Sabato 13 dicembre 2025 presso Auditorium “O. FALLACI” a Castelferretti (Ancona) si è tenuta la presentazione del libro “Poeti nei dialetti delle Marche fra Novecento e Duemila” di Francesco Piga (Edizioni Cofine).
Mauro Pierfederici ha condotto con garbo l’evento coordinato da Fabio Maria Serpilli, organizzatore instancabile e ammirevole.
In questo straordinario incontro con la poesia nei dialetti marchigiani sono risuonati i versi dei 9 poeti antologizzati sia di quelli viventi che di quelli che non sono più con noi antologizzati nel libro.
Davanti a un pubblico interessato e attento autori e attori hanno interpretato alcuni testi presenti nel libro.
Testi poetici di Franco Scataglini sono stati declamati da Mauro D’Ignazi, di Odoardo Giansanti detto Pasqualon da Paolo Cappellone, di Gabriele Ghiandoni da Sonia Pedini, di Leonardo Mancino da Fabio M. Serpilli, di Anna Elisa De Gregorio da Alessandra Mannini.
Hanno letto proprie poesie i poeti in Antologia presenti: Nadia Mogini, Maria Lenti, Rosanna Gambarara e Fabio M. Serpilli.
Il pubblico ha sottolineato con applausi la lettura dei testi dei grandi poeti della letteratura dialettale marchigiana.
Nel suo intervento l’editore Vincenzo Luciani ha esordito dicendo che il suo compito principale era di contribuire a convincere della utilità di leggere questo libro di 224 pagine …naturalmente dopo averlo acquistato.
Un libro, risultato della fatica di tre anni, un meticoloso punto di vista di un critico NON marchigiano sulla poesia della Regione tra il Novecento e il Duemila, un lavoro critico originale perché di diversi autori esamina anche la produzione in lingua italiana.
Un esaustivo apparato critico e biobibliografico sostiene la ricerca sugli autori di poesia più rappresentativi della regione Marche, nove poeti dialettali tra loro differenti per struttura ritmica e contenuti.
L’Antologia dei poeti marchigiani, si affianca alle antologie già pubblicate da Cofine sui poeti nei dialetti napoletano, abruzzese, romagnolo, friulano e ligure (presenti in PDF scaricabile gratis nel sito poetidelparco.it) e quelli sui poeti veneti, umbri.
Fabio Ciceroni (decano dei critici marchigiani) nel suo intervento, dopo aver evidenziato la caratteristica plurale delle Marche e dei dialetti marchigiani, e l’influenza del variegato paesaggio sulla poesia della regione e che la poesia dialettale non è secondaria rispetto a quella in italiano ha concluso: “Qui, questa sera si respira vera cultura e letteratura. Il nostro è un tempo di grande difficoltà e questa serata con la sua carica musicale ci infonde una malinconica speranza“.
Fabio Maria Serpilli ha concluso ringraziando tutti i presenti e quanti hanno collaborato alla realizzazione ed alla riuscita dell’evento.
I POETI IN ANTOLOGIA
ODOARDO GIANSANTI detto Pasqualon
(Pesaro, 1852-1932)
Odoardo Giansanti, con i suoi numerosi versi tra Ottocento e Novecento, è il capostipite della poesia dialettale marchigiana. Ha il merito di aver inventato un linguaggio dialettale fortemente espressivo: rielabora il dialetto pesarese del paese e della campagna, inserisce versi in italiano e aggiunge termini di varie regioni, riprende vocaboli e citazioni dalla tradizione letteraria dotta e da quella orale. Ha composto quattrocento poesie di circa cinquantamila versi, che evidenziano le dolorose vicende della sua esistenza, la sofferenza del vivere; dice di se stesso: «Cegh, zop, matt, a so tutt me».
Inizia a scrivere versi in dialetto nel 1885, tra le mura del manicomio, che chiama «el palazz d’inverne». Qui, coinvolto nelle iniziative culturali sotto la direzione del professore Cesare Lombroso, è affascinato dalle recite di poesie, e da favole e dialoghi con protagonista un contadino detto Pasqualon. Uscito dal manicomio con nuove energie fisiche e interiori, declama i suoi versi nelle piazze e nelle vie di Pesaro. Lo fa con gesti teatrali e con voce tonante, vestito in modo eccentrico, una lunga palandrana nera, cappello a cilindro e bastone, un organetto in spalla, accompagnato dal cagnolino Bobi; diventa famoso, le sue poesie sono stampate su fogli volanti. È circondato da gente di ceti diversi e di ogni età, che lo ascolta interessata, rispettosa e divertita. Ai racconti comici e satirici alterna vicende autobiografiche, scorci di vita cittadina e fatti di cronaca.
