Remigio Bertolino e il sogno del mondo che (non) finisce

Prefazione di Giovanni Tesio all'ultimo libro di Bertolino 'La fin del mond'

È “sògn” (sogno, o sogni) la parola-chiave. C’è nel primo componimento (“cusivo sògn”) e c’è nell’ultimo (“greuje ëd nos e sògn”). Ma c’è di più. C’è che nella parlata di Montaldo di Mondovì – a cui Remigio Bertolino corrisponde di fatto – diventa sintomatica la polisemica filière: “sògn” come sogno (sogni)-sonno-sono. In altre parole – “sonno” a parte, che ne è la premessa – “sogno (sogni)” e “sono” diventano una cosa sola. Un po’ come dire che il poeta è soprattutto sogno, un depositario o evocatore di sogni e che il sogno – così come l’acqua, nemmeno questo a caso nel mondo di Bertolino – appartiene emblematicamente all’universo mobile delle metamorfosi, delle trasformazioni.
E subito verrebbe da citare Bachelard quando – a proposito dell’acqua (e del mondo d’acque della sua Vallage) – parlava del fantasticare come di un universo in espansione, di un “souffle odorant qui sort des choses par l’intermédiaire d’un rêveur” (ma anche associava ai sogni l’aria, che in Bertolino diventa “vent”, vento). Ecco qua la prima considerazione. Il mondo di Bertolino non è tanto (lo è anche, ma come effetto collaterale) la testimonianza di un mondo perduto (antropologicamente connotabile e connotato), ma è invece la raffigurazione poetica di un mondo che si configura come un sogno, più ancora che come memoria, del sogno pur stretta parente.
A questa prima considerazione fa seguito una considerazione seconda, che scaturisce dalla distribuzione del libro in sezioni. Quattro sezioni perfettamente (e circolarmente) distribuite: la prima è l’indicazione di un mondo attraverso alcune figure emblematiche (le più apparentabili a una continuità di riferimenti che da sempre tramano l’universo di Bertolino); la seconda è la dichiarazione di una poetica e di un registro (l’elegiaco: elegia come compianto) che caratterizza questo libro, ma che è anche la cifra preminente di un intero itinerario poetico (ecco qua: “J’heu ëmprendù da l’eva/ a fé vers doss e malincònich”, non senza qualche morbidezza pascoliana come, non unica ma flagrante, nel sintagma “ël cioss dël stèile”, le chiocce delle stelle); la terza è la sezione eponima, che non è tuttavia l’ultima: sezione sicuramente impegnativa – le quindici stazioni di una laicissima via Crucis (e un poco, e nonostante tutto, anche Lucis), in cui corre l’alta intenzione di tracciare un itinerario (ne basterebbe il finale, con quel suo richiamo all’amicizia, che, come ha scritto una volta Soldati, è “la forma più alta dell’amore”: “Sovra ël mar dla fiòca/ sovra ël ponte nèire dij brignon/ a vòla l’amicissia/ ënt l’argent dla neuva matin/ drinta ij brass dla vita”); la quarta – nella sua musicalità dichiarata e nella sua liquidità evidente – è la sezione che consente non già di chiudere in negativo ma di convocare – “prima ëd neucc” – qualche reliquia di luce, di quella luce residuale a cui l’aposiopesi affida ogni allusiva potenzialità, se non proprio di riscatto, almeno di durata.
Non si fa qui questione, in altre parole, di documentare i tratti di un mondo perduto per salvarne il ricordo prima che scenda la notte. Volendo, c’è anche questo, ma come effetto succedaneo. A contare è invece la poesia: e quel mondo non è più un mondo identificabile e collocabile in un luogo, ma il mondo stesso della poesia: almeno, della poesia di cui Bertolino è intermediario, o meglio ancora, il “sognatore”, il memorialista-rêveur.
Che cosa comporta tutto ciò? Non già l’idea della fine del mondo (di certo la fine di “un mondo”), ma l’esile e tuttavia tenace speranza di una fine che non è mai definitiva, perché la vita la comprende in un abbraccio che, se non redime, di certo tramuta, trasferisce, trasporta. Sono tentato dunque di leggere quella “fine del mondo” piuttosto – in senso corsiniano – come un’apocalisse, come un rinnovamento, come una rivelazione. Non come “fine d’ogni cosa”, non il prevalere di una disfatta storica o storicizzabile, ma l’attesa di una conquista nuova, che sta oltre la realtà del reale, oltre le effimere maschere del vero: se non fosse dell’espressione un po’ troppo sentimentale, nel reame – o meglio, con riferimento all’Alain-Fournier più sognante e memoriale – nel domaine della poesia.
La poesia di Remigio Bertolino è poesia trasfigurale, ossia poesia che dà figura a un mondo parallelo – un mondo “altro” dalla sua pura e semplice caratterizzazione fenomenica – fatto di incantamenti e di stupori, di epifanie e di lucori: direi addirittura di un’unica e continuata alterità, di una consistenza realistica e insieme fantastica, di una accorata e ancorata fuggitività, di una sorprendente efficacia di collocazione e di spiazzamento, di realismo e di illusorietà; di cose e corpi saldi, che diventano ombre e fantasmi impalpabili (proprio per questo, tra tutte, è la parola “sògn” a parlare più di ogni altra).
