Strada di Damocle di Lucio Toma

Recensione e scelta di poesie di Anna Maria Curci e Nota introduttiva dell'Autore

 

Sulla Strada di Damocle

Ho conosciuto la poesia di Lucio Toma dai testi della raccolta, apparsa nel 2006 per le Edizioni del Giano, A gonfie vene. Poesia che non lascia alcuna concessione all’elemento decorativo, e che pure possiede una sua aspra musicalità. Ne sono prova, per esempio, passaggi di un testo-manifesto, L’arte mia improduttiva, dall’efficace ossimoro «tacito baccano» (e di “cupa miniera di ossimori”, di “un’armoniosa ridda dei contrari” scriveva Plinio Perilli nella prefazione) alla definizione della propria arte in negativo, con l’elencazione di ciò che essa non ha in un pregnante endecasillabo: «Non ha scadenze fisse, appelli e capi».

Nel volume Letteratura del Novecento in Puglia, Sergio D’Amaro indicava nella “linea sanseverese” (Lucio Toma è di San Severo) della poesia in Capitanata la prospettiva di un itinerario “più corroso e aspro” che chiudeva i conti con una certa “spettacolarizzazione del vissuto”. A ben oltre un decennio di distanza da A gonfie vene, la poesia di Lucio Toma torna, “cruda e realistica” (Perilli), e, al contempo, armoniosamente distante da qualsiasi spettacolarizzazione, arguta e amara. Già nel titolo, Strada di Damocle, l’arco è teso al titolo della raccolta precedente, A gonfie vene: il bisticcio di parole non è asservito al divertimento, ma allude alla complessità di relazioni, considerazioni, prospettive e angolature. Si cammina sospesi, la via è prorogata, ma con una lama che continua a pendere sull’umano pur sempre errante, ancorché veggente.
Strada di Damocle di Lucio Toma è attraversata da una disposizione all’umor nero che non intende lasciare spiragli di vaghezza né superflui e fallaci sfiatatoi. L’osservazione, la constatazione amara e, nonostante la lucida sobrietà, il coinvolgimento affettivo, si allargano a comprendere più ambiti di “varia umanità”, come testimoniano le cinque sezioni nelle quali si dipana la Strada di Damocle.
La prima sezione, che, dal componimento omonimo si intitola Vestito di vita, racchiude le considerazioni sull’io poetico, sulla sua esistenza e sul quotidiano scontro con equivoci e soprusi. Il testo che dà il titolo alla sezione è, a questo proposito, esemplare: «Miro all’incastro del sentire/ col dire,/ordito di pensieri/ in parole da imbastire con un filo/ di enjambement/ e così gioco a fare/ la vita nel modo più serio».
Sempre da un componimento trae il nome la seconda sezione, Salone di varia umanità, che rappresenta un ulteriore tratto della pendente Strada di Damocle: gli equivoci e i soprusi, i tic e le piaghe di luoghi comuni e di colpevoli e reiterate sciatterie si manifestano in altri ‘osservatori’: le feste di paese (Festa madornale), il salone del barbiere (Salone di varia umanità), il banco del macellaio come luogo sarcasticamente elettivo dello scempio perpetrato sul linguaggio (La lingua macellata), le incursioni forzate ai centri commerciali, l’annientamento del rispetto nei gesti di elementare noncuranza.
La terza sezione, Mare di noia, ha un titolo che collega il Mare Nostrum della lunghissima tradizione culturale e l’omonima operazione ‘politica’, così come il tedio, l’ennui e un altro termine francese, noyé, che, con il significato di “annegato”, allude al feroce rovesciamento, in naufragi e morti per annegamento, del tentativo di regolamentare gli sbarchi. Mare di noia annovera le poesie sull’Italia e sul mondo tra cronaca di sfacelo annunciato – Mare nostrum, Ilva – e lo smascheramento di rievocazioni  imbottite di retorica, come avviene a «Torino, qui Piazza Castello» in 4 maggio 2011.
La quarta sezione, Affetti e difetti, che racchiude testi di Lucio Toma sull’amore coniugale, paterno e filiale, coniuga una pietas ruvida e autentica, sobria e profonda, con una non di rado arguta drammaticità nel battibecco esterno e interno del cuore.
La sezione che conclude la raccolta è dedicata, con un titolo tra serissimo e ironico, agli Esiti: le poesie sulle “ultime cose”  e le poesie nate nelle soste sul wc appaiono, infatti, qui affiancate.
In molti testi l’autore affronta una particolare versione dell’azzardo poetico: prendere di petto luoghi comuni nell’intercalare di tutti giorni, costellandone le composizioni, può far correre il rischio di un’espressione non sorvegliata. Potrebbe sembrare, infatti, che, non mediata, la bile prenda il sopravvento e attenui la stessa vis polemica. È necessario, allora, per chi legge, prendersi il tempo di tornare a più riprese sugli strati e sugli incontri di significato e significante, di sondare, scomporre e ricomporre quelli che appaiono, a uno sguardo superficiale, semplici bisticci e divertissement linguistici.
In tutta la raccolta prevale il sapore amaro di una coscienza che registra, si inserisce nella storia e resiste (In vena di rischi), riflettendo su realtà e tempo, con la nozione ben precisa degli strumenti di indagine che ha a disposizione, con la riflessione sulla lingua e con l’osservazione ironica, talvolta comprensibilmente sarcastica,  sull’uso e l’abuso della lingua.
È in questo modo che si può cogliere come in alcuni componimenti – Il coccodrilloItala 1.0 Mare nostrum – prendano quota, insieme, ricerca linguistica, studio e riflessione sulla storia, tanto da raggiungere una distanza dalla quale poter abbracciare il “fenomeno” in una prospettiva più ampia.
È con una lettura attenta, inoltre, che si può apprezzare l’efficacia del rovesciamento dell’ordine dei versi nell’esperimento di poesia tra concreta e visiva di La punta della lingua, così come il lavoro sulla molteplicità (e anche sull’ambiguità) dei significati, che si unisce all’umana comprensione in Al trapiantato.
Va affidata, infine, a una rilettura profonda la constatazione che l’osservatorio scelto, le miserie e le trappole di una vita di provincia, la dicano più lunga sul degrado di quanto possano farlo i riflettori sulle metropoli. L’espressione poetica dà conto, in quei casi, di una scoraggiante e sussiegosa ignoranza da un lato, così come, dall’altro, di riti sociali asfittici e soffocanti.
Eppure, può capitare che proprio in quella provincia degradata, saccheggiata e devastata, si incontrino Cani e poeti (nella poesia omonima) e, che nella convivialità di un incontro di amici uniti dall’esercizio ‘salato’ della poesia, si torni a percepire, nonostante l’intenzionale abbassamento dei toni, il respiro ampio della Visita ai poeti in esilio di Bertolt Brecht.

