Il volume Il versante dialettale saggi di letteratura siciliana, edito dalla Nuova Ipsa editore nel 2010, raccoglie in circa novanta pagine gli articoli, i saggi e le recensioni di Salvatore Di Marco pubblicati durante il decennio 1996-2005 nella rivista-almanacco “Colapesce”, Claudio Mazza editore.
Nell’ordine: Ignazio Buttitta e le antologie di poesia dialettale del Novecento; La moderna rilettura della leggenda di Colapesce; La poesia dialettale siciliana e la questione storiografica; La vita e l’opera di Vito Mercadante; L’opera di Antonio Pizzuto e l’avanguardia letteraria; Dai minimalia dell’esistenza al gesto letterario; Una luce che altrove non c’è; Le’nciurie castronovesi del Benincasa; Le liriche della memoria di Gaspare Li Causi; L’influenza di Antonio Veneziano nella poesia dialettale siciliana; Gli esordi letterari di Francesco Paolo Perez; Il tempo del Cristo e il tempo dell’uomo nella poesia di Bernardino Giuliana.
Tratteremo, ovviamente per sintesi, di taluni dei menzionati elaborati; prima, tuttavia, riteniamo opportuno tratteggiare, con esclusiva attenzione all’ambito della poesia dialettale e della letteratura siciliana, la figura e l’opera di Di Marco.
Poeta, storico della letteratura e della cultura siciliana, Salvatore Di Marco, Monreale (PA) 1932, si può definire, “un esponente della cultura militante”. Cantu d’amuri del 1986, L’acchianata di l’aciddara del 1987, Quaranta del 1988, Epigrafie siciliane del 1989, Li palori dintra del 1991, La ballata di la morti del 1995, Cu rimita menti del 2010 sono i suoi lavori in dialetto siciliano.
Nel 1955, Salvatore Di Marco conobbe Pietro Tamburello ed entrò nel Gruppo Alessio Di Giovanni; “Gruppo”, della cui esperienza Salvatore Di Marco si è fatto in seguito appassionato testimone, che ha raccolto l’esempio di Alessio Di Giovanni ed è stato il promotore del Rinnovamento della poesia dialettale siciliana, movimento tra i più importanti del Novecento letterario siciliano che, grosso modo tra il 1945 e il 1958, coinvolse talune “aree della poesia dialettale siciliana sul terreno della ricerca e della sperimentazione di nuove vie. Un processo letterario di emancipazione né facile né omogeneo, in cui il passaggio dal vecchio al nuovo non poteva escludere una fase di coesistenza fra ciò che della tradizione vernacolare sopravviveva e ciò che nella nuova poetica cercava più sicure formalizzazioni liriche.” Una stagione letteraria che Di Marco giudica “essere stata ingiustamente marginalizzata sia in sede storiografica che critica.” Tant’è che, nell’articolo del 1995 titolato “I dialetti”, annota: “Trova sempre più favore il criterio di scrivere la storia della letteratura italiana a partire da una base che consideri le aree regionali. Le letterature regionali e quelle dialettali sono aspetti insopprimibili della vicenda storica della nostra letteratura nazionale. Che i nostri migliori scrittori dialettali siano rimasti esclusi dalle storie letterarie è stato un grave errore di cui gli studiosi oggi si rendono sempre più conto e che solo un buon processo di aggiornamento può ridimensionare.”
Negli anni Ottanta-Novanta Salvatore Di Marco è stato il fondatore, e ne ha sempre tenuto la direzione, del "Giornale di poesia siciliana" e della "Rivista Italiana di Letteratura Dialettale", entrambi editi in Palermo; insieme a Natale Tedesco, Lucrezia Lorenzini, Nicola Mineo e altri, è stato fra i relatori al Primo Convegno Regionale di Poesia Dialettale Siciliana svoltosi a Barcellona Pozzo di Gotto (ME) nei giorni 29 e 30 Ottobre 1988, organizzato dalla locale Corda Fratres; con Giuseppe Giovanni Battaglia, Sebastiano Burgaretta, Salvatore Cagliola, Salvatore Camilleri, Giuseppe Cavarra, Nino De Vita, Salvatore Di Pietro, Paola Fedele, Andrea Genovese, Rino Giacone, Alfio Inserra, Augusto Manna, Giuseppe Mazzola Barreca, Renato Pennisi, Stefano Puglisi, Michele Sarrica, Pietro Tamburello, Carlo Trovato, egli è inserito nella antologia della poesia contemporanea in dialetto siciliano a cura di Corrado Di Pietro, Lingua lippusa, del 1992; assieme con Salvo Zarcone e Francesco Leone, è stato uno dei relatori al convegno di studi organizzato nel 2005 in occasione del quarantennale della morte del poeta di Castellammare del Golfo (TP) Castrenze Navarra. E giusto nel 2005 ha avuto luogo a Trapani, stavolta su Salvatore Di Marco, un convegno i cui esemplari relatori sono stati Dino Grammatico, Francesco Leone e Gioacchino Aldo Ruggieri.
