Quelli der fero, di Renzo Marcuz

Recensione e scelta di poesie di Maurizio Rossi

 

Recentemente ho vissuto in Italia un paio di disavventure sui treni ad alta velocità, con ritardi…biblici, anche se dipendenti da motivi climatici: un’ora in più sulla tratta Milano -Roma o quattro ore sulla Bologna- Roma, sono eventi eccezionali, ma non possono farci mettere sotto accusa tutto il sistema ferroviario. Però possiamo constatare che l’evoluzione del trasporto su rotaia e l’accentuata complessità del sistema, rendano lo stesso più vulnerabile e fragile e perciò richiedano un cospicuo investimento nelle infrastrutture.

Lo sa bene il nostro Marcuz, e senz’altro ha previsto che il passaggio dalla meccanica, all’elettronica e alla meccatronica, associato all’aumento della velocità del trasporto, richiedesse un pari incremento della velocità del pensiero ed una dilatazione dei suoi orizzonti. Mi sembra di intravedere questo messaggio tra le pagine di “Quelli der fero”, composto di strofe in un romanesco, a tratti insistito e forse un po’ antico, ma piacevole, senza diminuire altresì di efficacia e di comprensione. “Come ricordo bbene a qquer mmartello/ mi’ padre l’addoprava sur lavoro./ Lungo…quer giusto, er manico sottile,/ mi’ padre ce sentiva …l’ammaloro./

Nell’incipit della prima poesia, che nei raddoppi consonantici riecheggia un racconto a voce, c’è la sostanza dell’ingegneria meccanica, associata all’esperienza, alla perizia e alla pazienza del lavoro umano: lo strumento di giusta misura, che colpisce semplicemente il materiale e provoca la ruota di metallo a rivelare la propria integrità con il suono; il suono percepito dall’orecchio e confrontato con la memoria  di tanti suoni, di tante ruote.

Ecco in azione il papà dell’Autore –  come il figlio, uno di “quelli der fero” – in quell’Itaglia piena de ferovie” come del resto oggi, nei giorni in cui l’oggettiva velocità (sempre relativa…) non può annullare la percezione del tempo, sempre soggettiva; e quindi comprendiamo questi versi  “Le storie de li treni/ so storie de sudore,/ de chi j’ha dato l’anima/ de chi j’ha dato er core/…Mo leggo quarche cosa/ sopr’ar telefonino,/ Le storie? Sempre quelle,/ parleno de’ n trenino//” Erano storie di chi chiamava “er sor facchino a passo sverto” per oltrepassare la stazione ed andare “dar fascio sud ar fascio norde” portando “valigge e borzettone e bbutticheise”; storie di chi andava al mare, usando le “concessioni” per i ferrovieri e i loro familiari; oppure di chi, come l’Autore, si recava a trovare la nonna, partendo di notte con le “frecce”, di nome, ma non certo di fatto!

“Quelli der fero” fa pensare alla terza epoca preistorica, l’età del ferro, sia nei materiali usati in ferrovia, sia per il rapporto tra  uomo e materia, uomo e macchina,“in-mediato”, all’epoca descritta dal Marcuz,  diretto, riproducibile secondo procedure relativamente semplici, come la protezione elettrica “Er corto… lo fa er carro,/ per mezzo de l’assile,/ così se para er culo,/ ner modo più cciovile!” oppure  lo scambio “Er deviatoio a mmano/ se chiama…la caciotta,/ doppo che l’hai girata/ er treno…cambia rotta.”. Rapporto spesso difficile, in un lavoro quotidiano, pesante e spesso rischioso.

Nell’insieme la raccolta è una antologia di ricordi, una galleria di personaggi, dal viaggiatore al macchinista, dal meccanico allo scambista, al capotreno;  un piccolo dizionario delle ferrovie, che snocciola con semplicità padelle, caciotte, marmotte, cabine, sagome. A chi si accostasse con diffidenza al libro, ritenendo ardito il salto dall’ingegneria alla poesia, basterebbe poi suggerire l’etimologia della parola ingegnere, cioè ingegno, creazione, ma anche capacità mentale: in sostanza, fare, Poesia.

 

 

 

 

Silenzio

 

Quanno morì mi padre

io ero…giovinotto

trent’anni nun so’ pochi,

ma nun so’ manco un botto!

 

‘Na vorta m’era detto

“Riportem’ar paese,

‘ndo’ stanno le montagne…”

Ma mmai nun lo pretese.

 

Lo riportai…cor treno!

La notte a la stazione,

lo caricorno a spalla…

l’amichi, e che attenzione!

 

Un carro merci chiuso,

silenzio, ‘na preghiera

“Amichi v’aringrazio,

papà è co’ vvoi, stasera!”

 

 

Seggni e seggnali

 

Quello che ffà li seggni

a vvorte è un tipo strano,

dar naso e dalla bbocca…

capisce che ciai ‘ mmano.

 

Quello che ffà i seggnali

usa amarillo e vverde,

co’ qquesti sivvoi passi,

cor roosso… lassa perde!

 

Questa è la differenza

tra ggioco e ferrovia

che ppare compricata,

ma vvo’ …solo maestria!

 

Maetro è chi proggetta

la strada ch’è ferrata,

maestro è chi ce porta…

li treni all’impazzata!

 

 

Binario morto

 

Er treno…s’è fermato,

sta sur binario morto,

pur’er capo stazzione…

è ito a ffasse l’orto.

 

La ggente sconzolata

guard’alli finestrini,

le donne manco parleno,

e ppiaggneno i bambini.

Sarà perché er carbone

è un poco che scarzeggia

e ce ne vo’ parecchio,

o n’ gira la puleggia!

 

Io me so’ messo a ssede,

pe’ ssotto a ‘n’arberello,

me sa che mo m’addormo…

ar canto de ‘n fringuello.

 

 

 

Passetti piccoli

 

Li cristi che s’ammazzeno,

a llavorà forzati,

fanno passetti piccoli,

e nno bene allungati.

 

Puro l’ometti neri,

de la manutenzione,

fanno passetti piccoli

e ssempre in apprenzione.

 

Lo spazio è stabbilito,

nun c’è da fa manfrina,

e ssai chi te lo dice?

Propio la traversina!

 

Er piede ce s’appoggia,

e te fa stà sicuro,

tu fa er passetto piccolo…

che già er lavoro è dduro!

 

Renzo Marcuz, Quelli der fero, Edizioni Cofine, Roma, 2019

 

Renzo Marcuz, ingegnere ferroviario, è nato a Roma nel 1948 da genitori friulani e attualmente vive a Ciampino. Ha svolto la professione nei settori tecnici e ingegneristici ferroviari, e nel tempo libero ha sempre scritto racconti di viaggio e di memorie e dipinto. Attualmente, oltre a queste attività, scrive poesie e rime in vernacolo romanesco.

 

 

Maurizio Rossi

 

 

 

 Pubblicato il 18/12/2019