Quando la poesia si fa impegno e denuncia: Ignazio Buttitta

Recensione di Lorenzo Spurio

 

“Il poeta deve riuscire a capire il come e il perché

della tragedia che stiamo vivendo” (Ignazio Buttitta)

Il volume Ignazio Buttitta dalla piazza all’universo[1], curato dal noto critico e poeta dialettale trapanese Marco Scalabrino, pur configurabile come scrittura saggistica è molto di più. Per la ricchezza dei contenuti, delle citazioni, delle fonti reperite, consultate e tramandate a noi, questo studio si configura come una monografia puntigliosa di una delle più indelebili voci del dialetto del Meridione, il compianto Ignazio Buttitta, ma anche come un compendio moderno, di facile utilizzo proprio a ragione della copiosa presenza di rimandi, di testimonianze, tanto del mondo accademico che popolare, che permettono di evidenziare l’esatto ritratto di Buttitta. Quale poeta, certo, e cantastorie, ma soprattutto come uomo, come esempio di rettitudine e vocazione verso l’altro[2], testimoniati da battaglie di impegno ideologico, civile e sociale.

Reputo necessario, con l’utilizzo di questa fondamentale guida che è il volume di Scalabrino, ripercorrere alcuni dei tratti fondamentali nel percorso letterario di Buttitta che si esemplifica in quello di uomo che parla al popolo, del popolo e per il popolo. Il sottotitolo del volume dalla piazza all’universo non poteva di certo essere più azzeccato dal momento che Buttitta non era poeta da scrittoio, da ambienti borghesi e cenacoli ristretti, ma da piazza, poeta del popolo, della strada, che declamava dinanzi a una platea di cittadini, curiosi e attenti. Questo ricco volume si chiude con un repertorio di scatti in bianco e nero che testimoniano la presenza di Buttitta sulla scena con alcuni dei vari incontri avuti con intellettuali del periodo del quale fu particolarmente amico; tra essi lo scultore e pittore Carlo Puleo.

Il volume di Scalabrino si apre con una considerazione che merita una riflessione e che ha la natura di una preoccupazione di non poco conto. Essa ha a che vedere con il fatto che oggi, a distanza di ventidue anni dalla sua morte, praticamente Ignazio Buttitta è un assente clamoroso nel panorama editoriale italiano. Lo era stato, come vedremo, – quando era ancora in vita – anche all’interno dei progetti antologici atti a convogliare in volumi unici ciò che i critici del momento reputavano come “il meglio della poesia” (dialettale, o di una determinata regione o periodo, etc.). Ciò che preoccupa è che oggigiorno raramente si ha disponibilità diretta alla fruizione di opere di Buttitta in librerie (le sue prime opere vennero pubblicate da editori di provincia, le opere pubblicate da marchi editoriali grandi sono datate e non si sono avute, salvo sporadici casi, edizioni recenti e, cosa ancor più grave, non sembra sia stata mai prodotta una vera e propria opera omnia dell’autore bagherese) e la situazione nelle biblioteche è leggermente migliore di quella delle librerie, se si tiene in considerazione l’intera rete di biblioteche nazionali e non solo quelle siciliane.

Il problema della non facile reperibilità[3] non è qualcosa di ininfluente dal momento che, qualora ci si voglia avvicinare alla sua opera per approfondirla, studiarla, curarne edizioni, l’accesso ai testi – o a determinati testi – non è così semplice e diretto. Il volume di Scalabrino sembra essere proprio una risposta luminosa dinanzi a tali problematiche di reperibilità e accesso a cui va senz’altro riconosciuto il merito di porre con evidenza la problematica in risalto. Nel corso del tempo attorno alla figura di Buttitta sono state create iniziative che, in modi e forme differenti, hanno inteso celebrarne la memoria, farlo sentire vivo, approfondire i suoi temi, il suo linguaggio e tutto il suo mondo compositivo e recitativo.[4]

La disparità di commenti critici e considerazioni che Buttitta ha guadagnato nel corso della storia è impareggiabile e motivo essa stessa d’impossibile confronto con altri intellettuali nostrani. Ciò sta a marcare nettamente come la poetica del Nostro fosse recepita in maniera estrema, o accogliente finanche esaltante, o con cupo criticismo quando non vero e proprio scetticismo di fondo. Ciò accade solo quando si è di fronte a dei grandi e Buttitta lo era senz’altro. Secondo il critico Giacinto Spagnoletti, Ignazio Buttitta “non aderì mai a movimenti letterari… vivendo una sorta di verginità perenne, sull’impeto della propria vena”.[5] Pasolini, invece, che oltre a poeta e romanziere era un caustico critico, ebbe a snobbare la produzione di Buttitta, non inserendolo nella antologia Poesia dialettale del Novecento (1952) curata assieme a Mario Dell’Arco.