Rielabora testi del Trecento, storie della novellistica e delle cronache medioevali e rinascimentali, canti carnascialeschi, episodi delle commedie rusticane, soprattutto delle Marche tra 1500 e 1600, testi settecenteschi, fiabe popolari di area anglosassone, alcuni aneddoti letterari di origine orientale, e altri presenti nella cultura popolare ebraica. Li rivisita con l’immaginazione, li filtra attraverso una forte sensibilità e un carattere malinconico. Nell’ultimo decennio del secolo la sua satira sociale e di costume si fa più mordente contro l’attualità nei vari aspetti, dalla disparità tra la vita dei ricchi e quella dei poveri alla vanità e al lusso esagerato della moda femminile, dall’ipocrisia di certi cattolici alla cattiva educazione dei padri verso i figli. Denuncia i ladrocini dei “birbacion”, l’incapacità di ingegneri e costruttori, la grettezza di cittadini e villici.
Il suo forte carattere etico e l’impegno civile lo portano a richiamare i valori del buon tempo antico. Sa che «par fè el ver italien» è necessario avere più coscienza e più istruzione: con le recite dei suoi versi pensa di contribuire ad educare gli ascoltatori. Diviene famoso e i suoi versi sono conosciuti e recitati. Le poesie scritte nel primo decennio del Novecento, nei fogli volanti che ora portano sul retro inserzioni pubblicitarie, trattano anche temi di politica nazionale sui mutamenti della società di inizio secolo, divenendo anche documento storico, testimonianza di una comunità che cambia con l’avvio del progresso tecnologico e dell’industrializzazione.
Alcune sue poesie per bambini sono in sintonia con le direttive della riforma scolastica, emanata dal Ministro Gentile per valorizzare le parlate locali e le tradizioni popolari, e per far conoscere agli alunni delle scuole elementari la poesia dialettale. Oggi una statua a Pesaro lo rappresenta nell’atteggiamento consueto, con i suoi elementi caratteristici, la tuba, la fisarmonica, accanto il cagnolino Bobi.

FRANCO SCATAGLINI
(Ancona, 1930 – Numana, 1994)
Franco Scataglini è considerato uno dei maggiori poeti del Novecento italiano per i contenuti delle opere e la raffinatezza dello stile.
Dopo la pubblicazione, nel 1950, della sua prima raccolta di versi in italiano, Echi, echi come risonanze di rimandi letterari, studia varie discipline culturali, che influiscono molto sulla sua poetica. Si interessa alla Scuola di Francoforte, in particolare alle teorie di Adorno, con la critica al marxismo e al capitalismo, al positivismo e alla sociologia, con la consapevolezza dei limiti della ragione, con una visione pessimistica e nichilista, con l’utopia di una redenzione ebraico-messianica, e con la concezione reazionaria di un «anti-linguaggio». Attraverso le opere di Walter Benjamin mediterà sul problema della lingua, che permette di nominare le cose e comunicare la propria essenza spirituale, sull’ebraismo, sull’importanza delle allegorie e sulla storia da considerare dal punto di vista dei vinti. Lo influenza inoltre la lettura di Simon Weil con i concetti della sofferenza e dell’etica, della contaminazione di storia e mito. La lettura delle poesie in dialetto di Pier Paolo Pasolini è fondamentale perché lo indirizza nella ricerca linguistica e lo porta a considerare l’importanza della lingua volgare, ad utilizzarla in forma poetica, con la musicalità della tradizione trobadorica. Nell’uso del dialetto periferico di Casarsa, Scataglini vede la rottura con le convenzioni linguistiche novecentesche e l’attenzione al destino degli emarginati che si esprimono in dialetto.
Si va così a caratterizzare la sostanza e lo stile delle poesie di Scataglini che con le raccolte degli anni Settanta, E per un frutto piace tutto un orto e So’ rimaso la spina, inizia a comporre in un dialetto originale, con forti corrispondenze tra il vernacolo anconetano, reale e inventato, con poco scarto rispetto all’italiano, e la lingua poetica trobadorica e duecentesca, che ritiene abbiano le stesse radici. Per il poeta il dialetto, al contrario dell’italiano attuale lingua «frigida» nell’uso letterario, ha un valore che va al di là della comunicazione, è un fatto esistenziale più che linguistico, fuori dal tempo e dallo spazio, con appartenenza all’immaginario, al primordiale, capace di esprimere valori dello spirito e della cultura.
