Revìjje (Risveglio), di Evandro Ricci

La Prefazione di Nicola Fiorentino

… et quod temptabam dicere versus erat. Accade ancora. E, fatte le debite proporzioni, capita ad Evandro Ricci, che non lascia passare giorno senza afferrare al volo i versi che l’ispirazione gli detta. E ciò spiega la grande prolificità di questo poeta. Magari il critico esigente si aspetterebbe un maggiore protagonismo di cesello e carta vetro; ma tant’è, è il poeta stesso che ci avverte sulla qualità diaristica della sua più recente scrittura. Perché questo libro, infatti, diversissimo com’è dalle ampie costruzioni di Pe ju tratture e de La scàzzeca (epica della transumanza, il primo, dell’agricoltura montana, il secondo) è una specie di divertissement poetico che può consentire di parlare un po’ più alla buona, senza per forza dover declamare ore rotundo.

Si spiegano così un certo pascolismo di ritorno, tutto attento agli aspetti più minuti ed umili della realtà, certe imprevedibili osservazioni occasionali, oppure quell’atteggiamento amareggiato ma, tutto sommato, distaccato con cui il poeta osserva l’attualità.
Ascoltatelo, ad esempio, quando dice che il giornale ribolle di guerre e di pedofili: conclude che l’uomo insiste a farsi nemico di se stesso.

Appunti, riflessioni estemporanee. Come quando annota di aver rivisto un amico, “i capelli imbiancati, / un viso solcato, / ed un cuore scheggiato. / Vuole sembrare felice / ma le pieghe alla bocca / hanno un dolce amaro / un sorriso spento”. Oppure quando osserva un moscone che continua a sbattere alla finestra: una vita condannata a morte lenta, pazza, senza pietà, crudele. Già: lo sguardo non si ferma in superficie ma penetra più a fondo. Persino un evento atmosferico costituisce l’occasione per una metafora: “La pioggia di questa sera / allarga le ferite / di un tramonto buio”.

A tratti filosofeggia divertito e si chiede: “All’ inizio del mondo / c’era chi sapeva?/ C’era e non sapeva?/ Se sapeva cosa fece? / C’era e non poteva? / Se sapeva e poteva / cosa era? Ma doveva? / Se in silenzio sapeva / se poteva e non fece, / se non volle, cosa era?”.
Altre volte la riflessione si fa più seria ed angosciosa: “La vita, chissà / se è rebus o mistero. / Chi ci svela il rebus ? / uno scienziato o un dio? / Cristo si fa dolore / è croce della morte”.

Poi c’è pure la volta in cui l’io poetante perde la pazienza e sbotta, esattamente come l’uomo della strada: “La gente onesta è stanca di dover sopportare il semplice offrire l’altra guancia allo schiaffo, l’ingenuo di pagare al posto del furbo, il buono di scontare i debiti degli altri. Ma poi, tristemente, si rende conto che “per risolvere i problemi, dobbiamo attendere il tremila che verrà”.

Dunque, un ventaglio di temi e di umori abbastanza ampio. Ma la lirica non manca e fa da collante nobile a tutto il resto. Qui non vorrei ripetermi: a più riprese, ultimamente, ne ho parlato ad abundantiam. Ma come sottrarsi all’incanto di certa delicatissima pittura che fa della luce suono, e viceversa, o del silenzio musica?

La luna del Sirente / misura il segreto / del silenzio del cielo, / fa brillare la carezza / sulle chiome di faggi / al passaggio del vento.

Oppure: “Come una cassarmonica / che si empie di note, / il giardino dell’alba / si colma di luce”.

Ci terrei piuttosto a sottolineare come la motivazione psicologica di questo libro – quella che fa da cornice allo scenario, con tutti i suoi particolari – sia una serena pacificazione dell’animo, una suprema accettazione della vita e della morte.

Ascoltiamoli questi toni pacati.

Il giorno scorre lento / come fontana chiara / che rispecchia il sereno / di un cielo d’avorio”.

Si disperde nel mare / l’ansia della giovinezza / il tempo della magia”.

Certo, il rasserenamento non è del tutto senza nubi (e come potrebbe essere diversamente in poesia?): “Voglio sapere chi sono, / sotto di me sta l’ombra, / una barca abbandonata: è l’anima che guarda / l’azzurro del cielo”. Ma, ormai, i turba-menti sono come quel calore di fiamma lontana dei nostri studi giovanili. Perché, infatti, “un sorriso divora / tutti gli affanni miei: / il sole si è tuffato / nel vaso fiorito / col sorriso dell’amore; / ha portato l’amore / ad un fiore un’ape.

E poi è “bello abbracciare l’amore / continuo della vita / fatta di vita e sogni: lo sento ogni minuto / che mi passa vicino / e in tutte le parole / che io dico e che scrivo”.

Dunque, “La vita si accorcia / ma diventa primavera / di pensieri e di storia / di emozioni e di amore / che si lasciano agli altri: / un ideale trasmesso / un toccare l’infinito. E perciò ogni risveglio all’alba è una resurrezione.

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Ed ecco una scelta di poesie tratte dalla raccolta di Evandro Ricci

Che’ l’ure de tramonde
svenìscene ji jurne
i l’aria nturne vibbra
de straziate cecale.

(Con l’oro del tramonto / svaniscono i giorni / e l’aria intorno vibra / di straziate cicale)

Jettate a l’acqua frèdda
nu puverijje mòre,
lassa nu piatte vùite
nu cartone pe titte:
vucine a ju sepulcre
nu petterusce canta
ju sulènzie de l’òmbra.

(Gettato nell’acqua gelida / un poveretto muore, / lascia un piatto vuoto / un cartone per tetto: vicino al sepolcro / un pettirosso canta / il silenzio dell’ombra.)

La pretara resiste
a martìrie de j’ènne,
suppòrta ju sulènzie,
j’addore de la terra
sècca de la restòppela;
tra fiure i spicanarda
se mbriaca de sòle.

(La pietraia resiste / al martirio degli anni, / sopporta il silenzio, / l’odore della terra / secca della stoppia; / tra fiori e rosmarino / si ubriaca di sole.)

Ju scialle de la luna
còpre sunne de trèmete
fraffalle de sulènzie.

(Lo scialle della luna / copre sogni di tremiti / farfalle di silenzio.)

A ju sulènzie scure
de nu spìcchie spaccate
se tròva n’atre jurne:
acchiappa sòle pazze
ju còre trasparènde.

(Nel silenzio scuro / di uno specchio rotto / si trova un altro giorno: / ac-ciuffa un sole matto / il cuore trasparente.)