Stregati da un insolito bel libro

L’affascinante viaggio nell’immaginario popolare dei Castelli Romani e non solo di Maria Pia Santangeli
Maria Pia Santangeli è una strega. Sì, come una di quelle che un tempo si impadronivano dei cavalli, li cavalcavano per tutta la notte sfiancandoli e che i malcapitati padroni trovavano sudati ed esausti al mattino. Con le sue storie Maria Pia mi ha letteralmente “cavalcato” ed io non ho proprio potuto sottrarmi alla incantagione dei racconti del suo “Streghe, spiriti e folletti” (Edilet, Roma, 2012, euro 12.00). E l’ho letto avidamente, appassionandomi e così penso accadrà a chi avrà la fortuna di acquistarlo e leggerlo.
 
Per incanto, leggendolo, mi sono sentito rituffato nelle atmosfere cupe della mia infanzia garganica, non molto dissimile, per racconti, personaggi più o meno fantastici a quelle che rivivono nei testi di cui è intessuto questo affascinante viaggio nell’“immaginario popolare dei Castelli Romani e non solo” (come opportunamente informa il sottotitolo).
 
Subito dopo la guerra, per noi bambini era dura, sia in casa che fuori. Insieme con i molti bisogni scarsamente soddisfatti (cibo contingentato, calore solo dal grande braciere; solo i più fortunati avevano il focolare; geloni per noi, reumatismi per i grandi, ecc.), noi bambini, oltre che dalle prepotenze di quelli più grandi di noi, dovevamo proteggerci, già in casa, dai paventati dispetti degli scazzamuredde che potevano calarsi a sorpresa dalle travi sul nostro giaciglio; sotto il letto poteva nascondersi (se non eravamo stati buoni) u paponne (un’entità minacciosa – forse un orco? – di cui non ho mai potuto avere una descrizione attendibile). A proposito di costui mi è tornata alla mente questa invocazione minatoria che ci veniva recitata da mamma perché ci ficcassimo subito sotto le coperte: “Madonne ohi Madonne, sotte u lette ce sta u paponne!” E noi renitenti a guardare sotto il letto, obbedivamo. Come se non bastasse, nell’unica stanza buia della nostra casa potevano manifestarsi gli spirde (gli spiriti); qualche morto di famiglia, che incautamente avevamo nominato durante il giorno, poteva venire a “sciuppàrece i cirre” (strapparci i capelli); ovviamente l’angelo custode e il diavolo in lotta con lui aleggiavano anch’essi accanto al capezzale e, per sopraggiunta, con loro anche le “anime dei morti”. (Tutte queste entità ed altre ancora, con sfumature diverse di luogo in luogo e sagacemente selezionati dalla Santangeli intessono il suo racconto a più voci).
 
Fuori casa naturalmente i pericoli per noi bambini, se possibile, si accrescevano: gli zingari che rubavano i bambini; al calar della sera e allo spegnimento dell’illuminazione pubblica (alle 22), soprattutto quelli che incautamente tardavano, oltre alle botte dei genitori dopo essere rincasati, potevano fare brutti incontri con le anime inquiete dei morti ammazzati (soprattutto quelli impiccati con una pietra al collo nei pozzi), con i fantasmi, con i lupenare.
 
Di streghe, fantasmi, briganti erano popolati i racconti degli anziani di un tempo e di questi (tratti dalla tradizione dei Castelli e del resto d’Italia) sono animati gli agili capitoli del libro della Santangeli che sa tenere sempre desta la nostra attenzione con una prosa essenziale ed efficace senza pesanti disquisizioni demologiche.
 
Per incuriosire ancor più i lettori ricordiamo gli intriganti titoli di cui si compone il libro: Streghe e pantasime; Misteriosi racconti di streghe, gatti e scope; Fantasie terrificanti, tenebrose e solari, diavoli, lupi mannari e “u grassu magru”; Rimedi contro la paura; L’Anime Sante aiutano; Folletti; Chiocce d’oro, tesori nascosti e briganti; Spiriti; Alla fine bisognava andare a letto; e infine un’Appendice (con la fiaba, inedita, della tradizione orale di Rocca di Papa “L’Ominicchiu e l’omaccione).
 
“Dare una veste scritta a questi racconti della tradizione orale, cercando di ricrearne il fascino, senza tradire la semplicità e la concisione della narrazione popolare, è il tentativo di questo libro” afferma l’autrice nella sua Premessa (poetica, nostalgica, ma con la giusta misura, e con la consapevolezza di ciò che ci distanzia dal nostro pur recente passato).
 
Obiettivo riuscito, ci sentiamo di affermare, senza tema di essere contraddetti da quanti avranno la ventura di leggere questo libro. 
 
Come si conviene ad una studiosa appassionata quanto documentatissima, al termine del volume è riportato (oltre alla vasta bibliografia essenziale che svela il largo raggio della sua indagine) il lungo elenco delle fonti orali, distinguendo i narratori, dagli informatori, dagli autori citati, non omettendo di ringraziare tutti coloro che, a vario titolo e in qualche pur minima maniera, hanno contribuito alla sua ricerca-narrazione.
 
Di Maria Pia Santangeli ricordiamo, con piacere e riconoscenza, i pregevoli: Rocca di Papa al tempo della crespigna e dei sugamele e Boscaioli e carbonari nei Castelli Romani, entrambi editi dalla benemerita Edilazio.
 
Deformazione “professionale”? Abbiamo molto apprezzato il sapiente uso del dialetto sempre funzionale alla migliore resa della narrazione. Alcuni pochi esempi: Rengrazia Diu, che mamme ta t’ha rutatu (ha mangiato la ruta); È stata’a stréa!; So’ crini o zurli? (sono crini o capelli spettinati?); No mme revelà o Non m’appalesà (non rivelare che sono una strega); …come se fa u grassu magru? Te ’ppiccano all’arboru pe’ i piedi, a capu giù, e te dau fuócu ai capelli…; Madonna mèa, masséra ’o sa’ i lopi penari (lupi mannari) che rèscenu da’e case…; Faie ’o carbò mmorzatu (tizzo ardente spento in un bicchier d’acqua), che ammazza’a paura… e via dialettando.
 
Tutto il libro è percorso da una preziosa vena dialettale, con parole desuete che la Santangeli sa collocare negli snodi cruciali della sua narrazione e, salvandole, le richiama quasi a vita nuova.
 
Vincenzo Luciani