Tra le tantissime realizzazioni, è doveroso menzionare: La storia incompiuta di Francesco Lanza, monografia critica con prefazione di Giuseppe Cottone del 1991, e Il cantiere sulla lingua madre, del 2007, che raccoglie gli atti degli incontri dedicati alla letteratura in dialetto tenutisi, tra il 27 Gennaio e il 10 Maggio 2006, nel salone delle conferenze della Biblioteca Museo “Luigi Pirandello” di Agrigento. Di rilevante importanza, infine, gli studi condotti su due dei massimi autori dialettali siciliani: Alessio Di Giovanni e Ignazio Buttitta.
Beninteso, abbiamo schematizzato soltanto le “cose” più importanti afferenti al monumentale opus di Salvatore Di Marco, il quale tra editoriali, prefazioni, articoli, eccetera, ha scritto migliaia di pezzi e ha attraversato da protagonista, sia nella veste di poeta che in quella di letterato, gli ultimi cinquant’anni della storia letteraria siciliana.
E veniamo, alfine, al volume oggetto dell’odierno conversare: Il versante dialettale. Tra tutti gli interessanti saggi ivi contenuti ci soffermeremo, succintamente, su tre di essi.
IGNAZIO BUTTITTA E LE ANTOLOGIE DI POESIA DIALETTALE DEL NOVECENTO
Ignazio Buttitta non ebbe mai fortuna con le antologie di poesia dialettale. Lungo tutto il Novecento, in Italia sono state poche le buone antologie di letteratura dialettale. Una vera e propria opera classica nella storia della poesia dialettale siciliana a cavallo tra fine Ottocento e i primi decenni del Novecento è quella curata da Luigi Natoli intitolata Musa siciliana, Editore R. Caddeo, Milano 1922. Vi furono presentati poeti come Francesco Tràssari, Saru Platania, Nino Martoglio, Alessio Di Giovanni, Vito Mercadante e altri, ma non c’è Ignazio Buttitta. In questo caso si tratta di un fatto comprensibile poiché il Natoli aveva preso in considerazione le figure di maggiore spicco e, nel 1922, Buttitta era un autore pressoché sconosciuto.
Amedeo Tosti riuscì a condurre a termine soltanto il primo, Poeti dialettali dei nostri tempi, G. Carrabba Editore, Lanciano 1925, dei progettati tre volumi, quello relativo all’Italia meridionale. Fra i poeti siciliani presenti ci sono Nino Martoglio, Alessio Di Giovanni, Vito Mercadante, Francesco Tràssari, Saru Platania, Francesco Guglielmino e altri. Arbitro di quelle scelte sarebbe stato Alessio Di Giovanni. Ignazio Buttitta, il quale aveva intanto pubblicato la sua prima raccolta di liriche dialettali, aveva sperato di entrare nel novero dei poeti che il Di Giovanni avrebbe prescelto, tanto più che quel suo primo libro era stato bene accolto dalla critica. Ma, evidentemente, il cantore dalla Valplatani fu di avviso contrario.
Nel 1937 esce La strenna della poesia dialettale siciliana, ed. Latine, Milano 1937, a cura di Vincenzo De Simone e Giuseppe Pedalino Di Rosa. In essa, sono rintracciabili varie poesie di Ignazio Buttitta, ma si tratta di pubblicazione priva di rilevanza.
