Seràie di Ivan Crico una raccolta poetica coinvolgente

Recensione di Maria Gabriella Canfarelli

Un libro di poesie coinvolgente, originale e per lo stile che per il contenuto, versi-testamento degli ultimi e dei diseredati, di uomini e donne sopraffatti dalla violenza quotidiana, dal pregiudizio e dalle guerre, ciascuno con un nome e una storia da raccontare attraverso la sensibilità di un autore la cui indubbia magistralità espressiva mai cede alla retorica, non utilizza metafore, piuttosto sceglie la cifra del canto devozionale per onorare i vinti, gli offesi, gli emarginati, le esistenze dure da vivere.

La realtà del terzo millennio che Ivan Crico, vincitore della XV edizione del Premio Ischitella-Pietro Giannone con la raccolta Seràie, ovvero Reti (Roma, Edizioni Cofine 2018) in dialetto arcaico veneto, attinge dal villaggio globale, dalla rete, dal web, è qui esposta con tutto il carico di dolore che nessuno vede realmente. In queste pagine dense di particolare e nitida crudezza come cruda è la verità che vi si racconta (di fatti, atti, vicende e il come e il dove) tutto il male del mondo viene portato alla luce, e la coscienza diviene attiva, partecipe, commossa di ciò che è accaduto e ancora accade. La dovizia di particolari (le speranze, la fiducia tradita, la morte, le morti, il quotidiano interrotto) pone al centro gli esseri umani, testimoni e protagonisti in prima persona, e ne fa risorgere la voce. Lazzari, appunto, come il bambino “Covért de sangue e pòlvar/ma vìu, Làsaro garzonet che te surtisse/de la bonbardada sepultura/de Alèpo. Ancòi // che la pàissa la par senpre/più luntana, ancòi che in don/’n’antro putel al à menà cun sì / la morte de là del cunfìn” (Coperto di sangue e polvere / ma vivo, Lazzaro bambino che esci / dal sepolcro bombardato di Aleppo. // ora che la tregua / appare sempre / più lontana, ora che in dono / un altro bambino ha portato / la morte al di là del confine del nostro sguardo distratto, superficiale, presto dimentico di tutto. Ogni storia qui diventa memoria, ricordo vivo e vicino di ciò che la “rete” (asettica fonte di notizie) diffonde, e che il Poeta-pescatore di parole e vicende umane raccoglie e ferma con una scrittura forte e decisa, in forma di dettagliati reportages.  Le voci liberate dalla morte ‘parlano’, si raccontano a una voce poetica che certo ne sa cogliere tutte le sfumature di dolore e sofferenza, umiliazione, sfruttamento. Empatica è dunque la voce che queste voci raccoglie e restituisce in un crescendo drammatico per eternare ciò che la società del nostro tempo facilmente metabolizza – ne sia prova la locuzione d’uso ‘navigare in rete’, cioè stare in superficie, navigare a vista. Crico, al contrario, si immerge e porta sulla pagina la morte per fuoco (elemento molto presente in questi versi) degli operai della Thyssen, affidando la testimonianza a chi è sopravvissuto: “No véuo vidù un omo/mai ta quei passi. Ansi, sì: ta quei placati,/ là del dotor, onde che ’l corp de l’omo / al xe sensa la pela, par mostrarte dute /le vissare. Dut conpagno; ’na roba / che no se pol vedar un ta quei stati”. (Non avevo mai visto un uomo così. Anzi / sì: su quei poster, dal medico, dove il corpo / umano è senza pelle, per mostrarti gli organi / interni. La stessa, insostenibile, visione). Elemento distruttore, divoratore di corpi e cose (per incendio, bombardamento o attentato), è il fuoco che battezza il terzo millennio (undicesimo giorno del nono mese del 2001), il fuoco “gorgo nero” che risucchia e inghiotte, la stessa orrenda visione descritta da Orio e Ronald, due voci, un solo racconto: “Intant che ’l sunsur, ’l vent e spissi/ rudinassi drio sgorlar i ciapeva ogne/ roba como ’na scuria torno de nantri, l’aiar/ al s’à ’npinà al l’inprovista de scur fis e polvar/negro. No se riveva gnanca fiadar, duti doi/ se ’npensavisi de restar s’ciafoiadi. Vedevisi / sbrendui de sfoi brusadi, i palassi de tornovia/ ’nvultissadi del fogo, no se sintìa/gnanca un ghes, no se luméva gnissun” (Mentre il rombo, il vento e i detriti letali / volanti colpivano come una frusta tutto intorno / a noi, l’aria si riempì di oscurità totale e polvere / nera. Non riuscivamo a respirare, entrambi / pensavamo che saremmo soffocati. Vedevamo frammenti / di carta incendiata, i palazzi circostanti avvolti dalle fiamme, un silenzio tombale / e non si scorgeva nessuno. E infine “Al siel al se veva ploscà ta quele stansie / tornandole ’npinir cu’l so biau mai pelà, un siel / de là che no se pol tornar indrio/ che ’l ga ciapà, par senpre, de nantri ’l logo” (Il cielo si  era scaraventato tra quelle stanze / rioccupandole con il suo intoccato / cobalto, un cielo irreversibile / che si è sostituito, per sempre, a noi stessi). Da Oriente a Occidente, da nord a sud, di sponda in sponda, il poeta tira a sé le reti colme di nomi, di corpi dei senza scampo (David, Elena, Faraaz, Orlando, Khaled Al Assad) di ogni età, di ragazze vendute dai padri, sfruttate, violentate, costrette a prostituirsi; e ancora, la vita bruciata (letteralmente) di Hande né uomo né donna: “l’ora me ’npenso / de sto me corp lassà drento/ta un auto brusà ta un quartier / de quei fineti de Istanbul” (penso a questo mio corpo lasciato/ dentro l’auto incendiata in un elegante / quartiere di Istanbul); o quella di Erabor, “rivada fina culì cu’i me sclagni / canucini de putela, al muset garbo/de ua scunduda – sensa mai ver/vidù ’na lanpa de sol – de un fissun/de foie” (arrivata fin qui con le mie magre / gambe da ragazzina, la faccia acerba di uva / nascosta – senza ancora aver visto mai / la luce – da troppe foglie)/ … / “Strolegamenti de bot e spirti / de aqua i m’à ’ncadenà ta’l sfalt / de ste strade foreste; e le note/ pa’la strada le iera senpre dute brutone, dute massa negre/e ’ndiassade, anca de istà”( Riti e spiriti / d’acqua mi incatenarono presto all’asfalto / di queste strade straniere; e le notti / in strada erano sempre tutte brutte, troppo nere // e fredde, anche d’estate).

