Senza tempe di Mario D’Arcangelo

La recensione di Gian Piero Stefanoni alla prima silloge in dialetto di Casalincontrada (CH)

Prima prova, del 2004, questa Senza tempe del caro e sapiente Mario D’Arcangelo che alla luce della lettura del successivo Albe e ne albe pare possedere già in sé pur nella maggiore letizia dei suoi soli, delle sue campagne e dei rivi e uccelli di perpetuamento, quelle cariche d’ombra e di malia, di azzeramento che nel libro della piena maturità poetica si apriranno poi con evidenza come motivo di lotta.
Ed allora è come se, nel tracciato di una poesia che nasce e resta nel solco di un’umiltà d’ascolto, alla rivelazione di una identità seguisse nel dettato la preservazione e il trasporto di ciò che è a rischio scacco, o strappo per meglio dire di un mondo compresso dalle uniformità e dalle negazioni di un contemporaneo senza più domande.

La ricchezza di questo primo incanto così di contro un versificare odierno spoglio di destinazione e dunque oscuro perché privo di rifiutate, rigettate radici, è proprio nell’immersione pienamente partecipata, accompagnata e sofferta all’interno della propria terra sapendone d’ogni zolla, d’ogni immagine, origine e direzione. E proprio entro la corposità rivelatrice delle immagini (che non dimentichiamo sono l’alfabeto del verso) affonda il racconto di D’Arcangelo nello spazio libero delle unioni che poi nell’incontro è respiro e vita nella conferma delle sue correnti.

Appare naturale dunque nel soffermarsi su questa scrittura sottolinearne le virtù di cura, nel senso di veglia, attraversamento e custodia; e disposizione finanche che nella sua piena, umanissima dimensione va perdendo piuttosto attorno a noi progressivamente in presenza e, dunque- verrebbe da aggiungere- anche in incisività etica e sociale.

Al riguardo, però, restando in ambito strettamente poetico, ha forse ragione Serrao nella sua bella introduzione quando a proposito delle lingue dialettali parla di nuovo semenzaio di lingue letterarie. Perché probabilmente è questione di “mondi” a cui la lingua, ogni lingua si riferisce.

Ed il dialetto, come in questo caso elevato dall’interno alla sua piena nobiltà di voce figlia per ancestralità e asprezze e dolcezze di memoria, è il verso – nel senso di direzione e riferimento – appunto del Mondo, di terre (tornando a Serrao) di confine (anche se qual è mai il vero confine ci verrebbe da chiedere) che hanno sempre fatto speranza di una realtà umana prima che poetica migliore e che in questo bel “Senza tempe” trova compiuta sacralità nella doglia quotidiana, di nuovo parto sì da quelle chiese e da quei campanili che nello slancio delle punte (nei canti e nelle preghiere da cui anche questa pensiero nasce) chiamano il Solo “ Chi je po’ tene pite” pur, o proprio, nella consapevolezza di un male che sempre ci prova perché “arenasce ancore lu Bambine/ e chi a la croce po’ l’aretrascine”.

Mario D’Arcangelo, Senza tempe, Edigrafital, S.Atte (Teramo) 2004.

Gian Piero Stefanoni