Quando nel 1954 Ignazio Buttitta pubblicò Lu pani si chiama pani, che collocò il suo autore sul primo scalino di una notorietà nazionale, era già diffusa in Italia una importantissima antologia dialettale, diventata oggi un riferimento: Poesia dialettale del Novecento a cura di Mario Dell’Arco e Pier Paolo Pasolini, Edizione Guanda, Parma 1952, con un saggio introduttivo di P. P. Pasolini. A delineare il quadro della situazione siciliana per conto dei curatori, fu Leonardo Sciascia il quale fornì allo scrittore di Casarsa una documentazione letteraria e critica piuttosto ampia includendo anche opere di Ignazio Buttitta. Pasolini però si limitò a presentare in antologia soltanto tre autori siciliani: Alessio Di Giovanni, Francesco Guglielmino e Vann’Antò ed escluse il poeta di Bagheria. Mancò d’intuito Alessio Di Giovanni quando valutò nel 1928 le prove d’esordio di Ignazio Buttitta e la stessa cosa capitò a Leonardo Sciascia e a Pier Paolo Pasolini nel 1952 quand’ebbero tra le mani i componimenti inediti del poeta bagherese ormai avviato alla propria maturità espressiva.
Intanto nel 1945 s’era costituito a Palermo un gruppo che più tardi si denominò “Alessio Di Giovanni”, animato dal proposito di svecchiare, nel linguaggio, nello stile, nei contenuti, la poesia dialettale siciliana. L’opera di Ignazio Buttitta mostrò subito in quel contesto i caratteri della innovazione e della sperimentazione e ciò spiega la ragione per cui il gruppo pubblicando un fascicolo antologico (Poesia dialettale di Sicilia, Tip. Valguarnera, Palermo 1955, con prefazione di Giovanni Vaccarella) vi avesse inserito due poesie di Ignazio Buttitta.
Nel 1957 si pubblicò un’antologia particolarmente importante, perché riuniva i poeti dialettali più rappresentativi nel campo della nuova poesia siciliana del secondo dopoguerra in Sicilia, curata da Aldo Grienti e Carmelo Molino con introduzione e note critiche di Antonio Corsaro (Poeti siciliani d’oggi, Ed. Reina, Catania 1957). Ignazio Buttitta vi fu presente.
Bisognerà poi aspettare il 1984 con Le parole di legno, un’antologia della poesia dialettale del Novecento a cura di Mario Chiesa e Giovanni Tesio, che la Mondadori inserì nella sua collana degli Oscar. I curatori inserirono i testi di Buttitta insieme a quelli di Nino Pino, Vann’Antò, Salvatore Di Pietro, Santo Calì ed altri. Era quella la prima volta che il poeta bagherese finalmente entrava in un qualificato repertorio nazionale.
Con aVia terra a cura di Achille Serrao, Editore Campanotto, Udine 1992, s’è voluto antologizzare quei poeti che oggi sono chiamati “neodialettali” e il curatore evidentemente non considerava Ignazio Buttitta un poeta “neodialettale”.
Neppure Lingua lippusa, un’antologia della poesia contemporanea in dialetto siciliano a cura di Corrado Di Pietro, che ne ha scritto anche il saggio d’introduzione (Ed. Venilia, Momtemerlo di Padova, 1992), include Ignazio Buttitta, con la palese motivazione che restavano esclusi dalla sua rassegna i poeti non più viventi e quelli “già affermati e conosciuti”.
Quel che però l’opinione pubblica non ha approvato né compreso è l’assenza di Ignazio Buttitta dalla nota antologia Poeti dialettali del Novecento, a cura si Franco Brevini (ed. Einaudi, Torino 1987). “La stampa siciliana – egli dichiarò nel 1990 a Salvatore Di Marco che lo intervistava – mi ritenne reo di avere omesso Buttitta, che è un simpatico personaggio, figura assai interessante di poeta di piazza, cantastorie, scrittore politico; ma non rientra, a mio avviso, tra gli autori ai quali affidare il compito di testimoniare quale straordinario fenomeno sia il Novecento dialettale” (in “Giornale di poesia siciliana”, Palermo 1990).
Nel 1991, vedeva la luce una bella antologia in due volumi curata da Giacinto Spagnoletti e da Cesare Vivaldi che restituiva a Buttitta l’attenzione che indubbiamente merita: Poesia dialettale dal Rinascimento ad oggi, introduzione, scelta dei testi, note e commenti di G. Spagnoletti e C. Vivaldi, ed. Garzanti, Milano 1991.
