Fabio Franzin, nato a Milano nel 1963 da genitori di origine veneta, dall’età di sei anni vive nella Marca Trevigiana. Poeta straordinario per sensibilità e ricchezza interiore, ha pubblicato numerose raccolte sia in lingua sia nel dialetto opitergino-mottense, parlato tra Motta di Livenza e Oderzo. Ha ricevuto importanti riconoscimenti nazionali e internazionali, ha al suo attivo numerose pubblicazioni ed è presente in prestigiose riviste e antologie. I suoi testi sono stati tradotti in inglese, arabo, cinese, francese, spagnolo, tedesco, sloveno.
Caro Fabio, considero un vero privilegio il fatto di parlare con te della tua poesia; vorrei iniziare la nostra conversazione con alcune domande sul dialetto e sull’importanza che ha nella poesia il vecio parlar o il volgar eloquio, per ricordarlo con le parole di due grandi poeti, Zanzotto e Pasolini.
Sono convinta che l’unica differenza tra poesia in lingua e poesia in dialetto sia il codice usato. A un poeta in lingua non rivolgerei domande sull’italiano che si parla nella sua città, ma ritengo importante conoscere la dimensione sociolinguistica in cui si trova immerso un poeta che scrive in dialetto. A Motta di Livenza, dove tu vivi, quanto si usa il dialetto nella comunicazione quotidiana? In quali contesti comunicativi e, ancora, in quali fasce sociali o d’età?
Innanzitutto sono io che ringrazio te, cara Ombretta, e diciamo che il piacere è reciproco. Nel mio paese e nella regione in cui vivo, il Veneto, il dialetto è ancora molto parlato, anche dalle giovani generazioni (e questa è una delle ragioni per cui mi ostino a scrivere in dialetto) ed è parlato un po’ in tutti gli strati sociali. Ma dirò di più: mentre sociologi e intellettuali hanno lasciato la camera dove giace il dialetto, secondo loro moribondo, perché, staccate le radici e gli affetti che lo trattenevano, potesse esalare in pace l’ultimo respiro, si registrano due fatti: innanzitutto esso non muore, non ci vuole abbandonare, e come per beffa cresce il fenomeno di nuovi parlanti dialettali, dalla badante ucraina che cura i nostri anziani al muratore rumeno o all’operaio senegalese; tutti sono “costretti” a imparare il dialetto per confrontarsi con referenti e colleghi.
Nella tua lingua poetica, che è stata definita “una cascata di allitterazioni, paronomasie, assonanze e consonanze”, quanto conta “la purezza linguistica” e – se ci sono – quali contaminazioni si possono rintracciare?
Non sono un glottologo e quindi faccio fatica a risponderti con contezza; ti posso dire che quando scrivo, quando cioè traslittero una lingua orale che non ha una sua grammatica, un suo dizionario, sto molto attento ai suoni che le parole combinano fra loro, al ritmo che creano, uso cioè tutto “l’armamentario”, la gamma di codici metrici e stilistici propri della poesia. Riguardo alle contaminazioni, proprio perché non così esperto di linguistica, non ho gli strumenti per un’indagine approfondita, ma su una curiosità storico-linguistica vorrei esprimermi: da parte della politica, sulla spinta federalista della Lega, negli ultimi anni si è cavalcato il tema dell’identità anche come baluardo all’immigrazione e alla globalizzazione, che è il suffisso, invece, del libero scambio delle merci e delle persone, dal cui scambio poi, ricchezza o povertà; questo preambolo per dire che il termine per cui nel nordest si è venduta l’anima in questo nefasto processo storico: “schèi” (soldi) ha un’origine “straniera”, austriaca per la precisione, che vede il suo “conio” quando, nel regno Lombardo-Veneto, erano in circolazione alcune monete su cui era riportata la scritta scheid.munz, abbreviazione del tedesco Scheidemünze.
Qual è il valore aggiunto del dialetto nella scrittura poetica, rispetto alla lingua?
Una lingua più concreta, perché ha nominato solo le creature e gli strumenti strettamente necessari alla vita, una lingua priva dei “fronzoli” di cui a volte l’italiano si compiace. C’è poi il fatto che è una lingua sorgiva, pastosa, in cui il dire sgorga più naturale, meno burocratico.
Hai pubblicato il tuo primo libro in dialetto (El coer dee paroe) nel 2000. Quindi si tratta di una scelta matura, nutrita sicuramente di letture. Tra i poeti neodialettali e non quali ti hanno maggiormente influenzato?