Con questo dialetto dalla musicalità «antiga» che, in una molteplicità di allegorie e simbologie, tiene uniti contenuti alti e bassi, scritto e parlato, Scataglini riflette sulla condizione umana, dell’uomo fragile con le sue illusioni, malinconie e sofferenze, senza poter conoscere l’essenza delle cose, privo di speranze, perso nel vuoto, con il pensiero della morte e l’amore per la vita.
Negli anni Ottanta intensifica le letture dei filosofi esistenzialisti e dei mistici della Trascendenza, che associa all’analisi psicologica e alla psicanalisi. Pubblica Carta laniena e Rimario agontano, dove evidenzia la consapevolezza della brevità e della fragilità della vita, l’incontrollabilità del destino, la solitudine sempre più malinconica. La poesia si fa frammento, con quartine di rime alternate, scheggia in cui si insinuano visioni sempre più ridotte.
Il rifacimento in marchigiano di una parte del poema medievale Le Roman de la Rose, fatto con grande capacità di reinvenzione linguistica e con l’aggiunta al dialetto arcaismi, termini latini e parole del parlato d’oggi, mostra il suo interesse per la poesia provenzale, per il mondo trobadorico che sa essere alla base della tradizione letteraria colta. Vi trova elementi che sente propri, dal sogno alle figuralità allegoriche.
Nella raccolta postuma, El sol, del 1995, i ricordi lo riportano, fanciullo solitario e inquieto, nei luoghi del passato, escluso dalla comunità contadina, in un rapporto complesso con i famigliari, afflitto dai primi turbamenti e dalle inquietudini, mentre già avverte sollecitazioni che trascendono. Negli ultimi versi la memoria si limita a custodire labili presenze, subentra il pensiero della morte, mentre la visione della natura e dei luoghi con le presenze umane fa immaginare un tempo circolare, da eterno ritorno.
In sintonia con la sua poetica è l’attività pittorica; nei dipinti, come nei versi, si percepiscono inquietudini e smarrimenti esistenziali. Le numerose immagini di angeli decaduti e antipapi sono pervasi dalla religiosità, da quel sentimento acquisito dall’educazione cattolica dell’infanzia, poi corrosa dal dubbio. E’ una pittura determinata dalle teorie di Klee e dall’ammirazione dell’arte bizantina e dei pittori marchigiani. Dice di aver pensato che «la dialettalità – in termini pittorici – potesse rintracciarsi, almeno come climax, negli ex-voto di tante piccole chiese sparse nell’entroterra rurale delle colline marchigiane.
Scataglini è stato inoltre tra i primi e più attivi di coloro che hanno contribuito alla rinascita della regione, formando agli inizi degli anni Ottanta, ad Ancona, il gruppo di “Residenza” che, in opposizione alla diaspora, riflette su nuove prospettive letterarie per la riappropriazione delle proprie radici, del paesaggio come deposito di memoria storica e culturale. In seguito dirige il settimanale radiofonico “Residenza” facendo delle Marche luogo di confronti culturali nel contesto nazionale.

GABRIELE GHIANDONI
(Fano, 1934 -2018)
Laureato in ingegneria, docente di matematica alla Facoltà di Farmacia dell’Università di Urbino. Poeta, narratore, saggista, appassionato di cinema e di arte, è stato condirettore di “Cartolaria” e ideatore di “Microcosmo”, una rivista di analisi del territorio. Si è distinto per l’alto civismo, con le sue qualità di amministratore comunale, assessore all’urbanistica del Comune di Fano e presidente dell’Unità Sanitaria Locale, e per il suo impegno negli ambienti culturali fanesi, tra l’altro con la fondazione dell’Università dei Saperi. Ghiandoni ha concorso a far conoscere la cultura locale, e le esperienze letterarie soprattutto dei poeti in dialetto.
Già nelle prime sue opere in prosa degli anni Ottanta usa il linguaggio della città natale, trasformato e reinventato, espressioni gergali, modi di dire in “lengua” popolare, per meglio caratterizzare gli ambienti della Fano d’antan. Considera il dialetto di Fano, città dell’anima ed entità culturale, una sostanza vitale, “na scritura legera, na bava bianca” che sa andare oltre, verso l’irrazionale, lasciando i segni di quell’essenziale a cui il poeta tende.
