso ma aperto all’ascolto e al possibile emergere dell’inaspettato: la lente interpretativa non dogmatica, in grado di congiungere sincronia e diacronia, analisi della struttura formale e del contesto storico ove le opere si generano. 

A lezione invitò Giovanni Raboni, Franco Loi, Alessandro Spina, Franca Grisoni e Luciano Cecchinel, facendo germinare dibattiti e confronti continui. In un pomeriggio d’inverno tenemmo insieme una lezione sulla poesia dialettale veneta, alla quale avevamo invitato il muranese Andrea Longega. Il poeta entrò timidamente nell’aula insieme all’attore Lino Toffolo, che in decenni lontani aveva lavorato con Monicelli, Festa Campanile, Samperi, Corbucci, Risi, portando inoltre, negli anni Sessanta, quella spensieratezza malinconica, tutta veneziana, alla ribalta della RAI, con Jannacci e Gaber. 

Personalmente, posso affermare che il lombardo Gibellini ha guidato i suoi studenti ad osservare nuovi, ulteriori profili e screziature della laguna, facendoli addentrare in quel multiforme macrocosmo di umanesimo che nutre la civiltà delle Venezie (con quel passato troppo denso di secoli e troppo ricco di gloria, come sostenne Braudel). Per la storia recente, un pendolo che oscilla dal Notturno dannunziano a Biagio Marin, da Zanzotto – al quale facemmo visita a Pieve di Soligo insieme a Cecchinel e che ci raccontò dei suoi rapporti con Montale (evidenziando l’avversione del poeta premio Nobel nei confronti del volume di Michel David La psicoanalisi nella letteratura italiana) – ai poeti friulani che germinarono dalle polle di quell’inimitabile rivista-laboratorio che fu «Diverse lingue», nata sotto l’egida dell’‘irregolare’ Amedeo Giacomini (tra questi, Pierluigi Cappello, che fu allievo di Pietro a Trieste, prima di abbandonare gli studi universitari). In questo flusso si innesta anche l’esperienza della rivista «Letteratura e dialetti», attiva dal 2008, che appare resistenziale nel suo dar voce alla marginalità delle piccole patrie letterarie – con quell’impasto di dialetti che rende la nostra letteratura un unicum nel regesto delle grandi tradizioni letterarie d’Occidente, come sancito da Gianfranco Contini –, in direzione contraria alle tendenze bibliometriche, sclerotizzate, del nostro tempo. 

Ho avuto la fortuna di partecipare alle opere Il mito nella letteratura italiana e La Bibbia nella letteratura italiana, edite in più volumi da Morcelliana sotto la sua direzione. Lavorare con lui al corpus sui cardini d’Occidente ha fatto riaffiorare alla memoria le parole di Carlo Maria Giulini, il grande, schivo direttore d’orchestra che proprio a Brescia morì nel 2005, le quali possono valere come tratteggio dello stile di conduzione di Gibellini: «Non sono un direttore d’orchestra, ma un musicista che fa musica insieme ad altri musicisti»6. 

Nel 2012 approdammo all’Università di Toronto per un convegno internazionale su letteratura italiana e religione, insieme ad altri amici studiosi, tra cui la compianta Edda Serra, fondatrice e indiscussa guida per quasi quarant’anni del Centro Studi Biagio Marin di Grado, altro polo di irradiazione di culture, con quel suo essere cerniera e soglia tra il mondo veneto-friulano, slavo e mitteleuropeo. L’accoglienza riservatagli fu la conferma che i suoi ‘strumenti critici’ (un fecondo confluire di analisi tematica e di filologia) erano stati adottati anche oltre oceano; in quegli stessi giorni poi, Ca’ Foscari gli conferì il Premio alla ricerca (negli anni gli sono stati assegnati, tra gli altri, anche il Premio Marino Moretti per la filologia e il Premio di storia letteraria Natalino Sapegno). Di quella stagione canadese – contrassegnata da una visita alle cascate del Niagara e dalla raccolta di alcune foglie di acero rosso che conservo in un piccolo taccuino, le cui nervature appaiono ancora intatte – rimane una foto che lo ritrae sorridente, seduto su una panchina accanto alla statua di Northrop Frye: un’immagine che Marialuigia Sipione ed io inserimmo alcuni anni dopo nella miscellanea di studi offertigli dagli allievi che curammo insieme7 e che ci parve sintetizzare la sua attitudine relazionale, basata su onestà intellettuale e ricchezza affettiva. Un’immagine, oggi, ancor più emblematica, di un mondo al tramonto: Gibellini, forse, rappresenta a suo modo un’università che non esiste più o la cui fondativa natura è tenuta in vita da pochi. 

Un’università che non comprende che la letteratura è vita che rimane impigliata in una trama di parole, vita che vive al di fuori di un corpo e quindi anche del tempo, come sosteneva Sebastiano Vassalli, rinnega le proprie secolari radici ed interrompe la catena di trasmissione del sapere umanistico.

In conclusione, rinnovando gli auguri a Pietro per gli ottant’anni da poco compiuti, abbiate la delicatezza di perdonarmi se non sarò stato preciso nelle date o in alcune ricostruzioni, ma «vi sono nella vita eventi e incontri a tal punto decisivi, che è impossibile che entrino completamente nella realtà. Accadono, certo, e segnano la via – ma non finiscono, per così dire, mai di accadere»8. 

1 Relazione tenuta il 20 giugno 2025 all’Ateneo di Brescia-Istituto di Scienze, Lettere ed Arti, in occasione delle celebrazioni per gli ottant’anni di Pietro Gibellini. All’evento, organizzato dall’Ateneo e dal Centro Nazionale di Studi Dannunziani, hanno partecipato Sergio Onger, Elena Ledda, Raffaella Bertazzoli, Nicola Di Nino, Elena Valentina Maiolini, Renato Martinoni, Gianni Oliva, Edoardo Ripari, Giovanni Tesio.

2 Walter Benjamin, Tesi di filosofia della storia, in Angelus Novus. Saggi e frammenti, a cura di Renato Solmi, con un saggio di Fabrizio Desideri, Torino, Einaudi, 1995, p. 77.

3 Giovanni Tesio, Viaggio ai margini. Tra vita e letteratura, Lanciano, Carabba, 2025.

4 Intervista ad Alfonso Berardinelli, di Nicola Mirenzi, in «Huffington post», 21 dicembre 2021. Cfr. https://www.huffingtonpost.it/cultura/2021/12/27/news/come_parodia_dell_intelligenza_cacciari_ha_raggiunto_la_perfezione_-7399103/. Url consultato il 20.06.2025.

5 Claudio Magris, Tito Perlini: una vita da filosofo, «Doppiozero», 12 dicembre 2013. https://www.doppiozero.com/tito-perlini-una-vita-da-filosofo. Url consultato il 20.06.2025.

6 Cfr. Alessandro Zignani, Carlo Maria Giulini. Una demonica umiltà, Varese, Zecchini, 2009.

7 Filologia ed ermeneutica. Studi di letteratura italiana offerti dagli allievi a Pietro Gibellini, a cura di Marialuigia Sipione e Matteo Vercesi, Brescia, Morcelliana, 2015.

8 Giorgio Agamben, Autoritratto nello studio, Milano, nottetempo, 2017, p. 16.