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[1] Marco Scalabrino, Ignazio Buttitta dalla piazza all’universo, Edizione dell’Autrice, Venezia, 2019. Tutte le citazioni con riferimento di pagina tra parentesi sono tratte da questa opera.

[2] In un articolo su La Nazione del luglio 1984, Buttitta ebbe a dire “Io credo in Gesù, ma non come essere divino dotato di superpoteri ma come filosofo, come grande uomo di pensiero”.

[3] Marco Scalabrino fa riferimento, nella primissima pagina del libro sotto il titolo “Riproporne la figura e l’opera”, allo “scarto paradossale tra la fama planetaria del poeta e la problematicità di procurarmene con immediatezza le opere” (5).

[4] Nel corso degli ultimi anni gli studi su di lui sono aumentati, si segnala tra di essi la tesi di laurea di Marta Puglisi laureatasi all’università di Pisa nel 1981 con una tesi dal titolo Prime e nuovissime, Gruppo Editoriale Forma, Torino, 1983.

[5] Giacinto Spagnoletti, Storia della letteratura italiana del Novecento, Roma, 1994.


Ignazio Buttitta nacque a Bagheria, comune dell’hinterland palermitano allora arretrato e in preda alle prime lotte sociali e operaie, nel 1899 da una famiglia di commercianti. Simpatizzante e vicino all’ideologia comunista ne fu una delle anime locali, al punto che Renato Guttuso ricordò in una intervista apparsa su L’Unità nel 1979 che “tutti sapevano che Ignazio era comunista. I fascisti fecero più volte irruzione nella sua salumeria sfasciando tutto e rubando caciocavalli e mortadelle” (10). Nel 1922 figurava tra i fondatori del Circolo di Cultura “Filippo Turati” e due anni dopo dal socialismo era confluito nel più radicale partito comunista che non abbandonò mai sino alla morte. Durante il secondo conflitto mondiale Bagheria venne bombardata e il poeta nel 1943 si trasferì per un periodo al nord Italia, a Codogno, nel Milanese. Dopo la parentesi milanese, nel 1960, fece ritorno a Bagheria, che non abbandonò più.

Tra gli amici a noi più noti di Buttitta figura il pittore Renato Guttuso (1911-1987), ma nella sua lunga carriera, conobbe anche Vito Mercadante (1873-1936), la poetessa messinese Maria Costa (1926-2016), la celebre Rosa Balistreri (1927-1990), il padre del futurismo Filippo Tommaso Marinetti (1876-1944) che partecipò a una serata a Bagheria nel 1935. Fu in contatto con Massimo Bontempelli (1878-1960), Carlo Levi (1902-1975), Salvatore Quasimodo (1901-1968), Elio Vittorini (1908-1966) e Pablo Neruda (1904-1973). Tenne corrispondenza con Vittorio De Sica (1901-1974), Giorgio Strehler (1921-1997), Roberto Roversi (1923-2012) e conobbe il poeta greco Alexandro Panagulis (1939-1976) che ospitò nella sua casa di Aspra nel periodo della dittatura dei colonnelli.

Tra le sue prime collaborazioni letterarie quella con il periodico La povera gente, fondato a Bagheria da Salvatore Paladino. A differenza dei poeti Alessio Di Giovanni (1872-1946)[1] e Vann’Antò (pseudonimo di Giovanni Antonio Di Giacomo, 1891-1960), Buttitta non ebbe quasi mai fortuna nelle operazioni antologiche portate avanti da alcuni editori, infatti comparirà in pochissime di esse. Addirittura nella nota antologia di dialettali curata da Franco Brevini nel 1997[2] – al pari, però, degli altri siciliani e di tutti i poeti meridionali – non compare. Delle poche antologie dove, invece, risulterà inserito, vale la pena citare Le parole di Legno a cura di Mario Chiesa e Giovanni Tesio del 1984. Il critico Massimo Onofri in un articolo del 1997 uscito su L’Unità parlò del fatto che vari intellettuali importanti della nostra stagione letteraria (Sanguineti, Fortini e Mengaldo) non abbiano fatto che ignorare sostanzialmente l’esperienza scrittoria di Buttitta.

