Il volume Baldini per me (per noi, per tutti), firmato da Franco Loi e Manuel Cohen, inaugura la nuova collana di critica e scritture neodialettali “Altre Lingue”, curata da Manuel Cohen e proposta da puntoacapo Editrice.
Il numero uno esce in occasione del decennale della morte di Raffaello Baldini, ricordato dagli autori in un percorso insolito; il volume non è, infatti, una monografia, non è antologia delle opere, né della critica, ma l’intenso ricordo di due poeti attraverso scritti che di Baldini evidenziano, oltre che la grande modernità della poesia, anche i tratti umani, in un «viaggio nel cuore della notte» per raccontare «un’amicizia di fine Millennio», come recita il titolo della Prefazione.
Di fronte a “Lello”, come veniva chiamato affettuosamente dagli amici, si pongono con stili di scrittura diversi, ma con profonda identità di intenti, due generazioni: da un lato quella di Franco Loi che con le sue opere – da Stròlegh (1975) a Teater (1978), da L’Angel (1981) a Amur del temp (1999), da Isman (2001) fino a I niül (2012) – ha segnato da grande protagonista la storia della poesia neodialettale, affiancando al lavoro di scrittura un’intensa attività critica; dall’altro quella del più giovane Manuel Cohen, poeta in lingua, critico e saggista letterario, che si distingue nel panorama della critica contemporanea per la serietà e la profondità delle analisi e per l’ampio raggio delle ricerche.
Ma in Baldini per me (per noi, per tutti), accanto al ricordo del poeta, all’analisi dei tratti peculiari dell’opera, trova ampio spazio anche la riflessione sulla poesia dialettale.
Sembra di poter dire che con il numero uno della collana si vogliano affermare con forza sia le linee di fondo su cui sviluppare un serio e consapevole percorso critico-letterario sia la direzione in cui operare conseguenti scelte poetiche.
Nella prima parte del volume (Contesti neo-dialettali. Scritti di Franco Loi) sono riportati sei articoli di Franco Loi, apparsi su “Il Sole 24 ore” nell’arco di circa un decennio (dal 1989 al 2000), relativi ad aspetti linguistici e culturali del dialetto, al rapporto dialetto / lingua della poesia, alla impopolarità della poesia nel nostro paese e alla irrisolta questione della lingua, offrendo al lettore un saggio della scrittura critica di Loi che per oltre venti anni ha firmato articoli e recensioni sulle colonne del domenicale de “Il Sole 24 ore”. Si tratta soltanto di un piccolo campione che dà tuttavia «conto e merito dell’enorme lavoro di ‘servizio’ giornalistico, di analisi e di scavo, di critica anche radicale delle politiche culturali, non esente da polemiche e da considerazioni sullo stato dell’arte, con cui il grande poeta lombardo ha contribuito generosamente alla diffusione e alla conoscenza della poesia dialettale nel suo complesso.» (M. Cohen, pp. 4-5)
Nella seconda parte (Baldini per me) l’attenzione è posta su Raffaello Baldini attraverso otto scritti di Franco Loi, apparsi su “Il Sole 24 ore”, il “Corriere d’informazione, “Lengua” e “Poesia” in oltre un quarto di secolo (dal 1978 al 2005).
Loi incontrò Baldini per la prima volta nel 1978, dopo la lettura della prima raccolta E’ solitèri. Tra i due nacque una profonda amicizia ricordata con queste parole: «Così come mi avevano colpito le sue poesie, provai subito una forte simpatia per quell’uomo dagli occhi intelligenti, che sembrava sempre schermirsi, tuttavia per niente remissivo, mentre sul suo volto d’avorio passavano lampi d’ironia. […] Diventammo grandi amici. Raffaello era uno di quegli uomini per i quali la conversazione è quasi un rito.» (da “Poesia” n. 194, maggio 2005, cit. a pag. 89).
