Quale confine di Gabriella Grasso

Nota e scelta di testi di Anna Maria Curci

 

Ho letto più volte Quale confine, opera prima di Gabriella Grasso, a partire dal Marzo pazzo (così recita il titolo di una delle poesie di questa raccolta) di questo anno 2020. Ogni lettura mi ha restituito la limpidezza di una scrittura che si pone intenzionalmente “nel mezzo”, come testimoniano i titoli delle sei sezioni che compongono il libro – tra me e tetra l’albero e il cielotra il falso e il verotra il concreto e il misterotra ieri e domanitra il vetro e domani –; ogni lettura ha dischiuso nuovi legami, lacci lanciati e connessioni, spostando in avanti l’orizzonte, il limite non solo visivo, ma percettivo e conoscitivo nel senso più ampio possibile.
Quale confine canta – ribadisco quello che afferma Chiara De Luca nella prefazione e ricorro a una traccia sonora della poesia di Nelly Sachs – il coro degli scampati. È una poesia, quella di Gabriella Grasso, che ha cognizione del lutto, della catastrofe, della perdita irreversibile. Non solo, ma ha il coraggio di indicare che il dolore è davvero l’Ultimo tabù, oramai l’unico tabù in un consesso di segni distratti e sparsi da Contatti, non individui, non persone, ma contatti in «luoghi/ asfittici zeppi stipati/ di vuoto compresso/ di vita trasposta/ mostrata in ritagli/ tradita» (Solitudine social). La poesia di Gabriella Grasso di quel dolore si veste, di quel dolore trasporta, con le immagini e i suoni, l’esplodere, come di eruzione vulcanica, e il permanere, pietra dura dopo che la ferita ha smesso di pulsare: «Perché il dolore resiste/ e imbarazza/ e smarrisce/ e rimane, tra i tanti/ relitti di idee/ che ci siamo lasciati alle spalle/ l’unico vero/ sconcertante/ tabù» (Ultimo tabù).
In questo essa ricorda, in più di un testo e in special modo in La processione degli uomini, una particolarissima sacra rappresentazione, quella proposta in un film, buffo e toccante, paradossale e profondissimo, che uscì nelle sale nel 2010, per la regia di Carlo Mazzacurati: La passione. L’umanità nel mistero, o meglio, «tra il concreto e il mistero».
Come, con intento programmatico e dettato preciso, è il dolore a farsi tema e filo conduttore, è l’amore, sempre, ad affiancarlo, con pari intenzionalità e pari precisione. Sono inseparabili nutrimenti, fonti e scaturigini, sommovimenti e origine del pensiero poetante. E sarà sempre, ancora, una nuova creazione: «Ogni volta è rinascere sempre/ è sfiorare l’orlo della fine/ ogni volta che ami che canti/ che modelli l’argilla dei passi» (Ogni volta è una nuova creazione).

© Anna Maria Curci

 

Dalla sezione tra me e te

Contatti

Ero un pezzo di carne
e di sangue che stillava
una finestra sempre spalancata
che imbarca vento e acqua
e non si chiude
uno sguardo che è voragine
all’istante
che chiede e dà
senza mezze misure

Poi per le vie del mondo
per il mondo
sono dovuta diventare
account
un numero, un contatto
su cui fare distrattamente
conto
un riferimento come un altro

Ma per te
che leggi e ti incammini
fino all’ultima parola
ritornerò
respiro vivo
voce umana

 

Dalla sezione tra l’albero e il cielo

Il mio paesaggio cambia

I demoni al centro della Terra
si sono risvegliati
senti?
Sono i giganti inquieti
operai di quell’Efesto protervo
e ingegnoso
che forse questa volta plasmerà
un nuovo vaso per ricatturare
tutti i mali del mondo
e per
ricominciare

Ma il borbottio carambola in tumulto
diventa rombo tuono quasi urlo
grave e potente, dal ventre
del vulcano
E il buio ora si accende
con bagliori di rosso, poi con schizzi
poi con fontane altissime di lava
incandescente
sempre più convulsa
che posa a terra e nel suo diramare
disegna piste nuove
come braccia
e come una minaccia
per noi figli dell’Etna
e di un suo tempo ingrato

Questo dolore, a lungo trattenuto
allagherà il terreno che dormiva
devasterà i suoi frutti
senza scampo
Questo dolore, insieme coi suoi spasmi
poi finirà d’un tratto
nel silenzio
attonito del cielo
La lava perderà tutto il calore
che la rendeva mostro
e sembrerà
sudario duro e scuro per la terra
scabro camminamento
per chi riparte ora con passo incerto
e disilluso

Tu rivedrai quei luoghi
saranno altri
non ci sarà un appiglio per i tuoi ricordi
ma solo nero e roccia
e una ginestra
che illumina di oro il tuo percorso
e ti accarezza
con le sue lunghe dita

Dopo l’incontro con la morte
è sempre
un diverso tornare alla vita

 

Dalla sezione tra il falso e il vero

Ultimo tabù

Sai, da quando mi manchi
io non parlo più con nessuno
e nessuno mi parla
Sì, ci si scambia messaggi
per gestire la vita
e tenere ordinati
i cassetti mai aperti
O per dare un segnale
di pubblica voce
a chi non lo ha chiesto