Intensa la sua produzione poetica contrassegnata da varie pubblicazioni alle quali brevemente accennerò. Sintimintali (Emanuele Sabbio Editore, Palermo, 1923), la sua opera prima, raccoglie già testi d’ispirazione sociale e inaugura quella che può essere considerata la sua fase dell’impegno civile, che non lo abbandonerà più. Seguono le opere Marabedda (1928) e Lu pani si chiama pani (1954)[3] dove ancor più intenso si fa il canto di sfogo e denuncia, di dolore e deplorazione per l’ingiustizia (“la giustizia è pupu di crita[4] scrisse) e la cieca violenza, come avviene nella poesia-commiato “Littra a na mamma tedesca”.

Di questa fase va di certo ricordata l’opera Lamentu pi la morti di Turiddu Carnivali (1956), componimento di sofferenza e commemorazione per la morte violenta di Salvatore Canevale (1923-1955), un bracciante e sindacalista socialista avvenuta a maggio del 1955 a Sciara (PA), arricchito dalla prefazione e dalla traduzione ad opera di Franco Grasso. Esso contiene ballate e canti popolari dove, dal punto di vista metrico, si prediligono schemi classici, della tradizione musicata, di ottave siciliane ed endecasillabi. Questo lamento (come tutti i lamenti) ha una forza comunicativa senza pari al punto da portare a una forte mimesi e compartecipazione alle vicende dolorose in quel dato ambiente che sembra abbandonato da Dio. Buttitta esprime se stesso per mezzo del dolore collettivo di un popolo che assiste all’ennesima barbarie. Il tono è

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[1] Si parlò di un rapporto sghembo tra Alessio Di Giovanni e Buttitta, secondo alcuni considerati rispettivamente il padre del dialetto siciliano e uno dei tanti figliocci, secondo altri vi fu una sorta di competizione. Salvatore Di Marco in un intervento dal titolo “Il secolo di Alessio Di Giovanni e Ignazio Buttitta” sostiene che “[Alessio Dio Giovanni] era stato dal 1896 al 1938 il poeta che con una forza straordinaria aveva cantato le pene dei carusi di zolfara e le sofferte voci del feudo siciliano. Buttitta lo aveva conosciuto negli anni Venti” (20). Probabilmente, come vien dato da capire dagli estratti di dichiarazioni del periodo, in Buttitta poteva coesistere un miscuglio di fascino e invidia verso Alessio Di Giovanni, scisso tra la voglia di apprendere da lui e un latente desiderio di competere.

[2] Frano Brevini, Poeti dialettali del Novecento, Einaudi, Torino, 1990.

[3] Degne di segnalazione sono le traduzioni delle poesie in italiano a cura di Salvatore Quasimodo e le illustrazioni di Renato Guttuso. Un altro grande siciliano, intellettuale seriamente impegnato, Leonardo Sciascia, non mancherà di esprimere la sua riluttanza nei confronti dell’approccio di traduzione adoperato da Quasimodo: “Una sola volta [Ignazio] ha fatto un errore, facendosi tradurre da Quasimodo: e tutti hanno letto Quasimodo e non hanno letto Buttitta”, in Santo Calì, La notti longa, Catania, 1972. Tuttavia Scalabrino, alla luce dei decenni a noi più vicini, mostra maggior lucidità in relazione alla traduzione di Quasimodo rilevando una sacrosanta verità: “Potrei aggiungere malignamente che nessuno avrebbe letto in seguito Buttitta se non fosse stato in precedenza tradotto da Quasimodo” (73). Questo volume uscì per le Edizioni di Cultura Sociale di Roma. Nel 1999, nell’occasione del centenario della nascita del poeta, venne ristampato a cura di Gaetana Maria Rinaldi per conto della Regione Siciliana, Assessorato dei Beni Culturali, Ambientali, Pubblica Amministrazione di Palermo, Facoltà di Lettere e Filosofia. Utili anche gli atti di un convegno: Per Ignazio Buttitta nel centesimo anniversario della nascita, Atti del Convegno, 15-19 dicembre 2000, a cura di Giovanni Ruffino, Edizione Università di Palermo, 2001.