Come si è visto, solo due sono state nel dopoguerra le antologie nazionali (Le parole di legno di M. Chiesa e G. Tesio del 1984 nonché Poesia dialettale dal Rinascimento ad oggi di G. Spagnoletti e C. Vivaldi del 1991) che hanno ammesso nella loro rassegna la poesia di Ignazio Buttitta.
LA POESIA DIALETTALE SICILIANA E LA QUESTIONE STORIOGRAFICA.
Non esiste all’oggi una storia della letteratura in dialetto siciliano. Ci sono – è vero – saggi critici e studi monografici che riguardano singole figure, di maggior conto letterario, di poeti, di narratori e di drammaturghi. E, del resto, non si può tracciare una panoramica della poesia dialettale del Novecento siciliano senza considerare la questione linguistica, o più precisamente, l’insieme delle innovazioni del dialetto concernenti pure il diverso approccio ad esso da parte dei poeti. Fin dagli albori dell’unità d’Italia, si ebbe un acceso fiorire di bibliografie regionali. Apparvero così in Sicilia la ormai classica Bibliografia siciliana di Giuseppe Maria Mira (Palermo 1875) e la Bibliografia siciliana contemporanea curata fra il 1874 e il 1878 sulle pagine dell’“Archivio storico siciliano” da G. Salvo Cozzo. Bisogna poi andare al 1931 quando Anna Sortino pubblicò in Caltagirone la sua Bibliografia dialettale siciliana e poi al 1954, per l’apprezzata Bibliografia siciliana (1938-1953) di Nicolò Domenico Evola, edita a Palermo da Pezzino.
Per avere una idea più chiara della complessità relativa alla materia basterà che si pensi agli intrecci che ci sono tra il dialetto come lingua del popolo e il dialetto della tradizione letteraria colta. Da qui discende la distinzione, che va tenuta presente, tra l’opera letteraria di quei poeti (si può pensare per il Novecento a Nino Pino, al Vann’Antò, a Santo Calì, ad Antonino Cremona ed altri) i quali fanno poesia “culta” scrivendo nel dialetto della loro città oppure del “contado”, innalzando alla piena dignità letteraria il vernacolo di ristrette comunità dialettofone, e l’opera poetica di altri autori (è il caso di Pietro Tamburello, di Ugo Ammannato, di Paolo Messina, ma anche dei loro predecessori del primo Novecento) i quali hanno scritto i loro versi sul calco del dialetto letterario che in Sicilia vanta un tradizione illustre, almeno a datare dal Cinquecento.
Una ulteriore questione alla quale si deve porre mente è quella della stabilità dei modelli. Infatti, se può dirsi che la poesia popolare si sia naturaliter tenuta fedele alla tradizione, quindi del tutto disinteressata ad innovazioni e sperimentazioni, così non è per la poesia dialettale “culta”, dove invece sono fisiologiche alla continuità e alla propria ragion d’essere le mutazioni stilistiche e di struttura, il superamento dei modelli e delle scuole, la dinamica ininterrotta delle creatività nelle forme, nelle tematiche. Se e in quanto nella poesia popolare la libertà espressiva del singolo autore sia fortemente condizionata dalla tradizione letteraria e dalla obbedienza ai canoni, fino all’emarginazione della oggettività, nella poesia culta tutto avviene rovesciato per esaltare la creatività personale, il principio della autonomia da ogni tradizione, dalle scuole letterarie.
Nel 1945-1958 sorse in Sicilia un movimento di poeti dialettali che si pose il problema del rinnovamento letterario. In quella direzione furono sostenuti alcuni tentativi, in qualche caso con esiti estremamente felici, di rinnovare nella forma e nei contenuti la poesia dialettale siciliana e, da parte di alcuni studiosi siciliani, si è guardato a quell’azione come a un evento di grande valore storico. Se allora ci fosse stata una maggiore circolazione a livello nazionale delle esperienze che vuoi in Sicilia ma anche in altre regioni si consolidavano, forse qualche frutto migliore sarebbe maturato, sia sul piano della stessa produzione letteraria che su quello della storiografia critica e del giudizio estetico. Bisogna pure dire che della letteratura dialettale manca una storia soprattutto italiana. E questo dipende dal clima culturale di sottovalutazione in cui si è tenuta in Italia la questione del patrimonio letterario che in dialetto si esprime. Senza contare la questione – niente affatto secondaria – se debba o no essere verificata la produzione letteraria dei poeti dialettali di questi ultimi venti anni in Sicilia, alla luce d’una specifica posizione espressa dalla nuova generazione di studiosi che, come nel caso di Franco Brevini, parla di poeti “neo dialettali”.
