Ramon di Mauro Pierno

Recensione e scelta di poesie di Anna Maria Curci

Nella raccolta recentemente pubblicata dalla casa editrice Terra d’Ulivi, il confronto che Ramon – alter ego dell’autore, Mauro Pierno – ha con il tempo, nel senso completo di alternarsi di stagioni e storia, appare ben articolato, frutto di una maturazione che va compiendosi negli anni: chi scrive ha avuto il privilegio di leggere qualche anno fa una prima versione dei testi ora apparsi in versione cartacea. Si tratta di un confronto che dà testimonianza sia di un ascolto attento di altre scritture sia di un dialogo rinnovato con la poesia. Questa è rappresentata, con tratti che il contatto quotidiano colloca tra l’affettuoso e l’ironico, come musa opulenta, «obesa virtù», «Musa Perpetua».

Il confronto con il tempo è continuo, a volte serrato, a volte rissoso o divertito, a volte attenuato in un sottovoce di consuetudine e familiarità. Non mancano, in questo confronto, i capovolgimenti di prospettiva: «Così il tempo/ ha sconvolto se stesso,/ e gli attimi che ruba/ sono attimi che perde.»

Le letture, spia di consuetudine e familiarità, di cura quotidiana, accompagnano i versi, talvolta si collocano esplicitamente tra questi in un gioco interlineare, senza, tuttavia, soverchiare e soffocare. Può capitare, a tratti, che nel gioco di rimandi entri perfino un riferimento a testi di canzoni in voga qualche decennio fa, peraltro abbinato, con un effetto di voluto spiazzamento, non già a una più o meno perfida, più o meno indifferente destinataria di un amore immeritato, bensì alla notte della poesia ‘alta’: «Pure tu, non sei più la stessa/ cara notte, troppo vicina all’alba».

La musa opulenta premia la familiarità dell’autore donandogli un uso dell’anafora che coniuga sapienza e passione, musicalità e significatività, come nel  verso appellativo della poesia omonima «applica il silenzio al silenzio»; il premio giunge, ancora, con il rinnovarsi, a me caro, dell’intreccio delle parole  che iniziano con “in-“ nella poesia Che inganno, nella quale è una ulteriore consistente derrata di ironia a far capolino per smascherare l’inganno delle «metafore perfette».

Il confronto con il tempo, infine, assume le sembianze di un realismo bizzarro ed efficace, che si manifesta e incalza con ritmo avvincente, favorito o, più precisamente, spronato dalle allitterazioni. 
Mauro Pierno, Ramon, Edizioni Terra d’Ulivi, 2017
©Anna Maria Curci
***
Così il tempo

ha sconvolto se stesso,

e gli attimi che ruba

sono attimi che perde.

Così il tempo

gira e rigira

e consuma

l’eterno ed il vissuto.
*
Possibile capovolgimento generale

che aspetta lungo i margini del cielo

e attorno ai confini dell’uomo,

senza peraltro destare sospetto alcuno.
*
Applica il silenzio al silenzio

e nomina il tuo amore di notte

difendi l’antro della montagna,

il suo ventre, la polvere

gioia patina patimento,

applica il silenzio al silenzio

all’orma

all’ombra,

alle palpebre socchiuse

al nome invano,

al mistero acqueo,

applica il silenzio al silenzio,

al sangue scorso

alle vene stanche

alla verità soppressa e

sorprenditi di ritrovarti

nulla nullità mistero,

applica il silenzio al silenzio,

scorgiti, cuore negli anfratti.
*
Che inganno

queste metafore perfette

questo viso rasato

quest’ordine apparente;

quest’amore

ripiegato in cassetti

questo orizzonte sgombro,

l’ordine insomma

l’ordine della merce e

delle parole e

dei costumi e

dell’essere.

Che inganno!

questo compiersi

di tutto,

questo divenire

infallibile!

Tante le lame ed

i proiettili

accuratamente riposti
*
Sospensione d’amore

nell’aria primaverile

e insomma

oltre

solo un tenue

desiderio

che leggero

forse precoce investitura estiva

aleggia

e scivola

tra l’orizzonte

e lo sguardo.

Dal punto in cui sono

Il sole

è lontano.
*
Di questo ti nutri

di scarti di luce, di altro,

pigmenti di vita, di colori?

Colori sbiaditi, odi incomprese, parole?

Stai comodo, dunque, l’obesa virtù

anch’essa sublime, t’osserva sospesa,

a scatti ti segue la Musa Perpetua,

registra ogni istante, registra ogni cosa.

Miserere del tempo,

miserere degli uomini.

T’osservo guardarmi!

Di questo dunque tu soffri, poeta irrisorio?

Registrati allora, declina i tuoi dati

che ella sappia, che usi, che elabori

i tuoi casi.
*
Tramo trappole senza fili

adescando fantasmi, costruisco

rozze ragnatele non di semplici

fili ma barricate & masserizie & immondizie

scarti sentimentali, plastiche, e pure sorrisi.

Connetto, godo e m’addormento.

Pure tu, non sei più la stessa,

cara notte, troppo vicino all’alba

confusa immalinconita.

Un croupier ha ammassato tutte

le nostre fiches. Quanto,

quanto abbiamo vinto!