Di Michele Lalla, poeta in dialetto, abbiamo avuto modo di leggere la raccolta Scurciature de memorie (2001) della quale mettevamo in evidenza la compattezza del dettato poetico, l’ermetismo delle figurazioni, riscattate da una memorialità che insiste sulle componenti della discontinuità e della intermittenza, dando vita ad affreschi naturalistici, a situazioni emotive nelle quali senso del reale e slancio creativo si coniugano in un esito poetico di notevole suggestione.
Nella presente raccolta, che si offre, in una certa misura, come una sintesi cronologica della sua produzione poetica in dialetto edita ed inedita, Lalla riconferma questi aspetti della sua esperienza poetica con in più forse una maggiore concentrazione lirica ed una più serrata elaborazione del dettato poetico, per cui, tralasciando le connotazioni esterne (storiche, fonologiche, grafiche, strumentali, ecc.) nonché le giustificazioni addotte circa l’opportunità della presente edizione così come è strutturata (per le quali si rimanda a quanto ha abbondantemente annotato lo stesso autore), ci limitiamo ad un commento essenziale dei testi, considerati nella loro organica complessità, sia sotto l’aspetto degli esiti poetici che sotto quelli dei contenuti.
Quella di Michele Lalla è una poesia nella quale descrizione e riflessione si compenetrano, trovando la loro giustificazione topica nella necessità di rappresentare e sondare, in una certa misura, l’enigma dell’esistenza con le sue contraddizioni, i suoi paradossi, le sue epifanie, in un intreccio di vecchio e nuovo, di oggettività e soggettività, di ironia e sentimento, di stupori e disincanti, in cui la poesia è esercitata come esperienza di una parola diretta, scavata in profondità, in una ricerca linguistica ed insieme etica, che impone implicitamente alla tradizione letteraria e culturale dell’Abruzzo, sua terra d’origine, il problema di una poesia dialettale stilisticamente aggiornata sulle posizioni della esperienza in lingua.
Si tratta di uno schema attuato tenendo minutamente legata la memoria alla propria fonte, attraverso un processo di cristallizzazione della cosa vista, e non più visibile, nella sfera dell’astrazione simbolica, che è quella stessa per la quale il diarismo rimuove dal suo campo virtuale ogni ipotesi di contingenza, rimettendo in gioco il Soggetto nella sua credibilità di personaggio lungo una traccia di parole-cifra facenti parte, non tanto di un vocabolario condiviso, quanto di un codice linguistico personale, il quale, nel momento stesso in cui si offre alla scrittura, postula virtualmente la memoria dei propri oggetti, ne prepara l’unica durata verificabile.
In tal senso, Michele Lalla imposta il suo discorso poetico sin dalla prima parola, sin dal primo segno immaginario, in una prospettiva nella quale ha valore, e resiste, soltanto ciò che si configura in termini di vissuto. Nello stesso tempo il dialetto, snidato dal suo tradizionale ambito espressivo, tende a farsi strumento autonomo di ricerca di una verità. Tuttavia esso conserva tutte le sue proprietà sintagmatiche e lessicali, insieme ad una musicalità che è propria dell’uso del dialetto nell’ambito della poesia popolare, dove persino la pausa di fine verso è segnata dalla rima; una rima che non è un semplice ornamento eufonico, ma assume una precisa funzione nella dislocazione metrica del testo, fino a comportare profonde implicazioni con il livello semantico, soprattutto in caso di organizzazione strofica, di cui indica i confini della sua capienza sonora e delle sue divisioni interne, fornendo un tasso di suggestione e di informazione rilevato.
Sotto questo aspetto il discorso poetico di Lalla può persino apparire come un oggetto chiuso e autosufficiente, perfettamente costruito in tutte le sue parti interne, con quella insistenza calcolata su sintagmi e figurazioni retoriche che si incatenano con necessità, liberando da ogni dato oggettivo ogni indicazione fattuale. In realtà egli tende a ritagliarsi dagli ambiti della memoria degli agglomerati sentimentali, degli spezzoni esperenziali come se fossero l’unica realtà possibile, con la conseguente negazione o attenuazione d’ogni altro elemento che non rientri nei termini prescelti da una poetica che si realizza in una forma di problematizzazione della quotidianità, per cui il suo idioma tende quasi a coincidere con una varietà dell’italiano e a proporsi come una parlata liberamente scelta.
