Ombretta Ciurnelli, perugina di San Martino in Campo per cuore e lingua, è sempre stata, in vocazione, cantambanca o, con bellissima parola di mediazione umbra, “cerretana”: ama parole che prendono vita per dirle ad alta voce, come appunto la poesia in dialetto (dialetto arcaico, nel suo caso, che si aggirava per le stanze di casa della nonna). Ha pubblicato nel 2008 L’arcontastorie, edizioni Guerra, dove si muovono donne (voci senza voce) di San Martino, che urlano d’essere raccontate, drammatizzate, così come i suoi precedenti acrostici di Badarellasse ncle parole, volume licenziato ancora per Guerra nel 2007.
Dopo l’esperienza squisitamente lirica di Si curron le formiche (Guerra 2010), ecco che nasce, alla fine del 2012, per le edizioni di Fabrizio Fabbri, e direi finalmente, un testo teatrale vero e proprio, dai campi di granturco ai gelsomini, così singolare da lasciarci spiazzati. Nel mondo omologato degli anni duemila la voce di Ciurnelli si va delineando originalissima. Questo ultimo lavoro è cuore e radice dell’autrice, a cominciare dalla copertina fatta di colori autunnali e volti d’infanzia, terra umida di casa, odori di castagne; è l’ennesimo tributo alla terra di origine, forse il più profondo e commovente: racconta, attraverso l’azione scenica, la storia di Nazzareno Squarta, più noto con il soprannome dispregiativo di Menchino Sbrana. Personaggio davvero singolare di San Martino in Campo, mezzadro, ma anche consigliere comunale e assessore supplente, perseguitato dal regime fascista e poi esule in Francia a causa delle sue idee socialiste. La migrazione è il prezzo necessario e amaro da pagare sempre per la conquista del nuovo, per il cambiamento.
Il nostro personaggio guida sulla scena è una scrittrice del nostro tempo, originaria di San Martino in Campo (questa frazione di Perugia diventa l’ombelico del mondo), che si reca in Francia, nei luoghi in cui è vissuto esule Nazzareno, precisamente nella città di Grasse (dove si coltivano e si coltivavano i gelsomini), per documentarsi, per capire e poi scrivere tutto sul personaggio Nazzareno. Teatro nel teatro, come nella miglior tradizione. Siamo, quindi, in un caffè di Grasse e siamo già tutt’occhi e tutt’orecchi…Nazzareno comincia ad acquistare forma dalle parole degli altri finché non prende vita lui stesso sulla scena, si veste dei suoi abiti, racconta la sua storia mentre l’azione va avanti e altri personaggi intorno gli fanno corona. Ma soprattutto si esprime nella sua lingua, “tipica del parlato, non priva di pleonasmi e anacoluti”, ed è qui che prendono corpo l’inventiva e le migliori capacità di Ciurnelli. Ascoltiamo un misto di francese (di certo non quello di Parigi, ci tiene a precisare Nazzareno) e di dialetto di San Martino, in un continuo sfumare, in un continuo jouer dove suono e senso si mescolano. L’attenzione è catturata da questo “andante cantabile” e dalla colonna sonora vera e propria, che si sovrappone, composta dalle note dei grandi chansonniers francesi degli anni trenta o su di lì. Chi ha la possibilità di leggere il testo, ma non di andare a teatro, potrà suonare in sottofondo, per sentirsi nella scena, un disco con queste canzoni (da La vie en rose a Non, je ne regrette rien, a Le feuilles mortes, fino all’ultima Ma liberté, cantata da SergeReggiani). È attraverso il racconto di Nazzareno che la nostra scrittrice potrà scoprire tante liasons con la storia della propria famiglia, in un recupero continuo di memoria.
C’è un momento, nell’ultimo quadro della rappresentazione, che voglio sottolineare, dove vive davvero la poesia propria di Ciurnelli e del teatro con la sua interminabile magia: la metamorfosi in scena di un personaggio (in questo caso quello della padrona del bar), che, cambiando “abito”, diventa un altro personaggio (la figlia grande di Nazzareno, Zelinda). Zelinda è stata lasciata “al paese” dalla famiglia partita per la Francia perché già incinta, già sposata. E la piccola, comune tragedia dell’abbandono prende vita insieme con il nuovo abito. Orfanità assoluta per la giovane sposa: ‹‹In una notte me nascette ’n fijo e perdetti tutti j’affetti (…). Se vede che a pagà per quello che scelgono j’uomini devono èsse le donne!››.
Ma la passione per l’ideale di giustizia e libertà è più importante, fa bollire il sangue, lascia sulla sua strada necessarie morti. Non ha dubbi Nazzareno: ‹‹Perché è la storia che te chiama e tu?(…) A la storia non jé poi dire attends un peu, je m’arrête, sto ‘na mulica coi mii de casa, ‘n petite peu! Dopo ricomincio, ma tu…tu aspetta! Attends!››
L’esilio, come dice nei suoi spettacoli Moni Ovadia, che si definisce anch’egli saltimbanco e teatrante, è condizione di splendore e di piena libertà (ma a quale prezzo), l’esule non possiede nulla, è inerme, e non può rivendicare altro che se stesso e la propria dignità.
Ombretta Ciurnelli dà la possibilità, attraverso la finzione teatrale, a Nazzareno, ma soprattutto a ciascuno di noi che partecipa come spettatore e che si sente un po’ anche Nazzareno, di riprendersi la libertà ingiustamente tolta dai prepotenti. Il sentimento di struggimento che ci coglie alla fine della rappresentazione è dovuto a questo senso di appartenenza ad un’unica condizione umana. Nazzareno è il “nostro” modestissimo eroe. Nella vecchia foto di famiglia in copertina sembrerà a tutti di riconoscere, magari in seconda fila, la zia emigrata in Argentina, o il prozio più caro che se ne andò in Australia.
dai campi di granturco ai gelsomini di Ombretta Ciurnelli, Fabrizio Fabbri editore, 2012.
Anna Elisa De Gregorio
28 novembre 2012