[4] Poesia “Comu l’avutri“ (34).


alto; è un’elegia dove si percepisce nettamente la sofferenza ma anche il bisogno di dire, di svelare il marcio, di impegnarsi per abbattere una determinata società. Il dolore è raggrumato nella presenza afflitta della povera madre dell’uomo assassinato (“Me figghiu avìa lu sangu d’oru finu / e chistu di pisciazza di pantanu”). Natale Tedesco ha parlato – a ragione – in tale circostanza di “narrativa epico-lirica” (78). Buttitta è il cantastorie che narra non le gesta vittoriose di un possibile eroe che lascia il suo regno, segue traversie e poi, maturo, vi fa ritorno, ma è cronista di una storia malvagia, di una vita ammorbata dall’odio e dalla violenza dove la morte è il segno della depravazione e prevaricazione della razza umana. Ecco perché in queste figure popolari, che soffrono e vivono un vero e proprio processo di sofferenza e martirio, Buttitta svela, quale parallelismo, l’immagine di un Cristo sofferente, sottoposto alle sevizie, deriso e sottomesso dai cattivi: “Turiddu Carnivali nnuminatu / e comu Cristu murìu ammazatu” (78). Concetto Marchesi aggiunse che in questa opera Buttitta ha eseguito una miscela elaborata e riuscitissima di “elemento eroico e quello elegiaco” (79). Il bracciante stroncato è una vittima – metafora di una classe denigrata e oppressa dai potenti – ma è anche un eroe, un esempio buono da seguire: nel suo impegno verso il lavoro, la dedizione alla famiglia, la moralità e l’ideologia socialista in aiuto e sostegno dell’intera classe sociale. Questo realismo, che è un riflesso di quel vivido espressionismo pittorico dell’amico Guttuso, provoca un certo stordimento: Buttitta adopera una trasfigurazione della storia che si fa maestra di vita, testamento di sapienza, monito e ambito di riflessione. Cantare l’amara fine di Turiddu Carnevali non è un tentativo piagnucoloso di ricordare un uomo qualunque e la violenza con cui è stato messo fuori gioco, ma è denunciarne il vile atto commesso, imprimere una dichiarazione di sdegno e di sfida a chi brutalizza il popolo con la violenza per i suoi fini.

Ciccio Busacca (1925-1989)[1] e la più nota Rosa Balistreri resero vari testi poetici di Buttitta (soprattutto quelli con riferimento al mondo del lavoro e allo sfruttamento) in canzoni; tra le varie cantate dalla cantatrice di Licata anche “’I pirati a Palermu”. Negli anni ‘50 del secolo scorso si situa l’esperienza teatrale di Buttitta quando il poeta presentò al Piccolo Teatro di Milano Pupi e cantastorie di Sicilia, “una rappresentazione teatrale fra il folklore e la cronaca sociale in versi, che risc[osse] un consenso quasi unanime” (85).

Celebre il lungo poema in dieci episodi di sestine La vera storia di Salvatore Giuliano[2] (1963), poemetto dell’impegno civile. In una delle sezioni, “La strage di Portella delle Ginestre” si legge: “a Purtedda da Jinestra/ quannu veni ‘u Primu Maggiu/ c’è ‘u popolu e fa festa. // […]// La spiranza di un dumani// […]// Di lu munti La Pizzuta/ ch’è l’artura chiù vicina/ Giulianu e la so banna/ scatinò ‘a carnificina.// […]// mitragghiavanu la genti// […]// Pi discriviri la scena/ ci vulissi un rumanzeri:/ sta chitarra ‘un sapi chiànciri,/ malidittu stu misteri!// Doppu un quartu di ddu nfernu/ (vita morti e passioni)/ li briganti si ni jeru/ senza chiù munizioni.// […]// Supra ‘i petri e nmenzu ‘u sangu/ figghi e matri addinucchiati/ cu li lacrimi li facci/ ci lavavanu a vasati.// […]// Cu’ ddu jornu fu a Purtedda,/ cu’ ci va doppu tant’anni/ vidi ‘i morti caminari/ caminari senza gammi.// […]// Oh, giustizia quannu arrivi?” (94-95). Scalabrino ha osservato che “la speranzosa esortazione finale alla liberazione della Sicilia rimane l’unica via da seguire per riprendere in mano il nostro destino” (96).

