La dotta prefazione di Elena Maffioletti e le note metriche centellinate da Francesco Paolo Memmo, fanno da cornice a questa raccolta, che di per sé richiede una lettura attenta a motivo, prima del titolo e poi del contenuto, espresso nella forma poetica del sonetto, di lunga tradizione, e dal Marciani lavorata con perizia e originalità.
Leggiamo nelle note metriche di Francesco Paolo Memmo: “ E al qui e ora sempre ci riporta la lingua di Marciani – una lingua “sporca”, contaminata da elementi gergali dialettismi neologismi,
che a volte prova a volare alto, assumendo per l’appunto un sapore stilnovistico, più spesso vira verso una colloquialità montaliana – e la sua capacità di ricondurre la storia privata alla storia di tutti, per cui la memoria si fa presente e la poesia che nella memoria affonda si fa strumento di vita vincendo la sua battaglia con la morte.”
Se ci liberiamo dal pensare al “sottovuoto” come ad una modalità di conservazione dei generi alimentari, possiamo approcciare la raccolta poetica di Marciani con il rispetto dovuto ad un mondo poetico, il suo, in cui né la ragione né i sentimenti subiscono “l’ingiuria degli anni” perché liberi da ogni contaminazione del tempo, compresso e svuotato della sua consistenza, ma cristallizzato nella forma data dai versi e dalle parole; ricreato persino dal numero dei sonetti, cinquantadue, come le settimane dell’anno.
“Accade all’alba quando la coscienza/ le cose avverte chiare le miscela/ a storie usate a rimembranze infisse/ nel presente che sparge incanto e assenza” : nel mattino che rende chiara ogni cosa, l’Autore ha la percezione del presente, con le suggestioni e i ricordi, risuonanti come il mare nella conchiglia -illusione e desiderio – e sa che scrivere è ripresentare e rappresentare a sé stesso qui ed ora, un’assenza straniante “Ma scrivere è rivivere non vivere/ dentro questo presente che si gioca/ l’anima all’asta e il tuo vissuto affossa”
Eppure, spacchettando dal vuoto ogni sonetto, il suono e il senso si animano, prendono consistenza di materia, forma e movimento e il monologo del Marciani diviene dialogo con una persona che misteriosamente acquista nel sentire mutato del poeta una densità esistenziale, fusa con lui stesso, infatti “Guardare bene a fondo fa affluire /senso alle cose, insegna forma e fatto /e il tuo sguardo donava ottima sponda /alla flotta dei sensi che ci incalzano” Il dialogo attraversa i giorni della Pandemia, la Pasqua con “la tua spina che infiggi per contrasto”; è un dialogo continuo, ininterrotto, dove affiorano nel ricordo qua e là segni della vita in divenire, qualche cosa sconosciuta, un rianimarsi della natura, simile al ricordo che s’unisce al sogno“Se memoria si accoppia a fantasia /rinverdisce il vivaio che hai creato: /piante nane si fanno rampicanti /se vi interro altri semi che non sai”.
Un lungo struggersi e consolarsi, scrivendo e rimembrando, con la certezza che “…carta non è carne, a versi storno /sudore e linfa e m’accartoccio al rischio /di fare altari sulle tue fumate” Fino a che l’Autore, in un più crudo spaziotempo, si volge ad un dialogo con sé stesso“Vorrei capir perché ne scrivi ora. /Per un sospeso debito. E per cura. /Ti sdebiti a parole? Bel frescone! /Non sono vuote, intrecciano una fune. /Per scappare dal mondo? Attorcigliarsi? /No, per salire a lei. A lei riunirsi. /Falla finita. Ci si unisce prima. /Pure dopo si prova, se si ama” Un dopo e un prima svuotati del significato temporale, perché non più in relazione conseguenziale tra loro, allorché unirsi si sublima nell’amarsi.
Scalo
All’improvviso sei riapparsa all’alba
più magra ancora quasi una bambina
stordita dallo scalo in aeroporto,
la giubba chiara gualcita dal viaggio.
Sottratta al tempo e al mio stupore scialbo
le ciglia raggrumate dalla brina
hai scansato incurante e fiera il torto
del mio scordarti per darmi coraggio.
Per farmi dire ancora che sei vera
che fusi orari e cieli ormai sconfini
sul volo accalappiato al gate di un sogno
gualcito dal lenzuolo che sa intero
lo spasmo dei trapassi e l’attorcìna
all’alba se riappari, a fabbisogno
Spreco
Questa gara ossessiva di echi e rime
assonanze rimbombi affastellati
ma pur sempre stonati se non stai
a sentirmi non puoi non fai sentire
più la voce che impunta sotto e in cima
con tocco lieve l’erre arrotolata,
questa smania di averti a suoni e lai
facendo finta che non puoi finire
che mi ascolti accerchiandomi negli echi
che ti spedisco dritti al tuo rifugio
finché la voce tua torni spremuta
qua nella gola ha semi che trangugio
mi nutre eppure è afasica o già muta
è il buco tuo che avvera questo spreco
Farfalla
Almeno voi potete un po’ sperare:
avresti forse a tratti sussurrato
se fossi stata qua in questa ovatta
di case piene a norma e città morte.
La pandemia regala sempre scorte
di attorcigliate ansie e va a implorare
maschere e filtri al mercato che ammatta
fra gli assillanti tilt dei sequestrati.
Se in questi giorni folli fossi stata
t’avrei sorriso senza mai sfiorarti
non avrei messo a rischio il tuo tremore
di farfalla rapita dal pallore
di un cielo chiuso a chi con te ha volato
mentre il pianeta infetta le sue parti.
. Fuochi d’artificio
Se il polso della terra innalza muri
spappola case azzanna bimbi e fiori
se uno sfracello di gommoni è il mare
fammiti luccicare a mente ancora.
Se il conto del pianeta sta nei cavi
connessi all’itterizia del suo cielo
se in afasia o sproloquio va il pensiero
tornami dentro, valvolapensiero
che pompi il cuore sbriciolando i muri
a questa terra vedova del cielo
scoppiante dei tuoi fuochi a lance e fiori
scollega a spazio e tempo tutti i cavi
annega ogni logica nel mare
del tuo respiro… che risacca ancora
Marcello Marciani, Sottovuoto, Moretti e Vitali ED. BG, 2021
Marcello Marciani, nato a Lanciano dove vive, ha pubblicato i libri di poesia: Silenzio e frenesia,1974); L’aria al confino, 1983), Body movements, 1988, con traduzione a fronte di Amelia Rosselli; Caccia alla lepre,1995); Per sensi e tempi, 2003; Nel mare della stanza, 2006; La corona dei mesi, 2012; Rasulanne (2012); Monologhi da specchio, 2017). Ha partecipato come autore e attore a due spettacoli allestiti dal Centro di ricerca teatrale e musicale “Il teatro di Tatua”: Mar’addó’, nel 1988 (interamente basato su testi poetici in dialetto frentano) e Santa Oliva della Passione, nel 2000, opera di scrittura collettiva.