“ani che no se podeva dir/ inte le strade, inte le stanze/ ‘ssai prima de ‘sta tecnologia/ cogoli sui clanz, paltan/ pochi ferai, le stele intestardide” (erano anni di silenzio/ nelle strade, nelle stanze/ molto prima della tecnologia/ ghiaia sui sentieri pozzanghere/ pochi lampioni e stelle intestardite). La memoria, che spesso per un poeta è, se non evidente, sottesa ai versi o al suo stile, in questa silloge, terza classificata al Premio Ischitella-Pietro Giannone 2024, è palese. Dove è la memoria, spesso abita anche la nostalgia, questo “dolore di tornare” a tempi e luoghi che, passati, costituiscono tuttavia una condizione esistenziale che si vorrebbe recuperare, pur con le differenze e le inevitabili perdite. L’espressione di tutto questo è il dialetto: la lingua materna e paterna “la mia unica arma vivida/ in questo mondo/ che zampillava come un pianeta di ginocchia sbucciate/ di corpi abbarbicati come viticci/ di consonanti antiche in sparizione/ coniugazioni smantellate”. Unica arma, la definisce Sandro Pecchiari, in una descrizione fisica e semantica; ma perché arma, se non per difendersi, o meglio per difendere il tempo “co se iera muli” , l’età dell’innocenza, intesa come avere il mondo in prestito, celare l’amicizia, indossandola come “il bianco delle more sulle labbra”?
Il mondo in prestito: già questo basterebbe per riavvolgere il nastro e fare Rewind con Vasco Rossi: oggi il mondo lo compra chi può, e rivendica la proprietà su di esso e su chi lo abita; e chi allora sogna di prenderlo in prestito lasciando anche agli altri la stessa possibilità? Solo i “muli” i ragazzi, ai quali “il fiume al vento era una ringhiera/ un graticcio un confine/ per i ragazzi forestieri nelle lotte” : essi, che più che dire a parole, realizzano questa possibilità, vivendo.
“ogni tanto se traversava l’aqua/ per scanbiarse vis’cie e pessi/ inprestandose un mondo/ ladrandose le armi e le parole” oltre il confine stabilito dal fiume – l’autore confessa – tutto si poteva, lo scambio e il furto erano sullo stesso piano esistenziale: per la morale, l’etica, la giustizia, c’era tempo. Il gioco – l’invenzione di un mondo di guerre e ferite immaginarie – durava quel tempo sospeso tra il prima e il dopo, il mondo degli adulti, che non parlavano ai bambini degli anni bui e in cui i più piccoli non facevano domande. “le zigale le parlava anca per noi”. Le cicale parlavano anche per i ragazzi, con il loro canto insistito, fastidio e insieme leitmotiv dell’estate. Tempo dei giochi all’aperto, giochi di guerra e d’amori, tutto riposto in una valigia di cartone, nell’ illusione che bastasse, leggera come i sogni e le idee:“iera de carton la valisa de l’infanzia/ghe go sconto drento ‘sto desmentegarse/ de ti, de mi/ fin a desmentegarme tuto” (la valigia dell’infanzia era cartone/ vi ho riposto dentro questo dimenticarsi/ di te di me/ fino a dimenticarmi tutto).
Oggi Pecchiari, in cerca di segni che facciano riemergere dalla memoria quello che vorrebbe, “e ghe xe ‘l sol forsi la luna ghe xe ‘na tera ferma/ su ‘sta strada drita/ xe forsi tua la vita che la movi ‘pena el volante?” (e c’è il sole c’è forse la luna c’è una terra ferma/ su questa strada dritta/ è forse la tua vita che muove appena il volante?) viaggia per andare e soprattutto per tornare, ma i campi di frumento sono parcheggi, la terra è sotto le autostrade e sotto supermercati colmi di bambini: è vero, questi sono “segni di riciclo/ ma dove mi riciclo io?” (segnai de riciclo…ma mi ‘ndo me riciclo?) si domanda.
A lui sembra smarrito anche l’amore, quello impossibile da rivivere perché “di schiuma”come il fiume che scorre e cerca “rotte a caso”: “se se movi come in una replica -/ clichime per suoni veri/ mandime dei file audio/ cussì che scrivo la musica del svodo” (che io possa musicare il vuoto con suoni veri). È smarrita anche la via di casa, ma forse amore e casa coincidono: tale è la certezza che resta al poeta, ora che i luoghi sono mutati; tanto da accorgersi che il futuro di allora è l’oggi delle scelte aggrovigliate, di passi troppo corti o troppo lunghi.
Per tutto questo, la silloge si chiude ricomponendo il cerchio tra gioco e realtà,
i fosi scavadi tra le case
sdopiava nel gran zito
nuvoloni d’istà
noialtri plozcadi ne l’aqua dei stagnachi
-moladi int’el sol
tuto el dopopranzo-
a lavarse via la rafa
per lavarne noi e tornar
in un mondo forsi a sesto
i fossati scavati tra le case/ raddoppiavano nel silenzio/ nubi estive -/noi a sguazzare nell’acqua dei secchi/- abbandonati al sole/ l’intero pomeriggio -/ per lavare il fango,/ per lavarci e riportarci/ in un mondo forse d’ordine.
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sarìa ora de parchegiar le machine int’un cercio
come i cari del star qua
come se fazeva de studenti e se cantava
rinforzando quel che se iera drento
i suoni xe omini che vivi ‘traverso i tenpi
i rinbonba e i ne dà orgoljo
per viver al unisono a volte
ora di disporre in cerchio le macchine/come carri dell’essere qui/come facevamo da studenti e si cantava/rinforzando quello che siamo dentro//i suoni sono uomini, vivono attraverso i tempi/rimbombano e ci danno orgoglio/ per vivere all’unisono a volte
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guarisime te me disevi
ma mi no son guarì de ti
‘ndo te son ‘desso
zinquanta ani dopo?
podessi riconoserte
ravanando solo intei ricordi
no su ‘ste strade incatramade
‘sti canpi de formento
che ‘desso xe parchegi
guariscimi dicevi/ non sono riuscito a guarire da te/ dove sei ora/ cinquant’anni dopo?/ potrei riconoscerti /rovistando solo nei ricordi/ non su queste strade asfaltate/ questi campi di grano/ ormai un parcheggio
Sandro Pecchiari, Co se iera muli, Quando eravamo ragazzi, Arcipelago Itaca Edizioni, Osimo (AN), 2025
Sandro Pecchiari vive a Trieste. Si è laureato in Lingue e Letterature Straniere all’Università di Udine nel 1977. Ha pubblicato: Verdi Anni, 2012; Le Svelte Radici, 2013; L’Imperfezione del Diluvio – An Unrehearsed Flood, 2015; il lavoro antologico Scripta Non Manent, 2018; Desunt Nonnulla, 2020; Alle spalle delle cose, 2022. Sue poesie in triestino sono state pubblicate da Arcipelago Itaca nel 2020. Collabora con l’associazione Independent Poetry, con la rivista “Graphie” di Cesena e il blog Versante Ripido di Bologna. Scrive anche per “Il Ponterosso” di Trieste e per “Fare Voci” di Gorizia.