[SICILIA] – Salvo Basso nacque a Giarre (Catania) nel 1963, ma trascorse tutta la vita a Scordia, importante centro agricolo della Pianura di Catania, dove morì nel 2002. Laureatosi in filosofia con il massimo dei voti e la lode all’Università di Catania, dal 1994 fu Assessore alla Pubblica Istruzione del Comune di Scordia, poi dal 1998 anche con funzioni di vice sindaco, fino alla morte. (Nelle foto anche due opere fotografiche di Salvo Basso.)
Nel 2009 è stato attivato il sito www.centrostudisalvobasso.eu
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Testimonianza di Renato Pennisi
Ho conosciuto Salvo Basso a Catania, alla fine degli anni ottanta. Collaboravamo allora a una rivista che si chiamava Via Lattea, e ci incontravamo ogni martedì sera, insieme ad altri amici artisti, in un pub in viale Libertà. Con noi c’erano anche lo scrittore Salvatore Garufi, finalista al Premio Calvino, e il poeta Salvatore Orofino di Caltagirone, che pur di stare con noi un paio di orette percorreva, uno più uno meno, duecento chilometri tra andata e ritorno. Eravamo giovani, soprattutto. Abbiamo attraversato la vita per un lungo tratto insieme, fatto il tifo l’un per l’altro, ci siamo dati coraggio quando la vita andava contro.
E Salvo Basso è stato il primo ad andarsene, nel 2002 per un tumore al cervello.
A voler individuare il tratto distintivo del fervore creativo di Salvo Basso, il dato che maggiormente impressiona è quello di un segno in perenne tumultuoso esercizio, un segno grafico che ha lasciato soprattutto nella poesia istantanee folgoranti e rivelatrici, ma, insaziabile e irrequieto, ho cercato in altre misure, come la fotografia e la poesia visiva, nuove espressioni, altre vie di fuga, comunicazioni turbolente,
Perché Salvo Basso fu mosso da una curiosità vorace e formidabile, incapace di fermarsi soltanto per un attimo per guardarsi indietro. Per lui esisteva soltanto l’oltre, la volontà di superare un ostacolo, un tempo, una certezza.
Per Salvo Basso era necessario, e lo ripeteva incessantemente ai suoi sodales, possedere un progetto, per raggiungere una meta che permettesse a una comunità allargata di crescere, per porgersi dialetticamente in rapporto con altre comunità e soprattutto per leggersi criticamente affondando a ritroso nella storia e nelle tradizioni del territorio.
Salvo Basso visse e operò nella consapevolezza della capacità innovativa della cultura, e si batté, cioè si batté politicamente, per il rispetto e lo studio delle altre culture, di tutte le culture.
Appare intuitivamente che le sue poesie in dialetto, quelle di Quattru sbrizzi e di Dui in particolare, sono in realtà fotogrammi, fermi immagine di un concetto, di un’idea, di una intuizione, proprio come le sue fotografie. Salvo Basso con la sua poesia colse in un guizzo l’essenza del vivere, dello scrivere, dell’amare e del morire; riuscì come i pochi e veri artisti del nostro tempo a stare avanti a ciò che accadeva, scommise e vinse rischiando sulla sua propria pelle, e soprattutto non giocò mai di rimessa, sugli altri, sul già fatto, sul già visto.
La sua poesia in dialetto chiude con la tradizione, con la civiltà contadina, con la metrica dei lasciti letterari, con la oralità vociante di Ignazio Buttitta, con la severa e colta causticità di Santo Calì, chiude con tutto e con tutti, e la chiusura è totale, per farsi portavoce disarmato di una vacua civiltà televisiva, di un linguaggio giovanile e straniato, di uno slang che guarda ai cantautori, ai problemi veri e scomodi, e quindi taciuti, del nostro tempo, e all’isolata confusione che sembra la regola spietata di ogni giornata che arriva.
Salvo Basso ci ha insegnato che occorre perdersi nelle cose per riscattarle e per riscattarsi: così nei volti e negli oggetti che incontriamo, nelle parole che il poeta usa, crea e rinnova senza timori, nella positiva ansia di avvenire per comprendere ciò che si sta approssimando.
Segno, e quindi versi e immagini, in una rivelatrice cerniera tra più scritture e tradizioni, e tra due secoli, uno che ci ha dato l’atomica, il cinema e i Beatles, e un altro che è già arrivato anche se pochi hanno gli occhi per leggerlo.
Catania, 24 novembre 2006
Renato Pennisi