Seràie di Ivan Crico

Recensione di Maria Lenti

Rivivono persone tratte dalla microstoria tutta recente in Seràie di Ivan Crico. Rivivono, e dunque vivono, nel suo sermo rusticus arcaico-veneto di Monfalcone vittime, in situazioni diverse, con il loro dolore e, prima ancora, la perdita della luce esistenziale, l’esilio dalla vita. Di vari luoghi e in vari spazi queste creature: dalla Siria o dentro le Torri Gemelle, da una Terra senza nominazione ma riconoscibile tanto è diffuso l’orrore (la ragazzina violentata e resa incinta), in Italia il giocatore di pallone annegato cercando di salvare caduti in acqua, l’anziano “abbracciato” alle macerie di Palmira per non tradirla, la giovane alla finestra tra proiettili di cecchini, il pediatra  restato tra le bombe a curare bambini, la prostituta per necessità, la donna romena nei campi, Davide omosessuale martellato, e poi Jenny, Jairo, altri. «…incontro tra fatti accaduti, storie, drammatiche, reali e la resa in strutture poetiche fluide e assertive, evocative e di ampio spettro (linguistico, storico antropologico»: così la motivazione della Giuria su questa raccolta vincitrice del Premio “Ischitella-Pietro Giannone” 2018.

Ivan Crico dà voce alle creature. C’è la loro vita raccontata, la vita vissuta incanalata in desideri, spenta da soprusi, resa non più propria da chi usa armi, o la forza bruta, da chi non conosce pietas né umanità e considera l’altro merce in proprietà, non mancando i colpi del destino. Una storia delle vittime sofferta e restituita al futuro, un meminisse iuvat a gradino di conoscenza.

L’autore entra subito in medias res. E la persona si narra: lo spegnimento subìto, la prevaricazione inevitabile o la scelta presàga di tragedia consapevole, il proprio sentimento – qualche volta in colpa (la prostituta, per esempio) –, i giorni in cui l’agire soggettivo è stato sopraffatto dalla altrui volontà.

Diffuso e mai assente, emerge nei versi il dolore e, non di rado, una sorta di rassegnazione, tanto che, più che sentirli nella loro vivenza, i personaggi di Ivan Crico si sentono nella dolenza, nel loro essere stati presi nelle reti (seràie), stretti nelle maglie della costrizione. Ecco Làzaro (Covért de sangue e pòlvar / ma vìu, Làsaro garzonet che te surtisse / e la bonbardada sepultura / de Alèpo), ecco Erabor (Son rivada fina culì cu’i me sclagni / canucini de putela, al muset garbo / de ua scunduda – sensa mai ver / vidù ’na lanpa de sol – de un fissun / de foie), ecco Khaled el Assad (la vera morte sarìe sta lassar in pianton / Palmira, farghe un tort a le belesse / che véuo tindù, brusor fidel, par squasi / duti i me otantaun ano), ecco Mohammed Waim Moaz (Ma varìeli podest far cossa, / sensa de mi, quei pori putei?  / Chi elo che i li varìe tindudi?), ecco gli operai stravolti nella notte alla Thyssen, e Livio Librescu e José Claudio e Maria do Espirito Santo uccisi nella foresta, ecco l’illusione della fine di muri (e di guerre) dopo il 1989 di Berlino, ecco…

 

Una domanda a chiusura di libro: si ribella la vittima? Non ne ha avuta possibilità né ha avuto mosso l’animo dei carnefici la decisione di restare accanto a chi ha avuto bisogno di un aiuto. Silente la vittima ora chiede attenzione, una presa in carico a testimonianza dell’accaduto, dell’essere stata messa nella rete della storia o della cronaca per mano assassina che sopprime e comprime. Che, almeno, la seràia, in cui le vittime sono state raccolte dal poeta, possa essere uno specchio, una ricordanza densa nel dialetto denso di Crico. E, infine ma evocata dal lettore in un sottofondo flebile ché il potere-storia in Seràie è  un macigno inamovibile, sia una spinta al “non più così”.

 

Ivan Crico, Seràie, Roma, Cofine 2018

 

Maria Lenti

 

 

Pubblicato il 23 dicembre 2018