Sanmartin di Giacomo Vit

di Nelvia Di Monte

In questa raccolta di poesie in friulano, un comune avvenimento (quel trasloco che capita a tutti di affrontare almeno una volta nella vita)  diventa una complessa esperienza su cui si innestano elementi personali, sociali e storici: lo stesso titolo si riferisce alla data dell’11 novembre quando nelle campagne, non solo friulane, scadevano i contratti di mezzadria e molti contadini dovevano trasferirsi altrove. Del resto fin dalle prime pubblicazioni il poeta ci ha indicato come ogni percorso individuale confluisca dentro il fiume della vita che è sempre determinato da una pluralità di presenze e assenze, di avvenimenti a volte scelti, più spesso subiti e patiti nella irragionevolezza del destino.

L’acqua è un’immagine poematica che attraversa spesso la scrittura di Giacomo Vit (basti ricordare il poemetto La plena o la raccolta La cianiela) e ora si riaffaccia fin dai primi testi a rimarcare come le persone fluttuino più distanti dei loro desideri (“Al era un àrmar / fra nualtris. / Cuant ch’i si ciacaràvin / da un’isula / a chealtra, no si /capìvin… – C’era un armadio / fra di noi. / Quando ci parlavamo / da un’isola / all’altra, non ci / capivamo…”) e come gli oggetti stessi siano impregnati di questo liquido scorrere via del tempo: “Viarzint i scansèi, / i ài trovàt / il patùs di un flun / ch’i mi eri dismintìat, / e a mi veve corùt / drenti! –   Aprendo i cassetti, ho trovato / le alghe di un fiume / di cui mi ero scordato, / – e mi era viaggiato / dentro!”).

Il senso di precarietà – insito nel traslocare da una casa ad un’altra, da un periodo della vita ad un altro – è un’eco che si diffonde in cerchi sempre più ampi, fino a inglobare diversi modi di abitare e le corrispondenti condizioni di vita di tante persone. Dal piccolo spazio  (“il me toc di paradìs il mio pezzo di paradiso”)  di chi in carcere non ha nemmeno una cella per sé; alla “porta sul cielo” dell’amico poeta scomparso, che aveva dipinto un cielo azzurro attorno all’uscio forse per far capire che “ogni sogno / ha una porta / che noi dobbiamo / aprire”. Fino al testo che chiude la silloge, in cui l’esperienza attuale del poeta si ricolloca dentro l’incessante esperienza di migrazione che unisce il padre e il figlio in una storia che continua a dipanarsi senza fine, come in una dimensione da fiaba cui manchi un punto conclusivo ma tutto resti aperto nei puntini di sospensione. All’interno di questa ampia cornice di condivisione, i riferimenti personali non si chiudono nell’intimismo ma si declinano con una luce obliqua, spesso mediati dai filtri della distanza e dell’ironia, dell’amarezza, delle domande senza risposta poiché è inutile chiedersi “quale montacarichi / avrà la forza / di spostare quintali / di delusioni / accumulate agli angoli della camera?”.

La lingua usata è un friulano colloquiale, mai lirico in sé ma che sa far scaturire dalla concretezza delle immagini l’intensità lirica di alcune situazioni, la vena elegiaca di un infinito andare come relitti trascinati dalla corrente, “roba imbombada di sun, / ciapada sù di sbusinòn – oggetti inzuppati di sonno / raccolti in fretta”. C’è a volte una umanizzazione delle cose (“finestre, occhi / inchiodati sul mondo”; “la pelle dei muri / fatta più dura”) che contribuisce a creare un’atmosfera di compenetrazione tra realtà esterna e interiorità, in un clima di forte partecipazione emotiva ma ancorata ad una salda percezione del proprio esserci storico, dell’inevitabile posizionarsi dentro un destino sovrandividuale che trova un punto fermo – non di stabilità ma di autenticità – nella adesione ad una lingua che riconduce ad uno spazio fisico e antropologico di appartenenza,  con la quale si può esprimere la parte più intima della propria umanità.

La naturale adesione della lingua usata alle tematiche esposte emerge in modo singolare nel testo “Istruzioni per inscatolare” in cui un italiano prescrittivo e anonimo (frasi estrapolate dal depliant di istruzioni per utilizzare gli scatoloni del trasloco) si alterna con il friulano di pensieri amari su un’esperienza – di un amore, di un vivere insieme lasciato sottinteso – che si avvia alla fine; il contrasto è stridente, perché presenta due realtà inconciliabili, come l’illusione di chi crede al sostare del vento mentre la quotidianità della vita  dà regole semplici ma inequivocabili: “E iò a crodi / al polsà dal vint:/ “Non capovolgere”.

Giacomo Vit, Sanmartin, LietoColle, 2008, euro 10