Su “Insorte” di Anna Maria Curci

Nota di lettura di Ombretta Ciurnelli

 

Anna Maria Curci è tornata a farci dono della sua poesia con la raccolta “Insorte”, classificatasi al 2° posto nel Premio per silloge inedita “Pietro Carrera” 2022 e pubblicata nella Collana “Ormeggi” de Il Convivio Editore (Castiglione di Sicilia – CT).

Il titolo dell’opera può creare attese diverse perché, se participio passato di ‘insorgere’, suggerisce un risveglio oppure una ribellione contro esclusioni o ingiustizie, ma, se inteso come “in sorte”, rimanda al corso del destino o, come scrive Giuseppe Manitta nella nota critica in bandella, al nostro «stare nella sorte, in mezzo alla casualità».

In poesia le ambiguità linguistiche possono creare sintesi inattese o aprire fessure nel confuso e multiforme caos del vivere, pur tra la diversità di pronunciamenti e di contesti di riferimento, aprendo imprevedibili vie di fuga. C’era ambiguità anche nel titolo della raccolta di quartine, Nei giorni per versi (Arcipelago itaca, Osimo), che Curci ha pubblicato nel 2019, in cui i giorni, anche quelli “perversi”, in un insieme di frammenti che compongono quasi un diario, sono narrati attraverso la poesia (per versi).

Sono modalità espressive ricche di implicazioni attraverso cui l’Autrice «sonda i territori umbratili della parola […], quelli che stanno sul limite e permettono ambivalenza o plurivalenza, individuando un elemento sostanziale della poesia e della lingua: la polisemia» (G. Manitta). In tale dimensione possono rientrare anche alcune espressioni,  come  bugie pietose e attese stupefatte che appare nell’esergo o, altrove, parete dura o membrana sottile, robustezze incerte o il titolo stesso della prima sezione della raccolta, Tragedia e idillio, a ricordare, secondo diverse declinazioni, il doppio che è proprio della vita, nel suo multiforme e variegato svolgersi in un’altalena tra poli opposti (luce-buio, dolore-gioia, vita-morte, libertà-potere) e nella ricerca attraverso la parola che «rimane sempre vestita di luce e di buio» (G. Manitta).

La raccolta “Insorte” si articola in tre sezioni: Tragedia e idillio, Quando tace il latrato, Tolle, lege. Nella prima sembrano dominare figure archetipiche a sottolineare da un lato l’importanza della bellezza e della parola e dall’altro lo scontro tra forze irriducibili che è di ogni tempo e di ogni storia. Ed ecco, a declinarne diverse sfaccettature, Psyche, la Sfinge, Kore, Creonte e con lui, come emblema della ribellione contro il dominio ingiusto, Antigone che sotto la calce, si fa voce smorzata / di chi raccolse spoglie. A questo proposito si ricorda un’intensa quartina  in Nei giorni per versi che fa luce sul significato della ricerca di Curci: Fammi essere Antigone, ti prego, / se ancora a questo gioco vuoi giocare. / Io raccolgo le spoglie abbandonate. / A te lascio i trofei da conciatore.

Anche elementi della natura sono occasione di riflessione come l’elce, dai nomi contrastanti (elce e “quercus ilex” – quercia di pietra), ad attestare, insieme alla robusta forza dell’albero, anche la capacità di proteggere o la dolicopoda di una lirica di Yeats, un insetto lucifugo, privo di ali e con zampe molto lunghe, che si fa simbolo della ricerca che si spinge nel buio e nel profondo e, infine, c’è anche il bosco bruciato in cui ribelle inizia la torsione, ma soltanto chi ferma il passo scorge il verde che torna a spuntare.

Da un lato l’Autrice racconta  il male, la sopraffazione, la violenza e l’abisso in cui sprofondano le vittime spinte da un desiderio cui si tagliano inesorabilmente le ali (brama coatta), ma dall’altro contempla la possibilità di riemergere  dall’abisso: se il canto del poeta esprime la pena, che è memoria dolorosa […], può darsi che, come in una catarsi, penetri nelle fessure del dolore e riemerga, con licenza di amare; altrove può esserci chi  esplora le anse e i fondi del volere, recuperando il filo e la parola.