All’inizio Zanzotto e Romano Pascutto sono stati la pietra di paragone, anche per ragioni di vicinanza geografica (Pascutto, per esempio, era di San Stino di Livenza – 5 chilometri da dove vivo). A entrambi, per ragioni diverse, devo molto: Zanzotto mi ha fatto capire come anche il dialetto possa diventare lingua di alta poesia, Pascutto come si possano trovare parole e versi anche fuori dalle aule, nel casotto degli attrezzi dietro l’orto. Poi ho sentito forse ancor più vicino Marin che canta il mare e l’eterno e Loi con la sua lingua-impasto che narra una Milano di uomini che lavorano, o la lingua antica che sa raccontarci l’adesso multietnico di Nadiani. Su tutti, però, la neoepica di Heaney e di Walcott, fra torbiere e navi negriere, con parole che sanno le cose, che non si guardano solo il proprio ombelico. Loro sono per me i maggiori poeti viventi, i miei costanti riferimenti.
Slogan e frasi fatte: ne usiamo e abusiamo ogni giorno. Ho conosciuto un ‘poeta falegname’, da qualche parte ci sarà un ‘poeta contadino’ o ‘pescatore’. Per te sembrerebbe fatta apposta l’etichetta del ‘poeta operaio’ (e mi scuso per l’espressione “etichetta”), non solo perché quello di operaio è stato il tuo lavoro, ma anche per i temi che caratterizzano le raccolte Fabrica e Co’e man monche, in cui racconti della vita in fabbrica e della condizione di cassintegrato. Io credo che un poeta sia un poeta, a prescindere. Cosa pensi di queste semplificazioni?
Una volta il moderatore di un festival di poesia a Caorle, nel presentarmi, prima della mia lettura disse: “è stato definito il poeta dialettale, il poeta autodidatta, il poeta operaio, io credo sia invece il poeta della dignità”. Per la prima volta ho sentito che mi stavano chiamando per nome, che mi stavano appiccicando un’etichetta che avrei portato con onore sulle spalle, anche se è sempre ingiusto essere etichettati. Biagio Marin, per esempio, quando lo definivano poeta dialettale, si incazzava. Perché è limitativo. È importante la potenza che sprigiona una poesia, non la lingua in cui è scritta o il tema che va ad affrontare. La lingua del grande poeta caraibico Derek Walcott è un impasto fra l’inglese coloniale e un dialetto locale; qualche accademico purista storse il naso quando lo lesse per la prima volta, poi si arrese alla forza della sua poetica. Nel mio ben più umile caso, sono arrivato a scrivere di temi operai dopo che per più di vent’anni ho scritto d’altro, e allora ero più operaio di adesso che sono in mobilità. Ho sentito l’urgenza di scriverne perché stava mutando drasticamente il palcoscenico in cui la recita del lavoro dava le sue repliche. Allora perché non stampare un’etichetta nuova, più aderente alla realtà: “poeta cassintegrato”? E, per finire, spero che, spinto dal bisogno, magari perché è l’unico mestiere che la realtà è in grado di offrirmi, non trovi lavoro in un’impresa di pompe funebri, perché l’etichetta di “poeta becchino”, ecco, quella non la vorrei proprio.
La poesia muove dalle condizioni dell’essere. E il lavoro, la precarietà sono condizioni dell’essere, tanto quanto la memoria, gli affetti, i luoghi, le solitudini. Scegliere come tema quello del lavoro e della privazione del lavoro significa legare la scrittura poetica a temi d’attualità. Di qui la riflessione sul rapporto tra poesia e società: se il poeta è un testimone dei suoi tempi, non può solo registrarli gli eventi e i rumori della cronaca e nella tua poesia, a mio avviso, c’è quello scatto che ti consente di andare oltre le contingenze e di raccontare fatti e situazioni quasi in una dimensione epica.
La poesia è un atto d’amore. E ogni atto d’amore vive il tempo in cui si incornicia. Questo tempo, il nostro, sembra volerlo negare in nome di un individualismo egoista, allora la parola diventa urlo sommesso, cerca le radici dentro la terra. Io credo che il poeta sia il sismografo che capta il mutamento in atto, la scossa in nuce. Non può non farsi anche testimone. Quando scrissi “Fabrica”, in 15 giorni di scrittura febbrile, come sotto la dettatura di un’emergenza, avvertivo che tutto si stava sgretolando, che eravamo arrivati all’apice dell’inumano, perché nei luoghi di lavoro si attuavano le strategie di bassa lega proprie di un’epoca in crisi, come la ruffianeria, la delazione. Non mi è passato per la testa neppure un istante che stavo facendo la cosiddetta “poesia civile”, ho scritto quella raccolta come salvacondotto per non sprofondare nell’abiezione, per mantenere intatta la mia dignità. Punto. È vero però che per troppo tempo la poesia si è gingillata, rimirandosi allo specchio, dicendosi “ma quanto sono bella, ma quanto sono figa”, chiusa nelle algide aule delle accademie. La poesia deve uscire di nuovo nelle strade, entrare nelle officine, sporcarsi le mani, deve di nuovo far su i calli.
