Cinquantadue sonetti (aprile 2019 /dicembre 2020) è il sottotitolo di questa raccolta, nella quale l’autore è riuscito a creare un invidiabile equilibrio espressivo tra i temi affrontati e il loro intreccio formale. Ne emerge una fitta trama che, come un arazzo di pregevole fattura, racchiude molteplici storie e particolari in un’unica scenografia. Il tema di fondo, e onnipresente, è il ricordo della donna amata, da tempo scomparsa dopo una lunga malattia. Un canzoniere «in morte» lo definisce Elena Maffioletti nell’introduzione, dove il dolore della perdita «viene trasformato, attraverso l’azione vivificante della memoria e il filtro del passaggio in un tempo sospeso, in elemento fecondo e ricostitutivo della vita, in cifra e misura dello stare al mondo».
Non si tratta di una manieristica operazione poetica, come la riproposizione di stilnovistici motivi potrebbe indicare a prima vista, ma del rinvenire la forma più adatta e più duttile per trattenere l’altra persona nella propria realtà (“La cronaca di mesi streuzi mischio / al riso e al broncio delle tue tirate; / tutto è presente e vive con te attorno”) e far sì che una lancinante mancanza diventi la compagna che illumina il presente e non sia solo il rimpianto di un comune passato. Il ricordo addolora però – trasformato in immagine – sembra schiudere nuove possibilità: “Se memoria si accoppia a fantasia / rinverdisce il vivaio che hai creato: / piante nane si fanno rampicanti / se vi interro altri semi che non sai (…) resisto e ti reinvento finché puoi / venire ad annaffiarmi il lungo addio”.
C’è un inestricabile compenetrarsi di presenza e assenza, di sensorialità e memoria, di paesaggi reali e spazi di interiorità, di azioni e pensieri, di ragione e immaginazione. L’amore è esperire l’unità di sé con l’altra persona e, come nel mito platonico, separare significa creare una situazione dove una metà è destinata a cercare la perduta completezza. Ricerca che qui è un dialogo incessante con l’amata e con quel se stesso che la evoca, la sente intimamente vicina pur nella dolente consapevolezza della perdita (“annega ogni logica nel mare / del tuo respiro… che risacca ancora”), ne ricostruisce gesti e parole, ne immagina discorsi che ancora hanno il potere di far rivivere momenti sereni e di confortare in tempi precari.
La figura femminile non è ‘angelicata’ (eterea proiezione e specchio del soggetto lirico), è invece presenza nitida e autonoma nei pochi tratti – fisici e del carattere – che la delineano. Si è trasformata in essenza che pervade avvenimenti non solo individuali e suscita legami tra fatti d’attualità e lontane vicende della storia, che nell’umana cura trovano il loro punto di raccordo. Il medesimo strazio, lo “scandalo del male la gragnola / dei colpi inflitti al sacro corpo amato”, unisce la sofferenza fisica della donna malata alla ricorrenza dei caduti nel 1943, “i corpi lacerati nella piazza / sventrata a bombe”. Né viene dimenticato chi vaga in cerca di un migliore futuro su una terra “vedova del cielo” che “innalza muri / spappola case azzanna bimbi e fiori / se uno sfracello di gommoni è il mare”.
In molti testi emergono riferimenti alle difficoltà patite durante la pandemia ma, nell’atmosfera di “sottovuoto” in cui si era costretti, la memoria si fa ariosa presenza, vitale respiro di colei che indica una via d’uscita: “Almeno voi potete un po’ sperare”. Non è dunque la fine – la negatività della morte e della perdita – il senso che scaturisce da questa esperienza umana trascritta in poesia, quanto la gratitudine per un rapporto che, nel ricordo, ancora molto sa offrire alla vita nonostante il periodo buio in cui si è immersi: “Ora che in gabbio il globo si è mutato / e l’asma da recinto molti affanna / la cella del tuo vuoto è il mio rifugio // che caldo riempio del cielo assolato / riflesso sui tuoi denti e sulla panna / del gelato che insieme a te trangugio.”
Le due terzine appena citate riportano a quell’impegno formale che da sempre caratterizza la poesia di Marciani, sia in italiano (a partire dalle prime raccolte Body movements, 1988, e Caccia alla lepre, 1995), sia nel dialetto frentano (da Rasulanne, 2012) e nei testi teatrali. Nell’interessante saggio conclusivo, Francesco Paolo Memmo analizza le diverse forme metriche di ogni sonetto, con citazioni storico-letterarie ed esempi relativi alle molte variabili usate da tanti autori, dalla tradizione duecentesca fino ai contemporanei. Ed evidenzia «un’intenzione antiretorica, un’inquietudine» nella scelta metrica dell’autore: «E al qui e ora ci riporta la lingua di Marciani – una lingua “sporca”, contaminata da elementi gergali dialettismi neologismi, che a volte prova a volare alto, assumendo per l’appunto un sapore stilnovistico, più spesso vira verso una colloquialità montaliana».
Talvolta il poeta si interroga sul senso della parola poetica e, come nel testo Spreco, non si nasconde l’assurdità di “questa smania di averti a suoni e lai”, in una “gara ossessiva di echi e rime / assonanze rimbombi affastellati” che la donna non può sentire. Più spesso si lascia coinvolgere dalla levità della memoria e, pur consapevole che la “carta non è carne”, si chiede se si può “poi traghettare zattere di carta / donare forma all’acqua della perdita?”, unendo così l’immagine di un mezzo per sopravvivere ad un naufragio al fluire verso un inarrivabile approdo. Vento è il titolo del testo citato, folate di ricordi che lo riportano all’immagine di lei, “ai giochi d’acqua di un’estate energica // in cui fendi a bracciate il mare aperto / a tutto il vento che risoffi e svaria / nella gabbia stravolta di un sonetto”.
La forma è dunque lo strumento per evocare e contenere frammenti di esperienze vissute insieme, dando loro un ritmo che li riprenda e, facendoli risuonare, aggiunga altre tonalità al presente, rasserenanti o dolorose, o entrambe, ma sempre in grado di rendere lo sguardo più attento, la visione più trasparente, l’immaginazione più pronta a cogliere l’essenza di quel confine che separa e unisce due persone nel tempo: “Accade all’alba quando la coscienza / le cose avverte chiare le miscela / a storie usate a rimembranze infisse / nel presente che sparge incanto e assenza. (…) in quest’assolo / che imbocco a versi a te che mi disveli / l’impellenza del canto nel salmastro”.
Marcello Marciani, Sottovuoto (Moretti & Vitali, Bergamo 2021)