Opportuna diventa quindi una domanda che lì per lì potrebbe sembrare scontata. Avrebbe senso tutto ciò fuori dalla parola dialettale che ne incardina il frutto e ne autentica l’essenza? Essendo retorica la domanda, la risposta non può essere che questa: il dialetto di Bertolino è così connaturato al suo dire poetico che proprio non si riuscirebbe a scioglierne il legame profondo e necessario.
Non è un caso che nella traduzione l’energia si spenga come il fuoco sotto l’acqua. Il dialetto dà corpo a un linguaggio che nell’italiano della traduzione (del resto intesa come puro rapporto di servizio) perde non tanto (o non solo) in concretezza denotativa, ma soprattutto in persuasività espressiva, confermando i limiti – per l’italiano – di una letterarietà inadatta, incapace di afferrare la cosa – questa cosa, ossia questo mondo – e dunque di riuscire stridula, pendula, persino goffa.
La forza delle metafore ne è il tratto saliente. Nel mondo di Bertolino la metafora è tutto. Tutto procede di lì, dalla capacità di incorporare le immagini, e nello stesso tempo di scorporarne – nel senso di liberarne, sprigionarne – le potenzialità, la ricchezza delle congiunzioni. E va da sé che – se questa non fosse una semplice presentazione d’insieme – sarebbe ben proficuo uno studio delle metafore poetiche di Bertolino, uno studio che ne catalogasse la quantità e le modalità, ne delineasse l’apparentabilità (difficile trovare un poeta le cui metafore siano così apparentabili ma anche così sottilmente diverse), ne sottolineasse la misura artigianale, la congruenza perfetta, la frequente consecutività.
Un unico esempio, nemmeno il più sintomatico: il ghiaccio? “na ciochinera d’argent” (una sonagliera d’argento). I sentieri? “gucin celest/ drinta ël lenseu/ sensa fin dla fiòca” (spilli azzurri nel lenzuolo senza fine della neve). E quelle “rosse cocale” (bacche vermiglie) con cui si chiude la seconda anta del dittico Ij frej dla Mòlarissa? Riferibile alle “nòstre orije” (nostre orecchie), in un tocco di surrealtà, o un’immagine felice di epifania e un po’ pascoliana e combattuta lucentezza? Di certo un universo metaforico di tessitura fitta e preziosa – emblematico nella sua assiduità – e capace di alimentare senza tregua la generante invenzione del verso.
Salta bene – e subito – agli occhi l’onnipresenza della neve, la sua energia simbolica di incanto e di lutto, di fiaba e dismisura, ma non indenne da cechoviani grigiori (grigio e ruggine a dirci qualcosa di profondamente connaturato). Ma con la neve alcuni dei “semplici” di una navigazione poetica (anche le metafore marine vi s’incrociano frequenti), come il vento, le nuvole (baudelairiani “nuages”), l’acqua, il ghiaccio, la notte, il giorno, la terra, il cielo.
La poesia di Bertolino – torno a dire – è un perenne richiamo – nella sua visività concentrata e intensiva – di una profonda voce interiore. Un’auscultazione – più che un ascolto – del silenzio che l’accompagna. Non un’osservazione della realtà qual è o qual è diventata (colgo un’unica presenza indicativa in quella “matòta forëstéra”, la ragazza forestiera di Na vita, che pettina i capelli bianchi di una donna pallida e malata), ma un presepe di figure recuperate agli estremi lembi di un tempo lontano, cristallizzato in una sorta di allucinata contemplazione affettiva.
La neve diventa il paesaggio che custodisce le tracce più segrete, che copre la nera terra delle radici e che governa il richiamo ultimo della fossa. E la presenza dei cimiteri potrebbe apparentarsi, quanto meno per contiguità territoriale, con la consuetudine documentata di un Beppe Fenoglio o con più lontane e poetiche ascendenze – del resto a Fenoglio perfettamente presenti – di certi “cemeteriali” inglesi tra Thomas Parnell e Thomas Gray.
Dopodiché l’incanto del verso saprebbe ben chiamarci a più sistematiche letture, a più minute esercitazioni interpretative, a più virtuosi fraseggi critici. Ma a me pare che tutto ciò esuli dai compiti di una presentazione commisurata, e si dica pure impressionistica; in ogni caso non invadente. Offrire le coordinate essenziali di un mondo poetico eccezionale e promuoverne l’incontro, questo sì, è il compito che mi sono dato. Avvisare in questo caso il lettore – e senza risparmio – che sta per leggere un libro bellissimo. Un libro che annuncia “la fine del mondo” nel momento stesso in cui – per virtù di parola – ne scongiura (e scavalca) ad ogni passo l’avvento.

