Suite Etnapolis di Antonio Lanza. La città commerciale e i suoi riti

Recensione di Maria Gabriella Canfarelli

 

Ricòrdati di santificare la merce, sembra suggerire il poemetto in versi e in prosa Suite Etnapolis (Interlinea, 2019) di Antonio Lanza. Luogo di ritualizzazione è il centro commerciale, moderna agorà delle merci e regno del negotium; spazio concluso, ventre di cemento e vetrate in cui le voci umane sono brusìo di  sciame in transito, suoni che non ascolti. Nel compatto dettato di Antonio Lanza, tra ironia e sarcasmo, empatia per chi nel centro lavora prende corpo una diffusa realtà impoetica dei nostri tempi.

Strutturato in giorni di lavoro il libro si apre sulla Domenica (un tempo dedicata al riposo) e sulle commesse, sulla vita cieca, automatica, alla gestualità ripetitiva: alzare saracinesche, avviare i computer, le casse dell’ipermercato alimentare destinato a iper famiglie; per ciò è santa e benedetta la domenica di Etnapolis, / santo il profitto santo lo sfruttamento santa la pena. Per i clienti il rito d’apertura è magia di luci accese, della voce degli altoparlanti, della musica martellante di cui si segue la scia per arrivare alle vetrine dei negozi, il vetro di separazione tra pulsione e realizzazione di questa: cola dai lucernari umana /una luce dietro cui Etnapolis per ora/ un passo indietro si ritrae a/trattenere fiato e incantamenti davanti ai  manichini, surrogati umani dall’aria pensosa/(…)/congelati/in pose svagate  sembrano osservare chi li osserva dimezzati dal tronco in giù, chi ne osserva le teste capellute oppure calve, simili a uniformi teste metafisiche. Il cliente è la preda da sedurre, conquistare con  accattivanti strategie; imbozzolato in una luce artificiale deve essere (ed è) sempre rassicurato che tutto/ funzioni, confini certi, / che il sapone nei bagni,  (…) /(…)  che le eventuali informazioni, / che i prezzi ben esposti, che tutto / torni – come in una gabbia.

La scrittura potente, aspra, efficace di Antonio Lanza fruga dal di dentro il malessere di chi, attraverso la sua voce, si racconta con monologhi o brevi dialoghi o flussi di pensiero che sottolineano il disagio e talvolta la rassegnazione allo sfruttamento di colei/colui che un arido linguaggio aziendale oramai definisce ‘capitale umano”, ‘risorsa’ e non persona. Il tempo è compresso, scandito da ritmi ossessivi, ripetitivi; di conseguenza anche la comunicazione, parca, già stanca davanti al caffè risente della fretta che tallona la pausa post-prandiale; tutto è asfittico, claustrofobico, artificiale come l’aria e la luce d’interno, tutto è Etnapolis di etnapolis, anche la cassiera Daria dagli occhi consumati/ come gomme da cancellare / e allora prostriamoci, tra sé si infuria, a questo dio (…); e ancora: come mi duole Etnapolis, come manderei / vita e lavoro a gambe all’aria; asciugata la sera / fino al nocciolo legnoso, come mi trapassa l’ansia; e la guardia giurata, baffi e capelli bianchi, che pensa un altr’anno di collera /(…), di turni di dodici ore/ (…)/ (…)/ e potrò dire di averla spuntata; Samuele che spera di cambiare lavoro; e Laura, infortunata (Una lesione ai tendini) ma costretta a lavorare, a rassicurare: i clienti, /(…) li posso benissimo seguire/ anche con una mano sola / (…)/ non c’è rischio che qualcuno vedendomi / s’impressioni o s’indigni al punto / da non comprare. (…)/(…)/ ci mancherebbe, lo so – sono / cazzi miei). E dopo la chiusura, dopo la conta del profitto arrivano Le silenziose donne delle pulizie, volti di indurite madonne in camice giallo conservano premute all’ombra/ il capogiro di un mattino ubriaco, /memoria di un caffè lasciato al tavolo.

 

Antonio Lanza (Paternò –Catania, 1981) si è laureato in Lettere Classiche con una tesi sulle riviste letterarie catanesi d’avanguardia di inizio Novecento. Sue poesie sono apparse online sulla rivista L’EstroVerso, con la quale collabora, e su Carteggi Letterari, Via Lepsius, Nazione Indiana, Nuovi Argomenti, Poetarum Silva, Le parole e le cose, Atelier e sul blog Poesia di Luigia Sorrentino. Nel 2015 una selezione di testi tratti dalla Suite è confluita in Quadernetto di poesia contemporanea (Algra, a cura di Grazia Calanna e Orazio Caruso). Nel 2017 pubblica le prime quattro sezioni del poemetto in Poesia contemporanea. Tredicesimo quaderno italiano (Marcos y Marcos, prefazione di Fabio Pusterla).