Per fare di quel linguaggio arcaico una propria lingua di scrittura, Ghiandoni lo sottopone ad una attenta indagine filologica, a rielaborazioni e invenzioni, e così le parole dialettali si trasformamo come per magia, si inalberano in iperboli e ellissi, deformate linee che inducono ad astrazioni e fantasie. Vi è così il tempo mitico, astorico, in contrapposizione all’attualità, con brandelli di ricordi, sospesi nel tempo, richiamati ora da un suono ora da un colore, con le memorie della terra madre, con un’armonia tra l’io e le cose, la natura, gli altri.
La formazione di matematico, che lo porta ad avere una forte attenzione al dato oggettivo, alla razionalità, è in definitiva un’ulteriore incentivo per tentare, come poeta con la scrittura, di ghermire le oltre realtà, laddove anche la matematica dà certezze asserendo l’indeterminato, dunque l’infinito e il niente.
Infine la sua tensione metafisica dai continui interrogativi esistenziali, oltre le amarezze e le preoccupazioni per il presente, nei labirinti dell’io, memoria e coscienza, nella Fano della realtà, del sogno e dei misteri, si conclude con le dolorose riflessioni sulla solitudine, la vecchiaia e la morte.

LEONARDO MANCINO
(Camerino, 1939 – 2010)
Leonardo Mancino è l’esempio dell’intellettuale, del poeta che, dopo aver lasciato le Marche per motivi lavorativi, al ritorno si riappropria del dialetto, rimpiangendo di aver vissuto per tanto tempo lontano dalla terra natale, di aver abbandonato le proprie radici.
Poeta in lingua e in dialetto, saggista, critico d’arte e traduttore da numerose lingue. Per trenta anni maestro elementare a Bari, poi direttore didattico in vari paesi marchigiani e sardi fino al 2002, quando lascia gli impegni nella scuola deluso dal sistema scolastico. Molto impegnato in progetti culturali per le Marche, ha collaborato a programmi radiofonici e televisivi, a quotidiani e riviste.
Fondamentali per il suo percorso culturale sono soprattutto la lettura di Pasolini, Sciascia, Luzi, Fortini e Zanzotto, la meditazione di Nietzsche e Heidegger, le frequentazioni di maestri e amici, da Vittorio Bodini, a Luigi Bartolini, Aldo Capitini, Emilio Lussu, Tommaso Fiore, Carlo Levi, Danilo Dolci, Rocco Scotellaro.
Nelle raccolte di liriche in lingua, che dagli anni Sessanta precedono quelle in dialetto del 1989, già si evidenzia la consapevolezza del male di vivere, un malessere esistenziale, segnato da profonde inquietudini e delusioni, mentre tutto resta avvolto da fitti misteri che la ragione non riesce a sondare. Il tormento viene da una condizione di solitudine, dalle ossessioni dei ricordi, dai presagi di morte, mentre è oscuro il senso del destino, ignoto l’oltre delle cose e dell’orizzonte.
Di ritorno in terra marchigiana, mentre sperimenta un linguaggio poetica che vada oltre quello consueto, trova nel dialetto le parole nuove, naturali perché sempre presenti nella mente e nel cuore. Sono quelle dell’idioma osimano, ascoltato e prediletto fin dall’infanzia, a cui nel tempo si sono aggiunte voci di altre “parlate”, “l’accentuato altomaceratese della madre, la memoria fonica del padre, pugliese di Gioia del Colle”, le condivisioni linguistiche con gli amici anconetani, i lemmi, soprattutto di derivazione rurale, ascoltati nelle strade e nelle piazze di vari centri marchigiani.
Mancino, nelle poesie della raccolta La casa la madre il colle e l’orto, recupera così i momenti che sembravano irrimediabilmente perduti, soprattutto per lui che ha lasciato per lungo tempo la terra dell’infanzia, si avvicina di nuovo, e poi entra in simbiosi, con l’ambiente, con i colori e le presenze del paesaggio, in cui il poeta si perde tra fantasie ed emozioni. Con i termini dialettali può ancora illudersi di parlare al di là del tempo con la madre.
Le nobili parole ritrovate indagano meglio lo stato complesso dell’interiorità, colgono significati alti, esprimono nuovi concetti e valori, tesi ad una ripresa morale e civile.
Le ultime tre raccolte di poesie degli anni Novanta, senza il ricorso al dialetto, ripropongono un paesaggio marchigiano ancora difficile da comprendere. La memoria torna ad essere disarticolata, gli interrogativi irrisolvibili. Il poeta, non rassegnato, si illude ora di aver trovato un’ultima rosa dell’inverno, la parola-pensiero, ma questa si mostra un’utopia, incapace di andare oltre le apparenze, di accedere a verità supreme. Così la voce sempre più flebile del poeta può ormai soltanto testimoniare uno sconquasso interiore, una condizione di stasi, di timori, di paure, un angoscioso destino di morte.

