Recensione di “Arenaria” a Stornellata de Pinocchio di Fabio Prasca

 

Per gentile concessione del direttore Lucio Zinna pubblicare la recensione sulla “Stornellata” sul sito quadernidiarenaria.it, n° 18).

Fabio Prasca (romano, classe 1967) si è cimentato in un’impresa di non poco conto: rendere il “Pinocchio” di Collodi in linguaggio poetico e in altro codice linguistico: il romanesco. Operazione, questa, che avrebbe potuto comportare il rischio di snaturare il capolavoro collodiano e disperderne l’ironia sottile che vi circola, sotterranea, in tandem all’amara visione della vita e a quella dell’Italia (l’Italietta) dei tempi del suo autore, aspetti che permangono inalterati nella finissima versione/ricreazione che ne è derivata, anzi sottolineati e comunque mai esasperati o – appunto – snaturati dalla cantabilità del testo e dalla splendida “oralità” che informa questa poetica narrazione, l’una e l’altra riassunte nell’adozione in titulo del termine “stornellata”, con evidente richiamo alla tradizione romanesca. Ma il lavoro del Prasca non si racchiude in questo termine, va oltre la “stornellata” (e la occasionalità ed estemporaneità che la connotano) per rivestirsi piuttosto di una epicità che appare pertinente pur nell’eccentricità tematica e in quella dei personaggi etc. Appare dunque opportuno il riferimento in sottotitolo al “Poema in ottave”, che meglio caratterizza l’opera e la affianca all’illustre precedente del “Pupo di lignu” – composto nel 1921 ed edito nel 1967 – del poeta siciliano Giuseppe Ganci Battaglia, che l’opera collodiana strutturò in sestine, nel dialetto siciliano. E tanto era apparso “siciliano” il Pinocchio di Ganci Battaglia, vero fratello dei “pupi siciliani”, quanto perfettamente romano, di nascita e di lingua, appare il Pinocchio di Prasca, a riprova ulteriore dell’universalità del personaggio e del libro collodiano. Un’epicità atipica e tuttavia pertinente, ancorché rimanga vivo il legame con la magnifica tradizione romanesca e benché della stornellata siano brillantemente esemplate la “oralità” e la fluidità del verseggiare. Aspetti rilevanti sul piano formale consistono infatti nella spontaneità del dettato poetico e nell’unità stilistica. Va segnalata la perfetta godibilità del dialetto, che consente anche a un ‘non-romano’ di poter leggere l’opera con piena gradevolezza, come linguaggio di casa propria. A minuscola esemplificazione di quanto affermato, riportiamo più avanti le prime due ottave del Cap. IX (o IX canto, più precisamente), nelle quali il burattino si 51 avvia a scuola per la prima volta, con buoni propositi e amorevoli sentimenti nei riguardi del proprio “tata” (lemma romanesco corrispondente al fiorentino “babbo”), un po’ prima dall’essere attratto «da li soni d’un teatrino», come si legge nella protasi del canto (di una protasi dispongono le trentasei parti in cui l’opera è suddivisa, in sintonia con il racconto originario): « Er vistituccio a fiori, er berettino, / l’abecedario novo sott’ar braccio, / Pinocchio s’avviò, de bon matino, / verso la scola, tetro palazzaccio. / Tutto compunto, come n’abatino, /tra sé faceva un discorsetto a braccio: /“S’imparo a legge oppuro a fà de conto, /presto pe fà quadrini sarò pronto… //A tata je ciabbùsco, coi quadrini, /na giacca fatta co l’argento e l’oro, /e, ar posto dei bottoni, sbrillantini. /Un padre come lui vale un tesoro /e lo vorieno tutti i regazzini: /nobile onesto e co ’n gran core d’oro”. /Mentre stenneva tutta sta melassa, /fu attratto da du’ còrpi de grancassa.» (red.)

FABIO PRASCA, Stornellata de Pinocchio. Poema in ottave d’un burattino de noantri, Edizioni Cofine, Roma 2020, pp. 224, € 45,00.