Sulla poesia di Dino Marino Tognali

di Gian Piero Stefanoni

 

Parlare di Dino Marino Tognali è come parlare della Val Camonica stessa, terra da lui raccontata e documentata nelle diverse modalità di una incarnazione appassionata, di una ricerca ora prettamente storico antropologica ora artistica nell’espressione viva di una cultura ricchissima e antichissima a partire da quelle incisioni rupestri che con oltre 140.000 figure finiscono col rappresentare una delle più ampie collezioni del mondo (oltre ad esser state nel 1979 in Italia il primo sito Patrimonio dell’Umanità riconosciuto dall’Unesco). Per questa Valle Tognali, che è stato anche sindaco del proprio paese, Vione, si è infaticabilmente speso sapendo coinvolgere con intelligente lungimiranza anche le più giovani generazioni, lui maestro vivacissimo (Premio del Ministero della Pubblica Istruzione nel 1992) dapprima insieme ai propri alunni in quegli studi sulle tradizioni locali confluite nel volume della Fondazione Besso Viiù…’na olta, poi sempre grazie anche agli studenti nell’apertura proprio a Vione del Museo Etnografico “‘L zuf” (“Il giogo”). Classe 1928 e scomparso nel 2014, resta allora come storico e ricercatore delle tradizioni popolari un punto di riferimento tra i più importanti per la Val Camonica. Le sue numerosi pubblicazioni, le aree di interesse lo testimoniano, da quelle relative al mondo contadino, fino agli edifici ecclesiastici, dei  quali oltre a ricordare il Lunare, in cui ogni anno si divertiva a scrivere di leggende, tradizioni e storia dei paesi della valle, segnaliamo almeno: La mia terra, la mia gente. Storia, leggende e linguaggi dell’Alta Val Camonica, Sulla via del granito.

Eppure, ed è quello che ci interessa in queste pagine, assolutamente inscindibile da quanto appena detto, Tognali è stato anche un autentico e raffinato poeta, di livello egregio per fermezza e penetrazione della parola capace di raccogliere, inseguire ed elevare motivi e urgenze degli uomini nella bellezza e nella fatica di un canto nella forma e nella fatica stessa degli abitanti e dei lavoratori di una terra nel crinale di una contemporaneità sovente dimentica quando non cieca a ciò che dal passato l’ha costruita.

Varrebbe allora la pena ricordare, per illuminare al meglio l’interrogazione di fondo che in lui è andato a caratterizzare anche il dettato poetico, la motivazione al Premio della giuria datogli nel 1992 al terzo concorso di poesia dialettale bresciana: “Premio speciale  per la profonda resa poetica della condizione di isolamento e abbandono tipico delle terre alte e della loro umanità”. Una terra lo ripetiamo la cui impronta, come ricorda in un passo, lo ha impregnato fino negli occhi, a partire dagli occhi allora se nella sacralità del riferimento il verso nelle infinite liturgie dei suoi spazi non fa che espandersi e raccogliersi intorno al suo cuore rivelato, in una dolenza e uno stupore soprattutto, certo, ogni volta primitivi nella frattura di una coscienza però sempre così ben presente alla sua modernità (e questa ci pare la sua grandezza).

Due sono le raccolte, entrambe edite dalla Nordpress di Chiari, la prima Raìs. Parole e immagini del quotidiano, del 1993, la seconda Os.Voci per non dimenticare del 1999. Come la stessa Franca Grisoni ebbe a sottolineare sono già gli stessi sottotitoli a porsi quasi a mo’ di poetica, a indicarci soprattutto le tracce di un percorso che ha nel quotidiano nominare le forme abituali dell’esserci, e dell’abitare la viva sostanza della eterna rifondazione, di creaturale conservazione dell’eterno legame tra gli uomini e il mondo. La lingua allora, quella antica del suo paese, ha allora per lui anche questa funzione di scavo, d’opera di restituzione archeologica di cui si fa strumento perché nel poeta come nell’uomo, a proposito di  isolamento e abbandono, di sguardo il timore nello sgomento è quello di una terra trascurata, a secco, in una parola tradita in cui “ògni v-éce/che me  ‘nciòda/’nde la cassa/lìè na porta che se sèra./E ògni zóen/che ‘l muschèza,/’l se ‘n tamba/ n’ de la ghèba de la bassa” (“ogni vecchio/inchiodato alla cassa/è una porta che si chiude./E ogni giovane/che fugge/si rintana/nella caligine della bassa”)  Così in “La mia tèra”, in un grido levato perché la gente sappia, a spiegare dunque, come espresso con forza nella presentazione al primo volume, la radice di una poesia, raìs appunto, che affondando nel suo mondo mitico tramite la parola sia ancora in grado di far riaffiorare e dar vigore, innervandola, ” alla nostra essenza più vera, più intima”.