Lucio Toma, Strada di Damocle. Prefazione di Anna Maria Curci, Arcipelago itaca 2019

 

© Anna Maria Curci

 

 

Nota introduttiva 

Se il libro è un viaggio che si fa sosta, arrivo o meta, la nascita di libro è un viaggio epocale. L’epoca di cui parlo ovviamente è quella del mio orizzonte. Accade spesso che i viaggi nascano da lontano e da chissà dove e hanno bisogno di tempo per trovare il modo di essere raccontati, di raccontare il sentimento della vita.
Per questo, dopo il precedente del 2006, ho impiegato tredici anni per terminare la mia Strada di Damocle, questo mio pellegrinaggio, anima e corpo, carico di quel mondo osservato con gli occhi di una fede che vuole farsi, meravigliarsi e interrogarsi di fronte alle incongruenze, alle contraddizioni e alla precarietà dell’esistenza.
Qui la leggenda della spada sospesa introduce a una condizione esistenziale, che, da una prospettiva d’indagine personale e periferica, diventa chiave di accesso alla pluralità di esperienze comuni.
A chi avrà la forza o la voglia di leggere il mio orizzonte, incamminandosi lungo questa mia Strada, la segreta speranza, come un augurio, è di ritrovarsi e riconoscersi anche solo in parte fino a diventare, perché no, viandanti lungo lo stesso cammino.