Questi che stiamo vivendo sono tempi nei quali si afferma sempre più l’idea che la letteratura dialettale stia attraversando in Italia una fase di particolare risveglio; il panorama si arricchisce di una pluralità di modelli poetici, di riferimenti linguistici, di nuovi spunti. Che attorno ad essa si fermi, quindi, di più l’attenzione del pubblico, di critici, degli studiosi, degli editori.
LA VITA E L’OPERA DI VITO MERCADANTE.
Vito Mercadante, durante la sua vita fortemente segnata da traversie e sofferenze, non fece nulla per pubblicizzare la propria immagine di scrittore e contenne entro un numero limitatissimo di periodici la propria collaborazione poetica, essendo primieramente egli alieno da ogni velleità di affermazione, uomo che, per la docilità di temperamento, era portato a ritirarsi nell’ambito dei comportamenti personali caratterizzati da ritrosia e da riservatezza.
Alessio Di Giovanni, che con lui intrattenne una fraterna corrispondenza epistolare, aveva pubblicato nel 1896 il saggio Saru Platania e la poesia dialettale in Sicilia, nel quale il poeta della Valplatani poneva per la prima volta la questione del rinnovamento della poesia dialettale siciliana sia in termini di contenuti che in termini di linguaggio, indicando nel contempo, in sintonia con il dettato verista, la centralità del popolo siciliano nella ispirazione di nuovi poeti. Vito Mercadante fu il poeta nuovo a Palermo, il poeta della natura e del carattere della gente isolana.
Luigi Natoli, nella sua antologia dialettale Musa siciliana del 1922, incluse il Mercadante e ne parlò come del “poeta che volse la lirica ad esprimere il tragico destino dell’uomo di fronte a forze cieche della natura, le nuove aspirazioni verso una giustizia sociale, gli intimi affetti di un animo sitibondo di pace e di amore”. E Giorgio Santangelo ne sottolineò “l’impegno civile che si richiamava alle eroiche imprese del Risorgimento nella nuova temperie storico-sociale nella quale erano già scoppiati, con irrefrenabile furore, i primi contrasti sociali.”
Vito Mercadante nacque a Prizzi il 13 luglio 1873 e morì a Palermo il 28 novembre 1936. La madre Antonietta Carrara, il padre Stefano, il piccolo Vito completò a Prizzi la propria istruzione elementare; ma per affrontare gli studi superiori si trasferì a Palermo dove si iscrisse alla Facoltà di ingegneria dell’Università. Non poté comunque concludere gli studi perché la morte del padre (esattore comunale) modificò la situazione economica della famiglia e il giovane Vito fu costretto a cercare un impiego, che trovò presso le Ferrovie dello Stato di Palermo.
Nel frattempo, alla fine del secolo, aveva aderito alle ide socialiste. Basta leggere la sua poesia Primu di maju per trovarvi un inno alla solidarietà umana dei lavoratori, l’eco di una forte domanda di giustizia nelle campagne siciliane. E ne l’America il dramma duro dell’emigrazione.
Vito Mercadante scrisse e pubblicò versi in lingua italiana e in dialetto siciliano. Ma deve alle opere in dialetto siciliano la sua maggior fortuna di poeta. Le sue opere in siciliano sono: Spera di suli (Palermo 1903) che comprende 28 sonetti d’amore corredati da una prefazione di Girolamo Ragusa Moleti; L’Omu e la Terra (Palermo 1910) che comprende sei componimenti di vario metro; Lu Sissanta (Palermo 1910) costituito da tredici poemetti di vario metro dedicati tutti alla epopea garibaldina in Sicilia. Focu di Mungibeddu, (Palermo 1910), è considerato il suo capolavoro; il volume comprende i 28 sonetti di Spera di suli, 88 componimenti di cui alcuni sono dei veri e propri poemetti raccolti sotto il titolo Li passioni e infine 28 sonetti sotto il titolo La China. Segue Lu Miraculu (Palermo probabilmente 1913) che comprende 14 sonetti e vanno infine ricordati gli Strammutti (Palermo 1927) con otto strambotti siciliani.
Scrisse pure un testo teatrale in tre atti: Mastru Mircuriu (Palermo 1927).
Marco Scalabrino