Se questo è canto di Lorenzo Poggi

Nota e scelta di poesie di Anna Maria Curci

Se questo è canto (Controluna, 2018) conferma, con voce e moto resi saldi da una cura quotidiana, le qualità della poesia di Lorenzo Poggi: invito sonoro a “restare umani”, lode del dubbio al cospetto di slogan e di adunate di massa, sguardo attento alla natura, che è radice, è vita, è insegnamento. Nuovi, vale a dire più espliciti, più vividi, sono la consapevolezza circa i propri strumenti poetici (Ciò che so fare), le passioni, le predilezioni, perfino i sogni (Senari appassionati, Paesaggi montani, Oltre il fosso) e il risalto dato alla riflessione su natura e funzione del dire in poesia, del ‘canto’, dunque, come annuncia il titolo della raccolta. Consapevolezza e vibrante esercizio di discernimento sono le fonti di una luce efficace e feconda per chi legge, che sia essa cruda nella ripetizione cruenta sul palcoscenico devastato, sulla tolda ‘calcata’ della storia, o gentile, nel quieto riaffermare la propria dignità, il proprio compito controcorrente (Poeti).

© Anna Maria Curci

 

Ciò che so fare

So gettare parole nel fondo di bottiglia

agitare per bene e leggere

ardite composizioni d’inesplicabile valore.

So pure appallottolare idee

nel deserto di pagine bianche

e osservare origami mal-nati.

Oppure comporre musiche

strizzando fiori di loto,

scolpire croci nella pietra

ed orme sprecate nel letto di fiumi.

So anche rimestare nella spazzatura

frasi non dette, assonanze perdute,

versi senza ali che

hanno provato a volare.

 

*

Senari appassionati

Mi piace ascoltare

note di speranza

sul bordo del bosco

quando muore il sole.

Passare su corde

di viole col piano

che spande la luce

vestito da sera.

Infilare perle

di luna calante

per farne collana

che lega ricordi.

Spalmare certezze

su scogli rugosi,

liberare onde

dal vento di terra.

Sciogliere profumi

nascosti nel cavo

d’un tronco d’ulivo

che sanno di storia.

Raccattare sogni

perduti ogni notte

appresso a fantasmi

in vicoli oscuri.

*

Paesaggi montani

Vedo nel cielo nubi che corrono

sfrangiate dal vento come scialli

di vedove sempre in attesa.

Ascolto il canto di nevi che sciolgono

torrenti festanti rombanti di tuono

e l’acqua che corre del colore del ghiaccio.

Sento prati di menta,

il muschio del bosco, i rami caduti,

l’odore dei funghi, la terra muffosa.

Tocco sassi che sanno di mare

conchiglie sepolte in millenni di storia

di quando i monti salirono al cielo.

Non è tempo perso

Il tempo che serve a imparare a gustare.

*

Oltre il fosso

Mi piacerebbe andare oltre le nuvole,

a piedi sfrondati da suole sintetiche,

ma le piante abbarbicate alla terra.

Oppure volare oltre il fosso di casa

portandomi appresso giardini all’inglese

e pensieri bagnati da punch fumanti.

Magari salire i gradini d’un piano,

o sentir cadere note dolenti

su pavimenti lucidi d’ossidiana.

Accetterei anche un “piuttosto che”

che cammina sbilenco e stonato

in cerca d’un tetto per riposare.

Ma son stanche parole di vuoti commiati,

Ofelia è passata, l’ho vista dal ponte.

Mi piacerebbe, qualche volta, sognare.

*

Poeti

Ci chiamano poeti con sufficienza

e non sanno che siamo dei giusti

che si caricano di tutte le croci del mondo.

Ci chiamano poeti con sufficienza

e non sanno che spesso scaviamo

nelle zolle della nostra coscienza.

Ci chiamano poeti con sufficienza

e non sanno che andiamo a svegliare

le albe e addormentare i tramonti.

Ci chiamano poeti con sufficienza

e non sanno che cerchiamo la strada

dove camminare diritti.

Ci chiamano poeti con sufficienza

e non sanno che raccogliamo conchiglie

sulla spiaggia del nostro inverno.

Ci chiamano poeti con sufficienza

e non sanno che cantiamo l’amore

nel giardino delle rose e del vento.

Ci chiamano poeti con sufficienza

e non sanno che inventiamo assonanze

e rivoltiamo le frasi per far capire in profondo.

Ci chiamano poeti con sufficienza

e non sanno che farsene di chi vede

anche per loro.

Pubblicato 21-05-2018