Lucio Toma

 

Sono un uomo spericolato, tanto
da essere ancora in vena di rischi:
non me lo dice l’ennesima multa
per eccesso di velocità, piuttosto questo
stare tra il presente a una clessidra:
tra questa penna e un altro giorno
da esistere.

(In vena di rischi)

 


ancora un giorno perso
dietro al mio corpo
che stringe una flebo
paziente nell’attesa
del dottore mentre l’anima
incallita già si fa
elettrocardiogramma
di Gutenberg.

(L’anima incallita)

 

Non è questione di poco
se in tv c’è qualcosa che stride
alle spalle rotte dell’operaio
dell’Ilva che non ride.
E qui non è questione di salario
perché i suoi polmoni
non sanno più dire trentatré:
contano solo fino al Pm10 nel nome
del quale sono sacri e fatti salvi
gli Indici di Produzione.

E non è questione sindacale
a quanto pare perché nella tuta
da lavoro Marx in compagnia
continua a strappare in parti uguali
un panino al veleno. E nessuno
più ascolta Majakovskij e Pasolini:
quanta storia perduta!

Ma poi soprattutto posso negare
a mio figlio scocciato di mettergli
sul Cinque i suoi Simpson?

(Non è questione)

 

Poche case forse non bastano
a farne una località su Google maps,
perché Agios Leon non è in fondo
che è il ricordo di un volto sbucato
dal vento dentro i miei occhi
di passaggio che nessun satellite
ha mai scovato.
.                                Agios Leon resta
l’ago di un dito che punta
a cucire la distanza dal passato
alla strada di quel turista
in cerca della rotta giusta
prima di finire in mare
a Porto Limnionas.

(Agios Leon)

 

Ultima notte con mia madre che mi dorme accanto,

un cuscino di ricordi i vecchi tempi
dell’infanzia, anni di piombo ignari
dei miei soldatini di plastica e spari
a salve quando sempre spuntava
dalle sue mani una coperta che non può
più rimboccarmi perché troppo corta
per le sue braccia e queste gambe.
Ma non importa anche se fa freddo
e c’è un dannato vento stasera
che sembra voglia strapparti l’anima
da dosso e la speranza dal pianto lento
di una flebo. Non importa perché
tu sei qui con me nella fede cieca e folle
che solo chi lotta fino alla fine conosce.

Dunque riposa, madre, come l’Imperatrice
di tutte le storie mai scritte, addolorate
e pure che non sanno e non dicono
delle vite fatte con il sudore delle mani
screpolate, macchiate, piccole
e indaffarate: altro che politica!
E sempre così le hai elargite in faccia
al mondo con la favella pronta come
un piatto per l’ospite inaspettato.
Sempre senza mezzi termini e complicate
misure, sfumature e grigi di sorta,
a colori netti ti schieravi.
E se adesso come i denti stringi i pugni
di nascosto io scrivo in memoria
della tua voce che piano s’allontana
fino a tacere e non voglio
– respiro che brucia nelle mie parole –
mi sorprenda il silenzio
prima di domani.

 

Lucio Toma, scrittore, poeta e giornalista, si è laureato con lode in Lettere moderne presso l’Università degli Studi di Bari. Nato nel 1971 a San Severo, dove risiede, insegna presso l’Istituto agrario della sua città. Nel 1999  ha pubblicato Zigrinature (All’insegna del Cinghiale ferito) e nel 2006 A Gonfie Vene (Ianua). Ha collaborato con magazine locali e quotidiani, ha presentato eventi letterari e scritto interventi critici. Sue poesie sono apparse su varie riviste, anche on line.