Su “Fortissimo” di Matteo Bianchi

Recensione di Roberto Dall’Olio

 

«Fortissimo intende essere un omaggio a Camillo Sbarbaro e al suo Pianissimo, a un approccio al magma poetico tanto controllato – per l’estremo rispetto nei confronti della lingua – quanto irrinunciabile e vacillante come una fiamma».

Così esordisce il poeta Matteo Bianchi a una domanda circa la natura musicale della sua nuova raccolta in versi, edita da Minerva. E come non affidarsi alla sua stessa parola, ma ritengo che, al di là delle molteplici risonanze presenti nei testi, la poesia del nostro autore sia soprattutto uno svolgersi di una lotta con il vuoto, oltre a un’ansia del vuoto e di vuoto: «Purtroppo non c’è barriera che tenga il vuoto, se non alla stregua del malessere: ognuno gli dà un nome, fa come può, come gli è capitato. I più fortunati riescono a immaginarlo con l’ultimo sorriso». Si tratta di una chiara confessione oltre che di una limpida prosa poetica che caratterizza una cospicua parte dell’opera. Quest’ultima figlia della poesia arcigna di Montale e di Eliot, de La terra desolata e dei «cocci aguzzi di bottiglia», di «un giorno andando in un’aria di vetro, arida, rivolgendomi…». Ma è anche genesi del suo tempo scriteriato, antinomico, buffo, ironico, tragico, esiguo. Un tempo interrotto, questo, dell’epoca senza principio e senza principi, della fine dei grandi racconti, delle grandi ideologie. Una poesia colta e popolare al contempo, stratificata e disarmata, una poesia della siccità contemporanea, da intendersi in senso climatico quanto metaforico.

Lungo il cammino desertificato e desertificante di Bianchi si incontrano oasi dove l’amore può finire e deve rifiorire. È un canzoniere amoroso, a suo modo, e l’amore più di ogni altro sentimento umano è aperto al tutto e al nulla. Non a caso, in calce il poeta dedica il testo a M. «per l’ennesima possibilità». Ma una possibilità non può essere ennesima. Essa è una e una soltanto. Dunque la natura dell’amore si riverbera fortissimo nelle liriche di Bianchi, abile giocoliere dell’equilibro svitato. Però non si creda, non si rimane illesi dopo aver “trafficato” con l’amore e con un lirismo del genere. È un tema davvero capace di stravolgere e mutare il poeta che lo affronta. Dopo l’attraversata non si può più essere quelli di prima. Ecco che affiorano nuovi e vecchi entusiasmi, che dilagano strane disillusioni:

 

L’alba di Ladyhawke

 

Tu:

«Se scrivessi una poesia

non cambierebbe qualcosa,

fingeresti solo di aver risolto».

 

Io:

«Ognuno ha la sua droga».

 

(Il bluff della complessità)

 

Il titolo del suddetto componimento offre un palese riferimento al canzoniere di Michele Mari, Cento poesie d’amore a Ladyhawke. Non è affatto casuale per la drammaticità, il linguaggio contraddittorio e originale, l’incompiutezza e il senso di aver compiuto, il realismo, la nostalgia, la mancanza e l’assolutezza con cui Mari/Bianchi si confessa/no. Il cuore messo a nudo? …mah, si tratta non di una poesia ingenua quanto sentimentale, per rifarsi alla celebre distinzione di Schiller. Rimbomba una potente riflessione sul desiderio e sulla figura mitica di Orfeo, quanto su Euridice: «Orfeo si è girato perché non ci credeva abbastanza – codardo – io sì […] Io resto e resterò persino muto, se sarà necessario». Esiziale.