Ma gli occhi degli altri
non si posano
e non si inoltrano
in nulla

Perché il dolore si impone
e resiste a ogni cosa
al rumore dei giorni in sequenza
ai propositi buoni di tutti
che affogano
nella realtà del silenzio
nell’evidenza
di quella che chiamano assenza

Perché il dolore resiste
e imbarazza
e smarrisce
e rimane, tra i tanti
relitti di idee
che ci siamo lasciati alle spalle
l’unico vero
sconcertante
tabù

 

Dalla sezione tra il concreto e il mistero

Marzo pazzo

E poi ci ritrovammo in tre
sotto l’ombrello
noi due sorelle folli
e un uccellino sperso
rimasto al bordo della carreggiata
La pioggia accompagnava il sole
e cadenzava allegramente il passo
al nostro camminare senza indugi
verso nessuna chiara direzione

Ci vide Alfredo il pazzo e ci fermò
chiese ospitalità sotto la tenda
volle affiancarci nella traversata
mentre la pioggia si era trasformata
in chicchi resistenti di euforia
di grandine imprevista ma accettata
Ci intercettò il caro vecchio Pietro
cotto dal sole per il camminare
continuo che scandiva le giornate
andirivieni senza una ragione
senza compagni, senza una stazione
dove fermarsi per guardare indietro

La grandine cessata, ora che il cielo
si era fatto più buio e ingombrante
lasciava il passo a nuvole pesanti
cariche di sorprese e di bizzarri
presagi, dono nuovo
dell’eruzione in corso
La cenere di lava e i lapilli
danzavano accanto al nostro passo
e vi stendevano un tappeto rosso
di fango e fuoco

Sotto un ombrello piccolo, malfermo
noi cantavamo andando verso sera
inaugurando una primavera
imprevedibile eppure naturale
di compagnie e di un curioso andare
sfiorando terra
ringraziando il cielo
offrendo il braccio a chi è rimasto solo

 

Dalla sezione tra ieri e domani

Quasi inverno

In quell’odore di legna bruciata
e quelle nebbie rade
esalate dal cuore della terra
intorno a me, come compagne
lente
qui non li sento
in questo autunno sciapo
uguale a ogni altra stagione
della vita

Solo se chiudo gli occhi
vedo il fuoco
di una stufa che macina gramigna
e che placida insegna
storie di fiamme e di bagliori
mentre tuo nonno
curvo sul battaglio
destinato alla capretta appena nata
parla al legno
ed intaglia
antichi e nuovi eroi
dai soprannomi strani
e le castagne al sale
sfrigolano
già pronte da mangiare​

Sono ferma
non mi decido a entrare

nella stanza c’è ancora il suo cuscino
modellato dal peso
e quel profumo
di caldo buono, di freddo
salutare

Sono ferma alla porta dell’inverno
dove il gelo è uno spiffero sottile
incapace di far male
e dove è dolce
restare ad occhi chiusi
ed indugiare

 

Dalla sezione tra il vetro e le mani

Ogni volta è una nuova creazione

Sì lo so
il tremore è lo stesso
che ha fatto oscillare
altri rami
di spirito e nervi
lo sguardo bambino e la voce
sono quelli di sempre
sono il lascito pregno
di generazioni
qualche gemma riportata alla luce
talvolta
ma in fondo
le stesse degli altri fratelli
di sorte

Il cammino tra le fronde
e gli stagni
la gincana
tra colonne e macerie
e macigni
case vuote e dispersi
compagni
il tam tam della giostra
è lo stesso per tutti
il rodeo di una vita

Eppure
ogni volta che avviene
è una nuova creazione
un miracolo piccolo e sacro
tintinnio in un barattolo vuoto
un vibrare di corde vocali
della mente e del cuore

Ogni volta è rinascere sempre
è sfiorare l’orlo della fine
ogni volta che ami che canti
che modelli l’argilla dei passi
innumerevoli passi
del sentiero che ha percorso
ogni uomo
è una nuova creazione
è una febbre da vivere
è dono
è sfiorare
anche senza vederlo
il confine

 

 

Gabriella GrassoQuale confine, Prefazione di Chiara De Luca, Edizioni Kolibris 2019

 


Gabriella Grasso è nata nel 1971 a Catania ma ha vissuto tra Linguaglossa, Catania, Bassano del Grappa e Acireale, dove attualmente vive e insegna materie letterarie nella scuola secondaria di I grado. È studiosa e docente di linguistica della LIS (Lingua dei Segni Italiana), di cui è interprete e su cui ha pubblicato alcuni contributi all’interno dei volumi Grammatica dei Segni, edito da Zanichelli, Bologna (di cui ha scritto anche la presentazione e curato la revisione linguistica e dei dati storici) e Viaggio nella città invisibile, edito da Del Cerro, Pisa. Collabora con il blog letterario “Letteratitudine” di Massimo Maugeri e con la rivista letteraria “Lunarionuovo”. È appassionata di LIS, di musica e di poesia: tre modi diversi e potenti di comunicare. Quale confine è la sua opera prima.