Rosa Maria Di Natale. Le figlie di Eva in Corpo di tutte le madri

Nota di lettura di Maria Gabriella Canfarelli 

Opera prima, la raccolta poetica di Rosa Maria Di Natale Corpo di tutte le madri (EnSemble Poesia, 2024) si avvale di un registro linguistico forte, privo di cedimenti, rigoroso, sorprendente. Intorno al corpo femminile mole di carne e nuvole si sviluppa una scrittura nitida e intensa, volta a indagare ancestrali stereotipi del femminile. Qui il corpo non è dato solo in accezione di mero contenitore biologico ma sfaccettato plurimo universo di variazioni sul tema, ricco di sequenze verbali dirette a puntualizzare esperienze e percorsi cui si dà voce, che si tratti di figure tramandate dal mito o di persone reali passando per l’archetipo della Grande Madre o Dea Madre simbolo di creazione, nutrimento e crescita, morte e rinascita. 

Rosa Maria Di Natale esalta vitalità e resilienza bio-psichica femminile volta ad accogliere e a preservare la discendenza umana col gesto della cura e della dedizione: madre biologica o madre sostitutiva, obliqua madre  /(…)/di chi non ti era figlio /(…)/(…)/Ti ho respirata nelle mattine di marsiglia /maestra nubile/tra i banchi di quartiere  è più che un intenso omaggio in versi con cui l’autrice dichiara affettuosa gratitudine, ma assunto che rimanda, da donna a donna, e per tutti, l’intensità d’una relazione, di un legame che dura nel tempo e diventa  misura  di conoscenza e di autoconsapevolezza. 

Negli spazi nitidi della poesia di Rosa Maria Di Natale, l’antenata Eva (il suo peccato d’orgoglio, la disobbedienza al divieto di conoscere il bene e il male) è presente nel verso assertivo e liberatorio con cui si chiude la poesia Avviso al Creatore, dichiarazione di indipendenza e capacità di autodeterminarsi: Non c’è bisogno di alcuna costola. Eva, madre di tutti i viventi, mostra di sé in copertina il profilo pensoso e determinato, lo sguardo fiero, non addomesticabile, la chioma in aerea ascendenza, in forma ben definita di albero frondoso e ben piantato a terra. L’intero dettato poetico è intriso da un afflato di sorellanza, di solidarietà e comunione da corpo a corpo, da psiche a psiche (Lascio spazio nel mio ventre/ai tuoi figli senza nido,/ se chiamo sorella/tu rispondimi); tra memoria e identità affiorano nei testi mitiche figure femminili che alimentano il nostro immaginario dalla notte dei tempi a oggi,  figure  positive ad eccezione dell’infanticida disperata per l’abbandono dell’amato, ovvero, Medea affila i coltelli per scannarli, i figli suoi e di Giasone; e ancora: Demetra cui è stata dal demone infero rapita la figlia Proserpina,  madre delle messi che discende sottoterra per riprendersela, restituirla al mondo perché il mondo possa rifiorire, rigenerarsi;  Penelope, emblema di paziente attesa, moglie e madre in pena per protratta assenza, custode del coniugale talamo vuoto, Penelope che infine riprende in mano la sua vita, decisione netta e irrevocabile (ha lasciato Itaca/e Odisseo è morto di vecchiaia) , riscrittura del mito omerico in funzione di rovesciamento d’una condizione passiva posta ancora oggi a paragone di abnegazione incondizionata. Più che consapevole è l’odierna Penelope che per sé decide oggi pranzo fuori/l’orso mi chiede consigli/il grembiule di oceani/lo appendo all’uscio. L’autrice muove la propria scrittura su più piani, tra mito e Storia, tra cronaca e quotidianità, con versi esemplari di concretezza. Nessuna donna angelicata, ma donna in carne e ossa come la magàra (la maga) autrice di incantamenti, fuori dagli schemi dunque eretica, strega per natura donna de fora – straniera da inquisire e mandare al rogo. Corpo di tutte le madri in molti modi violentato, violato, ucciso. Nella breve sezione Ti rissi no la disposizione dei versi è data in verticale come a mo’ di caduta e strozzamento del respiro-sospiro, ma è comunque un no dal tono deciso, risposta cui si contrappone la forza bruta: mi rici statti mutta/mi femmi ‘nda firriata/m’azzicchi u chiovu/mi metti ‘n cruci (mi dici stai zitta/mi blocchi alla ringhiera/mi ficchi il chiodo/mi metti in croce); e ancora, sempre in lingua-madre: Mi ricisti /ti gnutticu a lingua/…)/ t’arriminu rintra /e fora (Mi hai detto/ti piego e ripiego la lingua/(…)/  ti sfoltisco dentro/ e fuori), drammatico segnale d’allarme reso quanto più inquietante e vivido dall’utilizzo del codice linguistico primevo, il dialetto cui la mente e la voce ricorrono in situazione di pericolo. Dalle madri alla madre, in un percorso circolare di continuità tematica (ora ricalchi le pieghe del tuo viso /e le incolli sul mio (…)/occupi i buchi neri del tempo /(…)/(…)/ poi spegni il tuo ritorno con l’acqua/ e torni all’urgenza del morire) che è ripetizione di vicende, di situazioni ed esperienze vissute da una generazione femminile all’altra: Mia madre corre sulle pozzanghere/non ha tempo per gli specchi/semina ombre chiare/filtra la ricordanza// Io invece celebro il riflesso/di questa mia crespa nuova/a lei conduce il solco/riparo tra gli occhi.       

Nota biobibliografica

Rosa Maria Di Natale (Catania,1971), giornalista professionista, lavora per La Repubblica-Palermo, e si occupa inoltre di comunicazione e autoproduzione di video-inchieste per il web e la TV. Una di queste, Hotel Librino, ha vinto nel 2007 il Premio Ilaria Alpi e nel 2011 il Premio Pro bono veritatis intitolato a Rosario Livatino. Per oltre un decennio è stata cronista nella redazione del Giornale di Sicilia di Catania e ha collaborato con Il Sole 24 Ore Sud e Radio 24. Ha scritto il saggio Potere di link (Bonanno Editore, 2009) sul rapporto tra scrittura letteraria e fruizione digitale. Nel 2017 ha fondato il team EmPress media e News, con particolare attenzione al Social Journalism e ai podcast. Ha pubblicato il suo primo romanzo Il silenzio dei giorni nel 2021. Promuove e coordina gruppi di lettura in presenza e sul web, tra cui “Letture italiane in corso” su Twitter e Instagram.