Giovanni Tesio

LA FIN DËL MOND

 
I
La cusin-a nèira,
na boca ëd lov.
Àora mè pare l’è na rajà ëd lus,
con ël lum a petrolio
ch’o dindan-a ën man.
Nòstre ombre is dëstaco,
son vive sël muragn.
Di, man, brass:
pniss, spin-e e grumele ëd dolor,
ij nòstri gest.
Ma là feura la fiòca,
lë sciam bianch
dij lumin dl’ënvern.
«Sògna, sògna, fanciòt…»
 
LA FINE DEL MONDO I. La cucina nera, / una bocca di lupo.  / Ora mio padre è una raggiera di luce,  / il lume a petrolio / che dondola  in mano.  / Le nostre ombre si staccano,  / sono vive sul muro.  / Dita, mani, braccia: / ricci, spine, semi di dolore,  / i nostri gesti.  / Ma là fuori la neve  / lo sciame bianco / delle lucciole dell’inverno.  / «Sogna, sogna, fanciullo…»
 
II
 
O fniva ël mond ënt le s-cioendre càndie,
ënt na quartin-a ëd Nostradamus,
ënt ël bal sensa fin dla fiòcada,
ënt ij lenseu ëd nebia e sèira.
 
E nòiaci, caussà ël sòcre
për dësvijé lë sterni ëndrumì
e la ca frojà dal silensi,
vavmo balé pèi dla fiòca dai veri.
 
Deurbivmo ël man a fé ala,
pòvri  spaventapassore,
e chile, ël faròsche, a grigné, a dine
tarpon, babi, con ij nòstri pé a rèis.
 
 
II. Finiva il mondo nelle siepi candide,  / in una quartina di Nostradamus, / nel ballo senza fine della nevicata, / nei lenzuoli di bruma e sera.
E noi, calzati gli zoccoli / per svegliare il pavimento addormentato  / e la casa inchiavardata nel silenzio, / volevamo ballare  come la neve dai vetri.
Spalancavamo le mani a far ala, / poveri spaventapasseri,  / e loro, le falde, a ridere, a dirci  / talpe, rospi, con i nostri piedi a radici.
 
 
III
Fiòca, ënco fiòca
sensa fin…
Drinta ël calà ëd lacc,
atri possaj pen-a monsù
dal cel.
Ij sògn – ëdmà
un fià sij veri.
Ël temp s’ënvortoja
drinta soa barba bianca
e o scota sò pass
sensa rabel.
Che ore sègno
ël sfere sël cioché,
ël manofole càndie?
N’eternità ëd lus.
Là, ël gat, lun-a nera,
bogia la coa
al temp dël faròsche,
sì, la finestra,
në specc sbalucant.
«Specc, specc ëd lus,
disme dla faròsca,
dla faròsca  argin-a,
la pì bela ëd tuta
sa nijà ëd gibr…»
 
III. Neve, ancora neve / senza fine…  / Nelle vie di latte,  / altri secchi appena munti  / dal cielo. /I sogni – solo  / un fiato  sui vetri. / Il tempo si avvolge  /nella barba bianca  / e ascolta i suoi passi  / senza rumore.  / Che ore segnano le lancette,  / con i manicotti bianchi,  /sul campanile?  / Un’eternità di luce.  / Là, il gatto, luna nera, / muove la coda al tempo delle falde.  / Qui, la finestra,  / uno specchio abbacinante.  / «Specchio, specchio di luce / dimmi della falda, /  della falda regina  / la più bella di tutto questo  / reame di gelo…»
 
1 febbraio 2013