Ci sono dei classici del pensiero operaio che ti hanno ispirato in modo particolare?
La molla che ha fatto scattare la virata verso i temi operai è stata soprattutto la lettura de La condizione operaia di Simone Weil. Ecco, lei è l’esempio di un pensatore che decide di scendere dalla cattedra, di mischiarsi all’umano, di provare sulla sua carne cosa muove certe istanze. Altre concordanze le ho trovate anche in Jack London, in due sue opere molto lontane dalle nevi del Klondike: Il tallone di ferro e Il popolo degli abissi, scritte fra reportage e chiaroveggenza, contro il potere che opprime gli strati sociali più umili. Per quel che concerne la poesia, non possiamo dimenticare l’opera nata fra i miasmi di Porto Marghera di Ferruccio Brugnaro e voglio ricordare quello cui, prima di me e di Brugnaro, è stata appiccicata l’etichetta di poeta-operaio, un grande poeta da poco scomparso: Luigi Di Ruscio, operaio emigrato da Fermo a Oslo, un poeta con una lingua fatta tutta di macchine e carne.
Parliamo di Fabrica, un poemetto in cui racconti della vita in fabbrica che è stato recentemente ripubblicato nell’antologia Fabrica ed altre poesie (Borgomanero, Giuliano Ladolfi Editore, 2013). Quando uscì, nel 2009, qualcuno disse che nella tua poesia mancherebbe la ribellione e che sembrerebbe poco sottolineato il senso della lotta di classe. Cosa puoi dire in proposito?
Al poeta non spetta il compito di fare la rivoluzione, il poeta casomai imbocca di parole una società quando chiede una svolta. Brugnaro, negli anni ’70 lanciava strali contro gli imprenditori, ora la realtà operaia è un triste circo in cui danzano, dandosi la mano, operai, imprenditori, sindacalisti, ecc… e ognuno bendato dai propri scopi, dicasi interessi, non si accorge di essere in equilibrio su una trave, senza rete di protezione sotto, così che tutta l’allegra cordata precipita nel baratro del caos. Meglio voltarla in elegia, va là. Che poi quel che conta è se un’opera sta in piedi, se apre uno spiraglio di realtà da un luogo abbandonato, se ci racconta ancora chi siamo o chi stiamo diventando.
In Co’e man monche hai raccontato che cosa c’è dopo e fuori dalla fabbrica, quando a riempire la vita – o piuttosto a svuotarla – c’è il silenzio delle macchine e la fabbrica, da prigione-alienante, diventa segno dell’espulsione. Al di là del ruolo dei sindacati, in questa dimensione quant’è lo spazio per la solidarietà?
La parola solidarietà sta riacquistando un po’ del suo smalto e del valore etico proprio negli ultimi e desolanti frangenti, mi sembra. Sino ad ora c’è stata l’epoca degli “ismi”, e individualismo ne è stato uno dei più gettonati. Anche la parola comunità, che per alcuni puzza troppo di vodka, sta riemergendo dall’abisso in cui fu malamente cacciata. Sul ruolo dei sindacati in questo sconfortante snodo epocale è meglio stendere un velo pietoso.
Nell’antologia Fabrica ed altre poesie, in storie intrise di epicità, cogli a volte con rabbia gli snodi della storia economica e sociale degli ultimi cinquanta anni: dal declino del mondo contadino all’euforia della società dei consumi, fino all’inarrestabile spirale del post-consumismo, “nella consapevolezza di una dignità sfregiata e umiliata”, come afferma G. Ladolfi nella prefazione. Sembra che in questi orizzonti di crisi non restino spazi per speranze. E del bello e della poesia che ne è?
Cara Ombretta, per il dolore e il rispetto che si deve alle vittime inermi di questa “guerra senza armi”, per la disperazione cui è caduta molta parte della società in seguito a questa grave crisi economica, suona quasi come un’eresia pensare al sogno e al bello, ora, per chi contempli, sconfortato, il filo spezzato del proprio e del comune orizzonte. Ma se la speranza è un sentimento che dobbiamo cocciutamente corteggiare, come fosse una bella donna, e se la poesia è anche una forma altra di preghiera, possiamo confidare in esse, e ricordarci che la storia sociale è sempre stata un’altalena fra benessere e miseria. Teniamoci alle corde, diamoci il colpo di reni che può farci volare, saldi alla terra, verso il cielo. Possiamo ancora farlo, possiamo ancora ritrovare la semplicità dei gesti che sanno di prato e amicizia. La poesia è tutta in quelle corde che stringiamo.
Ombretta Ciurnelli
19 marzo 2013