Quetzal di Luigi Bressan

Recensione di Nelvia Di Monte

 

Ci accoglie con un dialogare pacato questa poesia, che si rivolge ad una presenza amica, un tu che a volte è una parte di sé, ma più spesso è una persona sentita vicina, e non importa se ormai è altrove. «Per la nostra amicizia hai creato le parole pronte / le frasi  oggetti dallo sguardo libero d’azzurro / come vedono il primo mattino i rondoni in volo»: è l’incipit di Quetzalcoaatl, il testo dedicato al pittore Gabbris Ferrari che chiude la prima sezione. E con una telefonata a Franco Loi si apre il testo iniziale, dove la constatazione che sono scomparsi i passeri introduce una lunga e, a tratti, amara riflessione, poiché il venir meno del loro cinguettio sembra portare con sé l’inevitabile sbiadirsi di un’epoca ormai trascorsa, fino a farsi emblema di uno scomparire violento nella storia, nella guerra: «S’affaccia un altro tacere  lo spazio / che si lascia dietro chi è partito / con le fattezze d’ognuno / miti pazienti attendono / a non essere disperse». Gli ultimi due versi racchiudono un’intera poetica: una paziente attesa è il compito della «sentinella senza nome senza tempo» che ha come arma solo «un disarmato libello», una parola che, simile alle figure del mito, persiste attraverso i secoli, così avviene per la poesia dei classici, di Dante e di autori novecenteschi qui citati. E dei tanti poeti conosciuti, a ciascuno viene dedicato un testo che ha come riferimento un uccello, tramite fra uomo e natura perché unico è il mondo della vita, e la vicinanza di questi animali, i loro versi, la loro libertà o il loro patire, non sono un contorno alla nostra esistenza, ma le offrono una necessaria profondità e uno specchio per riflettersi da un’insolita prospettiva, come evidenziato nella citazione in esergo dall’opera Andar per uccelli di Amedeo Giacomini, poeta amico: “È un compagno – il pettirosso – che fa sempre piacere incontrare”.

In testi tendenzialmente lunghi o scanditi in poemetti, la metrica libera e i versi sciolti (sapientemente controllati e curati) assecondano lo svolgersi e lo stratificarsi di tanti spunti, in un colloquio dove il pensiero cerca di sondare la comune esperienza, si sofferma su momenti vissuti, particolari del paesaggio, visioni e ricordi e, frammento dopo frammento, porta in superficie elementi sottintesi, nascosti o silenti, cerca «l’ombra abbattuta tra le ombre» congiungendo dati reali a fantasie, sogni e incubi, desideri e meditazioni.

Dal 1986 Bressan ha pubblicato diverse opere nel dialetto veneto di Agna (poi raccolte in El paradiso brusà, Il Ponte del Sale, 2014) e in italiano, con Quando sarà stato l’addio (Il Ponte del Sale, 2007). I due codici sono entrambi presenti qui: prevale l’italiano in Fuori stagione, la prima e più ampia sezione, mentre il dialetto riguarda alcuni testi della seconda, A bocca chiusa. Inevitabile che la riflessione sulla lingua vi si soffermi come, in modo ironico, nel testo Contrasto dove un chiù dialettofono e un merlo che si esprime in italiano battibeccano animatamente riguardo al loro canto, diurno questo, «soto ose», sottovoce l’altro, con  un «verso monotono / quella cadenza che misura il tempo / come il cadere d’una lacrima». Nell’intera raccolta il discorso ovviamente si amplifica, non si limita alle parole, tocca l’espressività del vivente, variegata e complessa ma unita dalla necessità di incontrarsi e riconoscersi. Nella poesia Rondini cadute una bambina straniera (in visita con la sua classe ad una mostra sulla guerra) attiva insolite modalità per relazionarsi alla realtà circostante: suo è il disegno delle «rondini nere / bianche  con la gola bruciata», un’immagine da cui non vuole separarsi perché la rappresenta, «sulla rondine   ha parlato / frammenti d’una lingua-jolly / rompono una lingua lontana-vicina». Suo è l’abbraccio ad un grosso alano, «gli parlotta / all’orecchio il cane immobile // Nessuno intorno a loro esiste». Traspare in sottofondo il riferimento mitico, la speranza di una parola-gesto che ammansisca le belve e faccia tacere la violenza.

Luigi Bressan

Se talvolta la poesia è ascolto della propria solitudine, più diffusamente è la condivisione della fatica di stare al mondo e dell’amarezza per la distruzione di una natura assimilabile al corpo umano (sono «fogliame nervi / tendini sbiancati di radici nell’aria che brucia» gli alberi sradicati per costruire case). La kafkiana cornacchia che osserva questa terra in tumulto è una presenza insieme misteriosa e familiare: «dov’è stata prima non saprai mai / se non scruti il fondo dell’occhio / forse allora vedrai posatoi di filo spinato / campi di larve piegate dalla fatica / oh sorella è questo che siamo». Anche la cornacchia salvata, un «samsagregor» accudito dal poeta e poi liberato, riporta il pensiero ad un comune migrare: «sarà non sarà lei / ma quanta gente intorno e di lontano / va e viene oscura e silenziosa / sotto il peso d’un cielo cupo e freddo / senza speranza di posare mai».

Nel poemetto Morte d’un codirosso, le frasi che descrivono l’animale chiudono le strofe con la loro rassicurante oggettività, in contrasto con le situazioni citate, dove la visione del paese in festa si scompone in un paesaggio umano a tratti assurdo e disorientante. In Le madri cicogne i nidi sulle ciminiere di fabbriche abbandonate suscitano il ricordo di esperienze storiche difficili, quali il duro lavoro delle contadine che tagliavano le canne palustri e diventate poi operaie: «Adesso assomiglia a una donna abbandonata / la fabbrica arresa alla sterpaglia / inalbera i camini  eleva isole di cicogne / sulla foschia battuta dalle loro cannule». Questi esseri alati hanno dunque il compito di tessere legami tra elementi che appaiono distanti, offrendo alle molte esperienze trattate una compattezza tematica ed espressiva: come il loro volo, la poesia procede in diverse direzioni, con scarti improvvisi o planando lieve sui molteplici aspetti della vita dove si posa lo sguardo, dove «passa e ripassa il rondone cancellando / a becco aperto righe nere e riscrive / su pagine ingiallite».

Lo stile di testi scritti in un ampio lasso di tempo è variegato, e l’atteggiamento talora pessimista ed elegiaco (evidenziato dai titoli delle precedenti raccolte) si alterna a modalità liriche, intimiste, comiche e autoironiche, talora surreali.

La poesia di Bressan è complessa, non per una ricercata oscurità – che un atteggiamento colloquiale e interrogante rifiuta a priori – ma perché è attenta a cogliere i ‘versi’ del fondo insondabile che tiene insieme il caos che chiamiamo realtà e cerca di delineare il senso imperscrutabile delle cose e dei fatti che accadono, a cui ci si può avvicinare solo per metafore e figure. È forse questa la sacralità originaria rappresentata dal Quetzal, il «serpente piumato albero d’una genealogia divina» che guida all’incontro tra parola e immagine, all’amicizia che sopravvive alla morte, a un diverso modo di considerare il tempo, a quanto ha valore e permane: «mentre lo spaziotempo modella mondi / con mani oscurate spandendo luce  magari / quando avremo imparato che un milione è uno / e molti è soltanto il numero esatto per ritrovarci».

 

Luigi Bressan, Quetzal (Il Ponte del Sale, Rovigo 2019)

 

Nelvia Di Monte

 

 

13 novembre 2019