Il desiderio di luce, calore, sole è pensiero dominante che accompagna la fine dei tanti protagonisti, come nella tenera e commovente Lettera da Kobane (città assediata dai terroristi) nella quale la protagonista lascia alla madre l’ultima speranza: “ drio contar i me ultemi  / mumenti, go restà vardar ’l lusor / de sol tamisà travers i busi / … / caldo go restà a ‘npensarme de como / che se varìe podest tamisar un fià / de ciaro in ta sto mondo” (contando i miei ultimi istanti, sono / rimasta a guardare la luce del sole / mentre penetra attraverso i fori / … /calda sono rimasta a pensare a come / far passare un po’ di luce in questo mondo). Soltanto un po’ di luce.

Ivan Crico (Gorizia 1968) ha studiato arte e si è diplomato in pittura all’Accademia di Belle Arti di Venezia nel 1992. Studioso di letteratura dialettale italiana ed estera, dopo essersi segnalato  come poeta in lingua, nel 1989 ha cominciato a usare anche il nativo idioma veneto “bisiàc”. Suoi testi poetici e saggi critici sono apparsi sulle riviste italiane  Frontiera, Poesia, Lengua,  Diverse Lingue, Tratti.  Nel dicembre 1997 ha pubblicato Piture, a cura di Giovanni Tesio, per l’editore Boetti di Mondovì e nel 2003, per il Circolo Culturale di Meduno, con prefazione di Antonella Anedda, Maitàni (“Segnali di mare”). Nel 2006, per le edizioni del Consorzio Culturale del Monfalconese, è uscita la plaquette Ostane (Germogli di rovo) e nel 2007 la raccolta Segni della Metamorfosi per le edizioni della Biblioteca di Pordenone. Nel 2008 ha pubblicato la raccolta De arzent zu per l’Istituto
Giuliano di Storia e Documentazione di Trieste. Figura tra i nove autori selezionati per l’antologia Tanche giajutis ( a cura di Amedeo Giacomini) che comprende i poeti più significativi nei dialetti e lingue minori degli ultimi decenni del Friuli Venezia-Giulia. Suoi testi sono apparsi nell’antologia I colors da lis vos, curata da Pierluigi Cappello (Colonos, 2006) Cinquanta poesie per Biagio Marin (a cura di Anna De Simone, Serra Editore 2009). Tra i molti riconoscimenti ricevuti, il Premio Giuseppe Malattia della Vallata e il Premio nazionale di poesia Biagio Marin.

Ivan Crico. Seràie  (Edizioni Cofine, Roma 2018).

 

Maria Gabriella Canfarelli