Tra i primi critici della poesia di Baldini, attraverso acute analisi, Loi ne ha individuato la capacità di esprimere l’angoscia dell’uomo moderno, la «solitudine che si fa panico per l’incombere della materia» (F. Loi, pag. 65), la teatralità della scrittura (si veda in particolare il saggio Diario di poesia: Raffaello Baldini, apparso nel 1985 sul n. 5 di “Lengua” e riportato nel volume alle pagine 45-70), contestualizzando la sua poesia «in una dimensione di ampio spettro culturale e speculativo, europeo e occidentale insieme, facendo riferimento al pensiero di Heidegger, di Sartre, e di Kierkegaard, e alla poesia di Eliot.» (M. Cohen, pag. 11)
La terza parte (Baldini per noi, per tutti. Scritti di M. Cohen) si apre in aperta polemica nei confronti di certa critica letteraria che considera marginalmente la poesia dialettale o la ignora o la marca con giudizi apodittici. Accanto a firme tra le più prestigiose del panorama critico-letterario che nel tempo ne hanno attestato il valore (si pensi a Contini, Segre, Isella, Mengaldo) e a riviste e case editrici che promuovono con seria convinzione la poesia neodialettale, si registrano atteggiamenti tiepidi, “imbarazzanti silenzi” in alcune antologie poetiche, se non stroncature o pronunciamenti come quello di Giorgio Manacorda che con queste parole manifesta apertamente il suo disinteresse: «non vedo perché dovrei leggere poesia italiana in una lingua straniera» (cit. a pag. 107). Nei confronti di alcuni critici Cohen esprime una dura e condivisibile polemica, dimostrando da un lato gli alti livelli raggiunti da poeti dialettali, considerati troppo spesso «stranieri in casa» (pag. 108), dall’altro le distorsioni di un sistema che sul piano editoriale e critico-letterario risponde in molti casi soltanto a logiche di parte.
La polemica di Cohen trova solido fondamento in una cultura ampia e personalmente meditata che si esprime nel suo lavoro di critico e saggista, attestata oltre che dalle numerose prefazioni a raccolte che sono espressione della migliore neo-dialettalità, da interventi puntuali e attenti in molte riviste (come il “Il parlar franco”, "Carte urbinati", "Punto, almanacco della poesia italiana", "Atelier", "Argo", “Le voci della Luna” eccetera), in siti on line (si veda ad esempio l’editoriale di marzo in “Versante ripido”: E per un frutto piace tutto l’orto: 21 poeti italiani neo-dialettali), ed evidenti anche nella mappatura condotta attraverso l’antologia di cui è stato co-curatore: L’Italia a pezzi. Antologia dei poeti italiani in dialetto e in altre lingue minoritarie tra Novecento e Duemila (2014).
Alle polemiche segue un’analisi della poesia di Raffaello Baldini in un percorso articolato e originale, che mira a contestualizzarne l’opera nell’ambito della produzione poetica e narrativa degli ultimi decenni, tra Milano, città in cui è il poeta di Sant’Arcangelo ha vissuto dal 1955, l’area romagnola e quella del Montefeltro, individuando con particolare acume critico temi comuni ad altri poeti e scrittori (tra cui Giampiero Neri, Maurizio Cucchi, Paolo Volponi). Della poesia di Raffaello Baldini sono evidenziati in modo particolare la rinuncia «ad una scrittura che mette in scena l’io» (pag. 115), la teatralizzazione della vita, lo spaesamento e la nevrosi che traspaiono nella rappresentazione di personaggi marginali, i tratti stilistici, come la frantumazione sintattica, l’inserimento del parlato, con una scelta di «registri basso-mimetico e narrativo» (pag.120), segni evidenti della modernità della poesia baldiniana e del superamento di certa tradizione dialettale.
«Se non restasse ancora vivo il pregiudizio pigro per il quale un poeta in dialetto è un minore anche quando è maggiore, Baldini sarebbe considerato da tutti quello che è, uno dei tre-quattro poeti più importanti d’Italia»: sono parole di Pier Vincenzo Mengaldo tratte dalla Prefazione a Ad nòta (in F. Loi, La notte dei monologhi, in “Il Sole 24 ore”, 5 novembre 1995, cit. a pag. 75).
Se è vero che il «pregiudizio pigro» che vede nel dialetto uno strumento espressivo minore è ancora molto forte nel nostro paese, non resta che concludere con le parole di Franco Loi: «quanto provincialismo si nasconde in una cultura italiana che si picca di tradurre i russi e i cinesi e guarda con sospetto ai dialetti italiani!» (F. Loi, La religio nel dialetto, “Il sole 24 ore”, 1 ottobre 2000, cit. a pag. 30).
Baldini per me (per noi, per tutti), puntoacapo Editrice, Novi Ligure (AL), 2015
Ombretta Ciurnelli