MARIA LENTI
(Urbino 1941)
Insegnante in materie letterarie fino al 1994, anno in cui è stata eletta (e rieletta nel 1996 fino al 2001) parlamentare alla Camera dei Deputati con Rifondazione Comunista. Ha poi ripreso l’attività culturale: seminari di lingua, letteratura e cultura italiana con studenti stranieri, in Italia e all’Estero, convegni, incontri letterari. Poetessa in lingua e in dialetto, saggista, narratrice, giornalista, studiosa di arte e di cinema, collabora con riviste e quotidiani.
L’opera di Maria Lenti mostra come una profonda cultura, classica, con esperienze poetiche e di critica letteraria, porti ad avvicinarsi e poi ad approdare al dialetto.
Nelle poesie in lingua predominano argomenti esistenziali, come l’alienazione e l’incomunicabilità, mentre un’attenzione di meraviglia per il susseguirsi delle stagioni si alterna alla constatazione del male di vivere. E’ continua la ricerca di qualcosa che non sia provvisorio, l’apertura di un dialogo per fare affiorare i valori interiori più autentici, scoprire verità segrete, generare cambiamenti. Subentra l’amarezza per la mancanza di certezze e per gli interrogativi senza risposte. Tutte le raccolte si caratterizzano per una ricerca formale, per evidenziare le potenzialità espressive alla base della letteratura. Vi sono tanti rimandi culturali, una profonda e attenta rilettura, in una prospettiva originale, della mitologia classica e l’attenzione alla condizione femminile, mentre resta costante l’impegno civile, con testimonianze e critiche sul degrado sociale, politico, culturale e ambientale. E’ rimarcata l’urgenza di un cambiamento attraverso l’istruzione, la sollecitazione è alla solidarietà umana nel dramma dell’esistenza.
Nelle prose narra i suoi anni trascorsi in collegio, timida e malinconica, spaesata, periodo della formazione culturale, poi l’università con lo studio della filosofia, i concorsi per la scuola. Mostra il suo stretto legame tra impegno sociale e riflessione continua sui propri sentimenti, mentre il desiderio di trasmettere agli altri i valori della cultura la porta a considerare l’insegnamento come una vocazione. I racconti hanno una scrittura descrittiva e al contempo espressiva, parole sia popolari che colte, vocaboli inusuali.
I saggi su poeti dialettali indagano i motivi della loro scelta del dialetto e tendono ad evidenziare i contenuti e gli stili, le astrazioni esistenziali e le urgenze civili, mentre i commenti sottolineano i valori del dialetto come lingua poetica recuperata dalle radici native e da quelle culturali, lingua colta ritrovata e reinventata.
I motivi e gli intenti letterari di Maria Lenti si ritrovano nelle due raccolte in dialetto, Arcorass (Rincuorarsi) del 2020 e Segn e artaj (Segni e ritagli) del 2024. In questa operazione letteraria, rara tra i poeti contemporanei, sono unite e mescolate nelle stesse liriche il dialetto, la parlata viva della città di Urbino e parole che non si usano più, all’italiano. Con le parole dialettali le poesie hanno nuova linfa, rafforzando i concetti in meditazioni sempre più intense, tenendo più stretto il legame tra mente e cuore.
Inoltre le sonorità del dialetto si prestano per ritmare filastrocche, proverbi, aneddoti e detti popolari della propria città, per esprimere compiutamente l’amore sempre mostrato per Urbino, per il paesaggio marchigiano, i luoghi, gli artisti e le opere d’arte, le tradizioni, un richiamo all’appartenenza interiore di un contesto di bellezza e di cultura.
ROSANNA GAMBARARA
(Urbino, 1942)
Laureata in lettere classiche, ha insegnato latino e greco a Urbino e Pesaro, poi Lingua e Letteratura italiana e latina in un liceo scientifico a Roma dove si è trasferita nel 1980. E’ stata consulente nella valutazione e nella selezione di sceneggiature per film. E’ appassionata di musica classica, contralto, canta in due cori romani famosi. Dopo le poesie in lingua degli anni Ottanta, inizia a comporre nel dialetto di Urbino, resa consapevole dell’importanza del dialetto come lingua della poesia, dalla lettura dei maggiori poeti dialettali, da Belli a Pasolini, e da una conferenza nel 1999 sulla poesia in dialetto tenuta dal professor Pino Paioni, docente di Linguistica e Filologia Romanza presso l’Università di Urbino. L’ispirazione del momento, e le esigenze espressive e formali, la portano a scegliere tra lingua e dialetto, comunque in stretto rapporto di bilinguismo.