A seguire è il libro Lu peddi nova (1963; riedito da Sellerio nel 2013) con prefazione di Carlo Levi dove spicca “Sariddu lu Bassanu”, una lirica amara incentrata sul conflitto civile in Spagna e un altro componimento dal titolo “Lu tempu e la storia” nel quale Buttitta si lascia andare a flashback tumultuosi di immagini violente o di ricordi desolati per atti subiti o inflitti a se stessi come sono l’assassinio di García Lorca e il suicidio di Majakowski: “È la puisia/ chi tocca lu pusu di la storia:/ la vuci risuscitata di Maiakovki,/ lu chiantu di Hiroshima,/ lu lamentu di García Lorca/ fucilatu a lu muru” (105). Questa poesia, che non ha la forma del lamento come in altri casi in cui Buttitta si sa, eccelle, ha la forma di un mosaico multicolore, racchiude in sé riferimenti alla storia umana, che riguarda e accomuna tutti. La poesia ha questo potere di riuscire a portare a galla anche l’amarezza per accadimenti nefasti e inspiegabili, senza incunearsi in un razionalismo ottuso e in forme di cerebralismo pericolose, decanta il mito e affronta la storia, colloquia con l’uomo che non è più nel qui ed ora, ma del quale percepiamo ancora richiami e insegnamenti.

La paglia bruciata (1968), opera costituita da “racconti in versi”, venne pubblicata dall’editore Feltrinelli. Rappresenta una delle prime pubblicazioni del Nostro con un editore di ampio respiro, la cui diffusione è a carattere nazionale. L’opera presenta la prefazione di Roberto Roversi e contiene “I monaci di Mazzarino”, un componimento che fa riferimento a un oscuro caso di depravazione e occultamento della provincia siciliana del 1960. Come osserva Scalabrino “Il canto di Buttitta è un’invettiva di pungente ironia, dove il campo è messo a fuoco con inquadrature pregevoli e procede per dettagli che rappresentano il fatto” (110).

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[1] Scalabrino ricorda che fu Ciccio Busacca il primo cantastorie di Buttitta che portò i suoi versi musicati e cantati addirittura al Piccolo Teatro di Milano e che “il sodalizio fra Ignazio Buttitta e Ciccio Busacca fu lungo e fertilissimo” (173). Numerose e di valore le presenze di Busacca, non solo in campo musicale (si esibì anche con Rosa Balistreri) ma anche a livello teatrale, va ricordata ad esempio la sua presenza nel film Fontamara per la regia di Carlo Lizzani nel 1980 e in una rappresentazione dell’opera teatrale La figlia di Iorio di Gabriele D’Annunzio.

[2] L’introduzione è curata da Leonardo Sciascia che osserva “il poeta assume gli eventi dolorosi, i fatti tragici, le violenze, i morti ammazzati in un sentimento che si puo definire materno: poiché madre è in definitiva la Sicilia” (91).


Io faccio il poeta (1972), con prefazione di Sciascia e un’opera di Guttuso in copertina, venne pubblicato sempre da Feltrinelli. Ritornano i temi di mafia: “ci liccamu ‘i pedi,/ ci damu ‘u votu,/ l’ugna pi scurciarini,/ ‘a mazza e ‘a ncùnia/ pi rumpirini l’ossa.// L’avemu cca/ ancora cca ‘a mafia” (117) scrive nella poesia “Un seculu di storia”. Vi è contenuta la lunga poesia “Lingua e dialettu” dove leggiamo: “Un populu/ diventa poviru e servu/ quanno ci arrobbanu ‘a lingua/ addutata di patri:/ è persu pi sempri.// […]// Mi n’addugnu ora/ mentri accordu ‘a chitarra du dialettu/ ca perdi na corda lu jornu” (120). Come osservato piu volte, Scalabrino sostiene che “Buttitta vuole parlare a nome di tutti; si sente il poeta che porta il mondo addosso” (125). Nella lirica “’U rancuri” una bella attestazione di poetica: il poeta è un uomo semplice che osserva il mondo e ricama le trame del vissuto che ha attorno a sé: “Io ‘u pueta fazzu:/ caminu supra ‘i negghi,/ leggiu nto celu,/ cuntu ‘i stiddi,/ parru ca luna,/ acchianu/ e scinnu!// ‘U pueta fazzu:/ tessu,/ raccamu,/ cusu,/ scusu:/ arripezzu cu fili d’oru!// […]// abbillisciu ‘u munnu,/ carmu ‘u mari ca vuci!” (129-130).