Anche nella seconda sezione, Quando tace il latrato, si affronta il tema del male, questa volta quello coperto da bugie. Si tratta di ben note vicende che hanno profondamente segnato la storia del nostro paese, come le stragi di Ustica e di Piazza Fontana o le uccisioni di Giorgiana Masi e di Padre Pino Puglisi, vicende in cui, in un carosello di depistaggi e in complicati giochi di potere, gocciano le bugie nei candelabri / per un desco imbandito e imbandierato in cui la verità non è altro che uno specchio ustorio / parabola a difesa dell’assedio. È compito della scrittura e, quindi, della parola trarre da dolori, ingiustizie e sopraffazioni riflessi, come recita il distico della poesia Trakl, dedicata al poeta austriaco Georg Trakl (1887-1914): Da quel dolore nelle fenditure, / stani il riflesso, tavolozza spieghi, sebbene in Sottotraccia, la lirica che conclude la sezione, il porsi contro l’occultamento di scomode verità sembri percepito come controcanto a pifferi e trombette o come bisbigli a colpi lievi / da muro a muro / mentre fuori è farsa.

Il titolo dell’ultima sezione, Tolle, lege, rimanda a un episodio narrato nelle Confessioni di Sant’Agostino: la scoperta della parola. Ciò nell’intento di affermare un ideale di vita e di coerenza, nonché la volontà di sciogliere catene, di uscire dagli abissi e, come recita la lirica Fratello mio, tu caro, di risalire con forza e determinazione il corso che ci è dato “in sorte”: Fratello mio, tu caro / pur se è finito il gioco / risaliremo il corso / su zattere, su chiatte […] dimentica l’apnea / la resa, andare a fondo / prima del salvataggio.

Se la parola e la poesia possono condurre ai varchi e alle fessure in questo nostro «stare nella sorte in mezzo alla casualità» (G. Manitta) anche piccoli gesti – “piccoli” solo in apparenza, perché densi di significato – come il salutarsi oppure il camminare a fianco, tra narrare e narrarsi sono vie da percorrere perché caparbia spunti la riconoscenza, come recita la breve e intensa lirica E ogni giorno.

Anna Maria Curci vive la poesia in una coralità di voci di poeti e scrittori che accompagnano e sostanziano il suo ricco percorso di ricerca. Con loro sembra stabilire, a volte, un dialogo diretto oppure da loro muove nel suo dire, quasi in una catena ermeneutica della poesia, ricordando intense letture e profonde intese attraverso epigrafi, eserghi o dediche: da Georg Trakl a W. B. Yeats, da Simone Weil a Jolanda Insana, solo per citarne alcuni.

A volte nel leggere i versi di Anna Maria Curci si può essere colti dal panico della «non comprensibilità», sia per lo stile asciutto, che nulla concede a orpelli, in una narrazione ridotta all’essenziale, a volte in passaggi analogici non sempre facili da sciogliere, sia per la levigatezza e pregnanza della parola sia, infine, per la particolare ricchezza del tessuto culturale di riferimento. Ma tentare di seguire e capire un percorso complesso, a volte, si risolve per il lettore in una sfida  che non manca mai di arricchirlo, di aprirgli varchi, creando echi e consonanze.

A conclusione di questa nota di lettura piace riportare le parole della stessa Autrice, apparse in un blog nel 2020 (vivianascarinci.blog) che sembrano dar ragione in parte di quanto detto in questa nota: «avvertire anche dolorosamente il conflitto, l’agone, non sopprime il desiderio. Tutt’altro: un desiderio non esaudito non è una perdita, è un valore aggiunto ha affermato in più occasioni la scrittrice Felicitas Hoppe. Di questo valore aggiunto del desiderio si nutrono i sensi desti alla parola, sguardo e ascolto attenti a cogliere tracce dell’ideale agognato nel fenomeno, assorti e tenaci nel perseguire “serena irrequietezza”».