In questa alternanza, e con una metrica che cambia, i versi riportano pensieri e riflessioni scaturiti da un’attenzione alle piccole cose, ai comportamenti della gente, agli aspetti della quotidianità, a ciò che è apparentemente insignificante. Immedesimata poi nella natura, cerca di percepire una rivelazione, un quid nascosto oltre la realtà. In una ricerca che si fa surreale e metafisica, con la consapevolezza del relativismo e della preminenza dell’irrazionale sulla ragione, ci si illude di poter intravedere il dedlà, svelare misteri, ricomporsi l’armonia perduta. Ciò che resta è una condizione esistenziale in bilico, che provoca ansie e inquietudini, sempre più drammatica, mentre il niente inesorabilmente si approssima.
La poetica della Gambarara, di particolare raffinatezza stilistica e perizia metrica, con un’attenta sperimentazione, è originale nell’intreccio tra la sua formazione culturale umanistica e gli interessi scientifici e matematici, che le fanno percepire un tempo non lineare, illusorio e ingannevole, distorsioni temporali dagli aspetti ignoti, e la preparazione musicale, che la porta a usare parole dalle sonorità particolari, dando ritmi e armonie ai versi, in un tutt’uno di musica e poesia. Il dialetto in particolare risveglia la memoria riportando immagini del passato, ricordi di consolazione ma anche di dolore, rende più intenso l’amore per la sua città, per Urbino.

ANNA ELISA DE GREGORIO
(Siena 1943-Ancona 2020)
Nata da genitori campani, ha abitato dal 1959 ad Ancona, dove ha lavorato presso una agenzia di ricerca di mercato e promozione commerciale. Dopo due libri in lingua ha pubblicato nel 2013 la plaquette di poesie Corde de tempo, in dialetto anconetano. Dopo altri due volumi in lingua ritorna al dialetto nel 2020 con Na giungla de cartò (Una giungla di cartone). Ha collaborato a varie riviste letterarie e suoi testi poetici sono in diverse antologie. Ha organizzato incontri e corsi di studio sull’haiku presso scuole, circoli culturali e per l’Università della terza età ad Ancona e Falconara. Ha vinto numerosi premi, e nel 2008 il Premio Nazionale Haiku, patrocinato dall’Ambasciata giapponese e dall’Istituto di Cultura Giapponese a Roma. Con Na giungla de cartò (Una giungla di cartone) si è aggiudicata nel 2020 il Premio nazionale di poesia in dialetto “Città di Ischitella-Pietro Giannone”.
L’attenzione della poetessa è ai piccoli fatti quotidiani, a ciò che in modo inatteso altera le cose, le apparenze, il tempo ordinario, prospettando alterità, e accendendo così pensieri e riflessioni. La meditazione, sempre più triste e malinconica, si concentra soprattutto sulla precarietà e brevità dell’esistenza, con insicurezze, illusioni e false consolazioni. E’ ancorata al mondo della fantasia, al moto della scrittura. Le sue poesie hanno una forma poetica raffinata, in una struttura ben determinata; i versi sono soprattutto brevi e le strofe regolari, a denotare la predilezione per l’haiku. Sono composizioni liriche che, dietro apparenti leggerezze e toni lievi, hanno un profondo spessore concettuale. Il suo dialetto, di derivazione duecentesca, con presenza di arcaismi, meticcio per il cambio di residenza da Siena ad Ancona, resuscita ricordi e sembra creare un tempo mitico contro l’attualità e il senso della morte.
In Corde de tempo l’uso del dialetto di Ancona illumina il passato, riportando alla memoria ciò che c’era un tempo, persone e cose, l’estate da bambina, in colonia secondo l’usanza del tempo, le notti estive in campagna, gli anni di scuola. In Na giungla de cartó la voce del dialetto trasfigura le apparenze, permette osservazioni sulla realtà e fantasie, si fa portavoca di tormentose domande, sempre più insistenti e senza risposta, sui misteri dell’esistenza. Gli ultimi versi ci dicono l’importanza che ha per lei, anche nelle avversità, la forza magica della parola poetica.