Ne Il poeta in piazza (1974) edito da Feltrinelli, ancora una volta affida il verso alla strada, la parola al popolo e ai disgraziati che soffrono le ingiustizie: “Pari cronaca nvintata/ ed è cronaca di quarteri,/ di quarteri pupulari/ unni Diu non metti ‘i peri” (140) e sono tutti di questa risma i versi del Nostro. Tra le altre opere si ricordano Lu curtigghiu di li Raunisi (1975), Le pietre nere (1983) e Colapesce (1986), quest’ultima è la versione in versi della leggenda di Colapesce narrata dall’etnoantropologo Giuseppe Pitrè alla quale anche la messinese Maria Costa dedicò una composizione.

Di chiaro impatto le poesie dedicate alla sua gente, ai poveri cristi delusi da un sistema di fare mafioso e illegittimo, da imposture diffuse, dove predilige i ritratti di vittime sociali mettendo il dito nella ferita delle endemicità del popolo della provincia (la “Sicilia luntana” dove aspettano le “lacrimanti matri/ sutta nivuri scialli”)[1], ma anche componimenti dedicati a persone care: il motivo della madre – e della sua mancanza – diventa preponderante in alcune liriche. In “U latti da matri” si può leggere: “Me matri/ latti non mi ni detti,/ […]/ Io/ ricordu sulu/ paroli àciti di me matri,/ liti in famigghia/ […]/ Addivintavu vecchiu/ senza sapiri/ comu vasanu ‘i matri” (30). Rimarchevole il componimento “Primu maggiu” dedicato alla triste vicenda di Portella della Ginestre nel 1947 quando un manipolo di banditi capeggiati da Salvatore Giuliano (1922-1950), nell’occasione della festa del lavoro, spararono sulla folla provocando undici morti e vari feriti.

Numerosi i riconoscimenti e le attestazioni di merito rivolte alla sua attività nel corso degli anni tra cui la vittoria del Premio Viareggio nel 1972 e del Premio Mondello in ben due edizioni, rispettivamente con le opere Il poeta in piazza nel 1974 e Le pietre nere nel 1983. Salvatore Camilleri osservava nel 1979 che “Buttitta è il più famoso poeta siciliano d’oggi, tanto conosciuto anche all’estero che per lui si è perfino parlato [fine anni Sessanta, inizi anni Settanta] di Nobel” (148). Nel 1980 l’Università degli Studi di Palermo gli conferì la Laurea ad Honorem in materie letterarie.

La lunga vita del poeta ebbe termine nella primavera del 1997 quando, all’età di novantotto anni, morì. Nel 1999 uscì il volume postumo La mia vita vorrei scriverla cantando, a cura dei nipoti Emanuele e Ignazio E. Buttitta edito da Sellerio che contiene una cinquantina tra i componimenti più celebri, una selezione raffinata e puntuale nel descrivere la figura del poeta bagherese.

A conclusione di questo breve excursus nella densa attività poetica e oratoria del Nostro, esatte sembrano le parole di Salvatore Di Marco che ebbe a dire: “Buttitta si fa cantore aspro e irriducibile nelle piazze e nelle manifestazioni popolari. Egli non si limita a scrivere versi e a pubblicare libri, ma parla in pubblico e recita le sue poesie, canta con la gente all’aria aperta”. Ed è cosi che è piacevole ricordarlo, com’è immortalato in alcuni scatti suggestivi dell’amico Carlo Puleo. È il poeta della piazza, la voce di un popolo che si ritrova nei versi che denunciano e parlano di una società malata. Per questo Buttitta, sebbene sia un poeta popolare, è anche profondamente rivoluzionario: le invettive e i proclami in versi sono moniti che non lasciano indifferenti e che animano il popolo a credere in se stesso. Le poesie di Butttitta indirettamente evocano un cambiamento che urge, un rinnovamento e una pulizia impellente, che può risollevare la Regione – ma diremmo l’Italia tutta – dal torpore e dalla spietata furberia dove è collassata.

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[1] Poesia “Sicilia luntana” (39).