Una poesia, dunque, quella di Michele Lalla che preferisce scaricare tematiche ed emozioni verso l’interno e nella quale la realtà evocata diventa emblema di una personale vicenda; una poesia cioè dove la tensione rimane nel poeta, quasi una sofferta rinuncia ad incidere sulla realtà delle cose, uno strumento di accettazione, anche sul piano linguistico e strutturale, della vita così come è, del mondo così come appare allo sguardo del poeta. Una poesia, in definitiva, dove la narratività non si risolve solo in una mera enumerazione di fatti e di oggetti, ma nella costruzione di nessi analogici estremamente tesi, di uno scenario della immaginazione in cui descrittività e partecipazione emotiva convergono verso una forma di assunzione, configurazione e intelligenza del reale nei modi tecnici e strumentali più acconci ai tempi e al dispiegarsi di una storia individuale.
Pietro Civitareale
Alcune poesie dalla sua ultima raccolta in dialetto: Dé nche è une, Campanotto, Pasian di Prato, Udine, 2012
La fire
Lu jurre de la fire jère bbèlle
z’aggirije ’n mèzze a le bancarèlle
addò stèje tanta cose luccechinte,
canche, pinne, cupèrte de Tarènte.
Chi apprezzave la mèrce che venneje,
chi guardave interessate e curiause,
chi chiacchiariave a écche e chi avé
da strillì forte pe fàreze sentê.
Sùbbete nu cininne alluccavame
dò ze venneje lupuine, sciuscelle,
nuce americhène, e pazzijarille:
llavame fa fèste tutte le jurre.
Ah! Fermà lu tèmpe che ze ne jeje.
Ze n’addunavame che ll’om’arijeje
a la case: jère saire e ze sbaraccave
nê aremanavame a fa a jontacavalle.
***
La fire ze ne jije nche l’ lumarille:
carte jettite ’n terre, cucchiulelle,
scàttele, a écche ca sacche de taile
a loche la mennazze e nu quatrire
arijegnavame de strille la piazze.
Ze peté penzà ca ze jère cunténte,
ma pure dèntre a cullu pètte pazze
de juche surejije nu laménte:
dispiacère, d’arijê, nu sullezze
pe canta ’n z’avè’ccattate,
lu gire
de le sunne ze mpijave a la nuvire
jère già saire e ’n ce stèje chiù la fire.
LA FIERA – Il giorno della fiera era bello / si girava in mezzo alle bancarelle / dove stavano tante cose luccicanti, / conche, panni, coperte di Taranto. // Chi apprezzava la merce che vendeva, / chi guardava interessato e curioso, / chi chiacchierava qui e chi aveva / da strillare forte per farsi sentire. // Sùbito noi piccoli sbirciavamo / dove si vendevano lupini, carrube, / arachidi, e giocattoli: / volevamo far festa tutti i giorni. // Ah! Fermare il tempo che se ne andava. / Percepivamo che ritornavano / a casa: era sera e si sbaraccava / noi rimanevamo a fare a saltacavallo. // *** La fiera se ne andava con i lumicini: / carte gettate per terra, coccerelli, / scatole, qui qualche sacco di tela, / là mondezza e noi bambini / riempivamo di strilli la piazza. // Si poteva pensare che si era contenti, / ma pure dentro a quel petto pazzo / di giochi sorgeva un lamento: / dispiacere di ritornare, un singhiozzo / per quanto non era stato comprato, / il giro / dei sogni sostava al nevaio / era già sera e non ci stava più la fiera.
Radeche de vite
Filastrocche 3
Verité, bène, e amecizie
so le ràdeche de la vite
che fa valé la pène a vive
pure nche tutte ste penzire
e a tentà nche ogne maniere.
Ce vo la fantasie
nu nzigne de ulie
ca nu pazzijarièlle
te le fa deventà bèlle.
Ndènne sopre sta tèrre
sènza ngiustizie e guérre
ze po’ vive da signaure
pure nche cirte deleure
ca forze è arruvite l’aure
de lu tèmpe de l’amaure
de raggiunà nche lu core.
RADICI DI VITA – Filastrocca 3 – Verità, bene, e amicizia / sono le radici della vita / che fanno valere la pena a vivere / pure con tutti questi pensieri / e a tentare con ogni maniera. // Ci vuole fantasia / un po’ di voglia / che un giocattolo / te la fa diventare bella. // Allora sopra questa terra / senza ingiustizia e guerre / si può vivere da signore / anche con certi dolori / perché forse è arrivata l’ora / del tempo dell’amore / di ragionare con il cuore.