NADIA MOGINI
(Perugia, 1947)
A Perugia si è laureata in Lettere Moderne e ha insegnato in varie scuole medie in Lombardia, Umbria e Marche. Si è trasferita nel 1979 ad Ancona. Recita con compagnie teatrali in lingua e in dialetto e da molti anni si dedica al canto corale. Nel 2005 le è stato assegnato il Premio come migliore caratterista femminile al Festival Nazionale del Dialetto “La Guglia d’oro” di Agugliano (An). Ricorda che quando lasciò Perugia per Ancona, la sua “lingua madre” la seguì “con imbronciata discrezione”, convivendo con l’italiano “in disparte, (…) con la pazienza di chi sa di non essere da meno”. Il dialetto ha mostrato tutto il suo valore quando alla morte del padre le ha permesso “di riprendere e di continuare il discorso bruscamente interrotto” con lui, e di ritrovare una più definita autenticità e infine la serenità. Afferma: “Le parole, i modi di dire e, soprattutto, i suoni del mio dialetto (amo molto la musica e il canto) affioravano a getto continuo in un crescendo di meraviglia, gioia e consolazione. Elias Canetti ha scritto La lingua salvata, io potrei scrivere “Salvata dalla lingua”, la mia”. Insieme a testi in italiano, ha iniziato dunque a comporre soprattutto liriche in dialetto perugino, che ha presentato a vari premi, ottenendo riscontri critici e riconoscimenti.
Dunque le sue opere comprendono testi in italiano, poesie in dialetto della nativa Perugia e poesie nel dialetto di Ancona, dove si è trasferita trentenne. Le liriche anconitane, edite in questa antologia, si aggiungono a quelle in Poeti neodialettali marchigiani, a cura di Jacopo Curi e Fabio Maria Serpilli. E’ interessante constatare gli effetti di una “léngua adutíva” che diviene la propria lingua poetica. Per lei, nata lontano, questa “léngua furestiera” piano piano le ha “cantatu drénto” per caratteristiche tutte proprie. Si hanno così maggiori possibilità per una poesia che tende all’essenziale, e ottiene intensità nelle metafore e nelle analogie, un forte espressionismo nelle ricercate sonorità, tanto più evidenti nell’uso dell’haiku. Motivi e caratteristiche stilistiche si ritrovano nei testi umbri e in quelli marchigiani così da necessitare uno studio completo delle opere per comprendere meglio il significato delle sue ricerche linguistiche, fatte con attenzione filologica, e pensieri che tentano di captare segnali oltre la realtà, una riflessione triste e angosciosa di fronte ai segni evidenti di dolore delle persone e delle cose, con il senso della fine, della morte.

FABIO MARIA SERPILLI
(Ancona, 1949)
Dopo aver abitato fino a venti anni ad Ancona si è trasferito a Castelferretti, poi a Falconara, e attualmente risiede ad Agugliano. Dopo il diploma della Maturità Magistrale ha studiato filosofia e teologia presso la Pontificia Università Lateranense a Roma, intensificando poi gli studi di latino, greco ed ebraico per l’esegesi biblica. Si è dedicato, per alcuni anni, al teatro come attore e autore di commedie, fondando nel 1973 la Compagnia “La Cicala” di Falconara, per la quale ha scritto e diretto alcuni lavori teatrali sia in lingua che in vernacolo anconetano. Ha poi diretto laboratori di scrittura poetica in varie città marchigiane e ha insegnato “Scrittura creativa” all’Accademia di Belle Arti di Urbino, dal 2011 al 2016. Collabora con quotidiani e riviste di letteratura, organizza concorsi letterari, presiede dal 1996 il “Premio letterario internazionale in lingua e dialetto (Poesia Onesta)” e dal 2005 il “Premio letterario de Festival del dialetto di Varano, Ancona”. Di entrambi i premi cura le antologie con la pubblicazione delle poesie dei vincitori. Dal 1996 è fondatore e presidente dell’Associazione Culturale Versante che organizza eventi di letteratura, mostre d’arte, recital teatrali. Ha diretto la collana di poesia ‘minima poetica’ della Casa editrice “L’orecchio di Van Gogh”. Con i suoi testi di poesia, sia in lingua che in dialetto, è aggiudicato premi letterari ed ha ricevuto riconoscimenti pubblici. I suoi testi sono presenti in varie antologie. Sulla diglossia lingua-dialetto afferma: “Quando scrivo in lingua tengo presente anche la duttilità di grammatica e sintassi dialettale, oltre ad alcune strutture linguistiche dialettali che possano in qualche modo rappresentare realisticamente i contenuti che vuol comunicare; e quando scrivo in dialetto tengo sempre in mente l’altezza dei valori e delle idealità che l’Italia del Novecento e oltre ha espresso. Voglio scrivere anche in dialetto la problematica viva nel dibattito culturale e ideale. Cioè la produzione dialettale non deve emarginarsi a un sottogenere del ridanciano o del piagnisteico. (…) Si può dire che scrivo gli stessi soggetti sia in lingua che in dialetto, ma il cambiamento di codice linguistico comporta inevitabilmente dei mutamenti davvero non di superficie, ma quasi sempre sostanziali”.
