Ra rà (Da dare) di Mario Mastrangelo

La Prefazione di Pietro Civitareale all'ultima raccolta del poeta campano

 

Pubblichiamo qui di seguito la Prefazione all’ultima raccolta poetica Ra rà (Da dare) in dialetto campano di Mario Mastrangelo

 

Colpisce subito, in queste poesie di Mario Mastrangelo, un sentimento di solidarietà e fratellanza universale, assieme ad una visione della realtà cosmica, in cui la vicenda terrena dell’uomo trova il suo compimento e la sua destinazione, riconoscendo implicitamente ad essa un carattere finalistico. Tuttavia, l’uomo, nella sua fragilità e precarietà esistenziale, resta un niente: un “bambino”, un fantasma forse, o addirittura “un’ombra cinese” che “qualcuno fa muovere sul muro”. Concezione questa che rimanda a riflessioni di evidente natura speculativa che l’uomo rimugina da sempre, senza pervenire tuttavia a delle risposte definitive e rassicuranti.

Accostandomi, alcuni anni fa, all’opera poetica di Mario Mastrangelo, scrivevo che essa nasce all’interno della storia personale del poeta da un dissidio io-realtà che lo spinge ad una continua meditazione sulla propria condizione esistenziale e sulla collocazione dell’uomo nell’ambito delle dinamiche della realtà delle cose; atteggiamento intellettuale che ritroviamo anche nei testi della presente raccolta e che implica un preciso riferimento a quel mistero della vita che il poeta intuisce in ogni suo rapporto con la realtà intesa nella sua totalità, ponendo così le basi di una concezione di carattere metafisico.

Ne emerge una forma di religiosità che trova una esplicita formulazione nella poesia Atto di dolore, che ha tutti i tratti formali e sostanziali di una confessione, l’umiltà di uno stato d’animo penitenziale, nella quale il poeta denuncia, con un dettato poetico d’una compostezza e d’una trasparenza esemplari e con l’intensità di un sentimento profondamente avvertito, i propri errori e le proprie mancanze nei confronti di se stesso, degli altri e del mondo intero:”Dio mio, Dio mio mi pento, sì, ho sbagliato, / non ho inspirato il vento della gioia / che attraversava ilmondo che hai creato / in quel quadro magnifico / che silenzio celeste ha per cornice / non ho saputo essere felice // E quello ch’è poi peggio, / non sono stato neppure capace / di dar felicità / a chi proprio da me se l’aspettava: / la colpapiù tremenda, / il peccato più grave. // E questo ogni pensiero mi addolora, / perdonami, personami Signore”.

Ma la poesia di Mario Mastrangelo non alligna soltanto sul versante della riflessione e della speculazione; è anche una poesia descrittiva con le sue preziosità stilistiche e figurative che rivelano nell’autore la presenza di una sensibilità prensile e costruttiva di fronte alla variegata fenomenologia del creato. Ed è qui che il suo verso si fa più suggestivo ed accattivante, che emerge il poeta con tutte le sue risorse retoriche, sentimentali e culturali, con tutto il suo bagaglio di metafore e paranomasie, con tutta la sua sapienza tecnica, offerta nei modi di una perfetta coincidenza di forma e contenuto, di una esatta corrispondenza semantica ed espressiva, come si dà, ad esempio, nei versi che seguono, nei quali, peraltro, coniugando appunto osservazione e pensiero, visione delle cose e riflessione, pone l’accento su un aspetto della vita che lo tocca più profondamente e dolorosamente, ossia la sua fugacità:“Andiamo, il tempo ch’è rimasto è poco, / l’uva dei giorni è stata già spremuta, / l’ultima luce ancora stesa in cielo / fa segno al vento che l’ombre a sé chiama / e piano se le porta sulle case / con le tracce delle ore ormai trascorse / senza portare accensione di gioia. // Ma contro il buio che solenne viene / resta a lottare solo una speranza, / che a mani aperte aspetta altro chiarore / e a immaginar dolcezze ancora gioca. / Andiamo, il tempo ch’è rimasto è poco”. (Andiamo, il tempo ch’è rimasto è poco)

Mario Mastrangelo, aggredendo da più versanti e per approssimazioni successive, il nucleo vitale, l’epicentro della propria esperienza umana e culturale, mostra di credere fortemente nel dialetto, inteso come strumento per giungere alla poesia; e si muove conseguentemente sul piano delle opportunità e dei privilegi che esso gli mette a disposizione. Tuttavia, non sempre il richiamo all’universo della memoria costituisce il suo obiettivo, né l’utilizzazione del dialetto pone necessariamente vincoli tematici, anche se una sotterranea nostalgia resta un elemento costitutivo molto significativo dell’esperienza dialettale. Si aggiunga che l’elemento dinamico della sua poesia consiste nell’esporre all’inerzia di un presente, osservato e sperimentato come mancanza ad essere, come assenza sociale, una sensibilità personale che è in pari tempo contemplazione e riflessione, serenità ed ingorgo psicologico, idillio ed epigramma, mutuando una condizione autobiografica privilegiata con una tradizione culturale problematica, della quale sperimenta ogni conseguenza di tipo dialettico.

Del resto, è nell’ambito dell’individualismo e della soggettività che la tendenza alle differenziazioni e l’emergenza delle rivendicazioni legate all’area dialettale, trovano in massima parte le loro premesse. Ciò fa del dialetto di Mario Mastrangelo una lingua della cultura oltre che della poesia; una lingua che ha abbandonato ogni arcaismo ed ogni inflessione folclorica per offrirsi come espressione d’una rivendicazione sentimentale ed intellettuale all’altezza dei tempi, in grado cioè di competere col malessere sociale del nostro tempo, con un atteggiamento etico che sta via via rinnegando ogni connotato umanistico e spirituale dell’esistenza a favore di un arido ed inflessibile tecnologismo.

 

Pietro Civitareale

 

Pubblicato il 29 maggio 2018