E torno ancora una volta a scrivere con piacere una nota di lettura sulla poesia di Walter Cremonte che nell’ottobre scorso ha pubblicato la sua ultima raccolta: Qualcosa (collana ‘i semplici’, Edizioni Tyrus, Terni), dedicata “fraternamente” al poeta e amico Fabio Pusterla. A ispirarlo è stato il dramma che si consuma in Palestina.
Nella nota al testo egli scrive di voler manifestare con i suoi versi «il desiderio di avere ancora qualcosa da dire (da dare), nonostante l’effetto quasi paralizzante di questo tempo cupo, che sembra spingere piuttosto a una sorta di afasia da inadeguatezza: non abbiamo i mezzi per dire tutto questo orrore».
Ciò va posto in relazione anche al suo bisogno di definire il ruolo della poesia che nelle sue opere è più volte in bilico tra limite e necessità. «Come posso dire/ come devo dire/ tutte le cose e del disastro amore» recitano alcuni versi di una lirica in “Come qualcosa che dura” (Perugia 2015). Ma anche nella premessa a Cosa resta (Aguaplano, Perugia, 2018), citando Fortini, Cremonte scriveva che la poesia non serve a nulla, non vale nel grande supermercato del valore di scambio dove tutto è merce […], forse la poesia non serve, ma è. Necessariamente. Una poesia che si pone oltre l’emozionalità di uno slancio, di un sentimento e proprio per questo ribadisce la necessità del suo essere anche solo qualcosa, anche solo un soffio di coscienza.
Qualcosa, il titolo della raccolta, è un indefinito che suggerisce indeterminatezza e forse paucità. Ma molto racconta anche di una poesia in cui non c’è spazio per i toni altisonanti della denuncia e che, umilmente e sommessamente, in un linguaggio piano, vicino all’uso parlato, lontano da artifici retorici, si ostina a raccontare un alito di solidarietà e di pena profonda e affettuosa verso i bambini, le donne e gli uomini che subiscono l’infinito strazio di una storia agita dai potenti per interessi che nulla hanno a che vedere con la vita, gli affetti dei tanti civili cui la sorte ha riservato di vivere tra le maglie di una geografia disegnata solo dall’arroganza e dall’odio, in una terra insanguinata, coperta di macerie, crolli e distruzione.
E tutto ciò – più che mai – in un canto pacato, mai declinato in modo solipsistico o secondo un individualistico progetto di denuncia, ma piuttosto composto coralmente con altre voci ascoltate e accolte con umiltà e devozione, come altre volte nelle sue opere, tanto da credere che fare poesia sia per Cremonte una sorta di vibrazione corale.
A introdurre la raccolta è, ad esempio, una poesia del poeta palestinese Hend Joudah tratta da Il loro grido è la mia voce. Poesie da Gaza, un’antologia che raccoglie i versi di 32 poeti palestinesi composti dopo il 7 ottobre da Gaza e per Gaza, come atto di resistenza. Il poeta palestinese Joudah, chiedendosi cosa significhi essere poeta in tempo di guerra risponde che essere poeta vuol dire chiedere scusa agli alberi bruciati, agli uccelli senza nidi, alle case schiacciate, ai bambini pallidi e al volto di ogni madre triste.
Accanto alla voce di altri poeti Cremonte recupera anche il proprio canto di un tempo passato (come nella lirica “Capitini”) a confermare l’incrollabile anelito alla pace e, più in generale, lo spirito che nel tempo ha animato i suoi versi.
Walter Cremonte, come ognuno di noi, vive nel tempo e nella storia e ne raccoglie le voci, ne cattura episodi, dettagli, come è stato anche nella raccolta Respingimenti (LietoColle, 2011), e in una distillazione attenta e partecipata ne coglie il senso profondo, oltre la polvere della cronaca, il chiasso mediatico e la retorica posticcia. E a raccontare tanto del dramma e delle ingiustizie subite dal popolo palestinese e a indurci, nonostante tutto, a sperare potranno essere anche gli occhi e il broncio di un bambino che gioca a pallone, appena prima che il pallone si buchi e che non ha fatto in tempo a imparare il male del mondo, come recitano i versi di una lirica della raccolta.
Qualcosa
La cosa più bella
la cosa migliore da fare
è mettere su l’acqua
per la pasta
e vicino un barattolo di sugo
a scaldare
ma qualcosa verrà
dovrà pur venire
il danno, la beffa.
Semplice
È semplice, naturale
giocare una partita di pallone
tra le trincee
o cantare insieme una canzone
a Natale
Mi ricordo di Lenin:
“ fraternizzare!”
(e smettete di ammazzare i bambini).
Oh, Rosa
Oh, Rosa, Rosa
socialismo o barbarie
e il socialismo
non abbiamo saputo farlo
e allora barbarie, barbarie
ma sembra che non basti
barbari è un nome antico
quelli veri, di un tempo,
non erano cattivi come questi
Piangere
Come il bambino
che gli si buca il pallone
rimane male, ma
nemmeno sa che vuol dire dire
male o non male
gli si forma sul viso come un broncio
e piange
non si ricorda neanche più
del suo pallone, piange
del suo pianto, che non vuole finire
Like a bird
Ahi quanti ne hanno ammazzati
quanti che non potranno più correre
volare come gli uccellini
che hanno visto volare
o giocare a pallone
appena prima che il pallone si buchi
(niente consola
come sul filo ora questo uccellino, fermo).