Serpilli è l’esempio del poeta dedito a una ricerca continua sul linguaggio dialettale per arricchire la propria poetica, e al tempo stesso del promotore e diffusore instancabile della cultura marchigiana. Ben consapevole della necessità di andare oltre la poesia tradizionale del bozzetto e del folklore, a conoscenza delle innovazioni dei grandi poeti dialettali delle altre regioni, avvia fin dalle prime opere, un uso nuovo e personale del dialetto, con espressioni arcaiche, con termini cittadini e periferici, con neologismi. Sempre attivo nel suo originale laboratorio poetico, lo sperimenta, in assoluta libertà compositiva, anche in prosa e nei lavori teatrali. La passione e il grande interesse per tutto ciò che riguarda il dialetto si riscontrano nei numerosi volumi di saggistica, nell’appassionata cura di antologie, nella compilazione del dizionario dialettale aguglianese, nella direzione di laboratori di scrittura poetica, nell’organizzazione di concorsi letterari in dialetto. Il dialetto materno risveglia i ricordi, attenua la nostalgia del passato, della società contadina. E’ ricorrente il suo giudizio negativo, con risentimenti e avversioni, sull’attualità, su una società ingiusta, lo scontento per le fatue esteriorità; persiste l’attenzione alla condizione dei poveri, degli emarginati. A questo contesto Serpilli aggiunge originali riflessioni sui sentimenti religiosi. Ma anche la fede religiosa, per lui priva di dogmi, non attenua la presa d’atto della tragicità della condizione umana, la constatazione della disarmonia tra il pensiero e il mondo esteriore, la presenza del male, la precarietà dell’esistenza. L’intento resta quello di continuare, sempre con la fiducia nelle parole, una ricerca che sfoci nel metafisico, che esprima un forte senso etico.
Castelferretti, Falconara e Ancona sono luoghi dell’anima. Nella prefazione alle poesie del 2009 in dialetto, falconara e i quaranta padroni, si osserva che il poeta, dando voce agli abitanti di Falconara, mette in scena “una piccola comedia umana (…), quello che appare da sempre come il destino ultimo della parola poetica: interrogarsi sul senso della vita e della morte, su Dio e sul senso del proprio scrivere”. I sonetti si soffermano sulle “cose vechie e bele” di Falconara, la stazione, la spiaggia, il Borgo Vecchio, e su certi personaggi paesani. Nelle poesie di Mal’anconìa mal d’Ancona del 2021, dove convergono tutti i motivi delle opere precedenti in dialetto e in italiano, la città d’acqua è simbolo della vita, del labirintico e sconosciuto mondo interiore, un’entità inafferrabile, come l’acqua del mare che non può essere presa nelle reti dal pescatore. Ancona dei palazzi, delle chiese antiche e dei monumenti, è la città materna, quindi come ereditata dalla madre, entrata nel sangue con le cose e le persone, con il linguaggio. Crea sospensioni del tempo facendo apprezzare le piccole cose con il timore che tutto finisca. Nelle foto ingiallite sono moltiplicate le prospettive, e i ricordi, il passato e il presente, si confondono per il poeta che, con la sua sensibilità e cultura anconitana, ascolta la città e il mare, che sembrano parlare, e così la scrittura in dialetto è immediata. Il parlato cittadino e periferico continua ad arricchire il vocabolario di Serpilli, già colmo di espressioni arcaiche e di termini di altre provenienze linguistiche, accanto a quelle ascoltate dai nonni, a quelle che ritiene le nobili parole del dialetto, ai neologismi necessari anche per includere gli sviluppi tecnologici. Mentre il linguaggio subisce uno scavo ulteriore e la parola si fa sempre più arditamente polisemica, i concetti delle ultime poesie mostrano un forte amore per la vita.
Fabio Ciceroni individua nel suo “dialetto scuro, non punteggiato se non dalla forte scansione del verso”, una grande potenza evocativa che “apre la poesia dialettale ai grandi temi della contemporaneità”.