Come ricorda Leonardo Urbinati la parlata camuna forse più delle altre parlate bresciane è quella che meglio si presta per sua natura, scelta di termini, e struttura, al timbro pensoso e a tratti tragico che questo dettato ben riproduce (seppure in Tognali accenti di serena liricità, di accolta trasfigurazione non mancano ben intrecciandosi all’alimentazione del registro- come in “Dedica” o in “Zügà a la bócia”, “Giocare a palla”, in cui il bozzetto innocente, d’amore si leva in fuggevole trasparenza). In questa poesia, come nella migliore poesia, la liturgia dell’insieme è dunque anche poesia del frammento che lo simboleggia e compenetra data nell’incalzare del giorno dalla zolla, da quel pugno di terra che lavorato, nel sudore e nella fatica dice la ruga profonda e la speranza dei suoi uomini, e dunque la sua e la loro bellezza. “L’è la mia zènt,/la bàita,/’i sanch de l’òm” (“è la mia gente,/ la bàita,/il sangue dell’uomo”), ricorda a chi- sempre più, distante- vi vede solo un pugno di grano.  Così è del lavoro del pastore (sul quale segnaliamo l’intensa “‘L petaèla”, poesia scritta nel linguaggio gaì dei pastori, in cui all’alba al battere l’ora dalla Chiesa, nell’attesa della preghiera alla Madre, recitando le orazioni inizia a incamminarsi), dello scalpellino (in prosa rinviamo al passo in La mia terra, la mia gente), dello spaccapietre in quella lotta con la roccia, in quel battere e infrangersi delle scaglie e della luce sul volto e sul corpo nell’abbraccio di ricomposizione del giorno, in una disputa, un’ intesa che ha, in questo conveniamo con Mario Pietro Zani, lo stesso infervorare corpo a corpo di Tognali con la parola, col senso stesso di una esistenza spigolosa, a tratti ruvida ma corposamente fertile abbracciata e riportata ad una comprensione senza dominio, di servizio diremmo innalzata le mani ferite, la schiena curva nella pelle graffiata. Con lui. così, anche di questa terra il suo poeta, nella similitudine, in quell’immagine allo spuntare della notte nell’ abbraccio alla pietra l’ascolto del suo grembo, delle “voci/ che vengono dal cuore della roccia” (“ós/ che vè da ‘l cör di crap”) in un’esuberanza a tratti whitmaniana. Religiosità del vivere non edulcorata però, non sorda allora come detto alle dolenze di una condizione anche di povertà e solitudine ma anche qui riportata all’origine di un legame antico, quello di una gente con la sua speranza d’amore nella condivisione degli affetti, e degli affanni nella benedizione che ancora, quotidianamente viene dal pane (poesia del pane potremmo chiamare allora quella di Tognali), da quel pugno di grano segnato come dalla benedizione di quella madre  in “‘ L dé del pa”(“Il giorno del pane”) con la croce sulla pasta lievitata pregando “con la cadenza del paese” (“cu ‘na gòrga de paés”) la fronte rugata di solchi a rodere con dolore di lame, in quell’odore d’emigrazione appena di là della siepe.

Sempre i suoi ritratti infatti hanno la corposità degli interni e degli spazi che vanno a definire le figure raccontate, nella reciproca determinazione di uomini e cose, di uomini ed elementi nell’approssimarsi insieme della vita e della morte, di paesi come il suo ormai  “senza sogni e senza stelle” (“sènsa ‘n sòmie/senza stèle”),  stretti tra i rimorsi e le tristezze di un tempo in cui è difficile essere uomini, nell’immagine di sempre le donne ferme inginocchiate tra fatica e preghiera (“Settimàna Santa”). Una terra, una valle (uno scrigno) da lui attraversata e riportata nella veglia delle sue attese e  delle sue visioni,  dalle vetrate, dai sentieri (terra e tempio ritornando sempre), fino come scritto, nella promessa mantenuta, a lasciarsi scivolare adagio “‘nde le ghéde spalancàde/de la tèra” (“nel grembo spalancato/ della terra”), nella carezza a quelle spighe vigorose “che ‘l carèssa la tómba/de na fómna/écia cuma ‘ l mónd”-“che accarezzano la tomba/di una donna/vecchia come il mondo” (“Tomba de muntàgna”).

Poeta Tognali, in conclusione, di cui ci auguriamo a qualche anno dalla scomparsa venga allargata la fortuna e l’attenzione critica, non solo locale evidentemente, meritando il suo percorso nell’attenzione la dignità cui chiama, a partire allora dalla riedizione delle sue opere, aldilà delle biblioteche, ormai introvabili. Con questo invito ci lasciamo dando spazio ancora ai suoi versi nella chiusa a quel testo, “Messa Prima”, che ben rappresenta l’amore e la remissione a una terra, e a una montagna, il Bles, eucaristicamente cantata:” ‘‘N s’è a l’Eleasiù.//La poiana daèrta/la sposta ‘l messal/tra le cime/e i camócc i sbadàcia/i oremus/sö ‘nvers l’altar./‘N sam de pernìs/‘l ciàcola salmi/dólcc e lizér/ch’i sfióra cu ‘l fià/‘l blö de zensiana.//‘Nzinucià/sö ‘l pülpit de còrne/scólte la mèssa prima”(“È il momento dell’Elevazione.//La poiana aperta/sposta il messale/tra le cime/e i camosci sbadigliano/oremus/rivolti all’altare./Uno stormo di pernici/intona salmi/dolci e lievi/che sfiorano d’alito/il blu di genziana.//Inginocchiato/su un pulpito di rocce/ascolto messa prima”).