Q. e l’allodola di Vincenzo Mascolo

Recensione e scelta di poesie di Anna Maria Curci

Che cosa mi ha portato alla formulazione della parola “entusiasmo”, immediata, non mediata reazione alla prima lettura di Q. e l’allodola di Vincenzo Mascolo? Rivolgo a me stessa – e qui anche pubblicamente – il quesito, ora che ho letto, ascoltato, percorso più e più volte un poemetto che si snoda lucido e ispirato, dalla “notte dell’impresa” (ricorro intenzionalmente alle parole di un poeta e ‘cercatore’ a me molto caro, il compianto Roberto Rossi Testa) all’anelito alla luce. Tutta la ricchezza di origine e significato del termine “entusiasmo” mi viene in aiuto per spiegare e dispiegare innanzi a chi legge, esplora e ascolta i moti dell’animo suscitati da questa opera: non solo gioia e partecipazione, non solo infervorata adesione, bensì anche, oltre a ciò, slancio a fare, a condividere ciò che viene percepita, distintamente, come dedizione operosa. Non un “astratto furore”, dunque, ma un prodigioso contagio.

Quel contagio prodigioso si tramuta in questa sede in un impegno ermeneutico, nell’additare un possibile percorso di lettura di un lavoro notevole e articolato in maniera tutt’altro che banale. Q. e l’allodola unisce infatti la limpidezza del dettato alla complessità dei temi e dei richiami. I testi studiati, amati, chiamati in causa abbracciano epoche e ambiti disparati, senza tuttavia mai sfilacciare l’unità e l’unicità dello stile. Procediamo dunque in questo viaggio.

Questa ‘sinfonia dell’interrogazione’ – e della ricerca sulla perenne ‘cerca’ poetica – si apre, con accenti esplicitamente epici, con un’invocazione alla divinità ispiratrice; ma l’esortazione «Cantami, o diva» ha per oggetto una tenzone e una tensione che si perpetuano nel tempo e che sono singolarmente cruente, sebbene si manifestino nelle fogge e nelle forme apparentemente più distanti tra loro. È di «fatica che trasuda poesia che si parla», è di «eterna lotta tra il significante e il significato». Ecco che il poema, come già additato dall’invocazione in apertura, può e deve essere letto in più modi: poesia, e vera poesia, sulle ragioni e sui moti della poesia e sul quesito permanente dell’esistenza circa il durevole e l’effimero, il canto “oltre la polvere” e il transitorio.

L’invocazione, I parte, anticipa d’altro canto il riferimento al destinatario delle parti II, III, IV e V del poemetto, Queneau degli Esercizi di stile. Notti insonni, conflitti e tormenti dell’anima (animula vagula blandula) duellano e duettano a suon di rigorose rime insieme a distese di sconforto non prive di autoironia. Ed è allora che quel Q. puntato non può che richiamare, oltre Queneau a metà strada tra nume tutelare e antagonista, anche il libro del Qoelet, dell’Ecclesiaste (come avveniva qualche anno fa con il noto romanzo Q). Si fa dunque strada un’ulteriore pista interpretativa di Q. e l’allodola: il poema come indagine sulla vanitas.

E poi, dopo il guado fruttifero, che scorre senza interruzioni, della poesia in prosa della parte V, si avverte il canto della messaggera dell’alba, l’allodola, e il varco verso la luce si delinea in terzine dantesche che un ossimoro mi aiuterà a definire: nette, impeccabili, eppure grondanti «versi come sangue che fluisce». Dopo la “notte oscura dell’anima” di Juan de la Cruz si passano le sette stanze di Teresa d’Avila e sembra che con Edith Stein  l’anima aneli alla “settima stanza”. Il buio-barriera cede il passo al valico-vita, il raschiare sul fondo del barile agli accordi sulle corde di viella e gli Inni alla notte di Novalis mettono la sordina per far percepire il confortante scorrere delle “sacre sobrie acque” di Hölderlin. Le note, riportate proprio sotto forma di spartiti, dei musicisti Max Richter (On the nature of daylight) e Silvia Colasanti (Lamento), suggeriscono non solo la colonna sonora, ma anche l’alternanza, mai conclusa, degli opposti princìpi.

Mai conclusa, mai pacificata, dinamica e feconda questa alternanza, in un ricorrere che ad ogni ritorno si arricchisce di nuovi toni. L’ultima parola, «richiamo» anela a ricongiungersi, forse, all’invocazione iniziale, l’io e il noi si affacciano entrambi e ripropongono l’antico e sempre nuovo dilemma: «nella penombra dove consumiamo/ l’attesa che l’allodola ritorni/ risponda finalmente al mio richiamo.». E un richiamo forte giunge anche dai versi di David Maria Turoldo: alla animula vagula blandula risponde, pare di leggere tra le righe, l’esortazione di Turoldo: «Anima mia, canta e cammina».

Vincenzo Mascolo, Q. e l’allodola, Ugo Mursia Editore 2018

© Anna Maria Curci

 

Cantami, o diva, l’eterna lotta

tra i significanti e i significati

narrami l’attesa tra gli eserciti schierati

del segnale che arrosserà quel campo

i riti per propiziare la vittoria

cantami la furia di quella battaglia

che non ha avuto vincitori e vinti

raccontami la torsione dei corpi

il sudore che impregna anche il terreno

la tensione dei muscoli allungarsi

quando sferrano colpi, nel ritrarsi

fammi sentire gli zoccoli che battono

i nitriti, il clangore delle armi

il cozzo delle spade sugli scudi

le grida per gli squarci delle lance

narrami le ferite, la paura

la polvere che copre chi è caduto.

Cantami, o diva, l’ira del poeta

la sua fatica che trasuda versi:

portami il sangue della sua poesia.

 

Oh, Queneau Queneau

non basta adesso, credi, non mi basta

stringere, costringere, forgiare la parola

per disegnare le ombre sopra i muri

figure che volteggiano nell’aria

vagule, blandule, leggere

forme senza mai sostanza

nemmeno la volatile dei sogni

corpuscoli di polveri sottili

che arrochiscono la voce dei poeti.

 

Oh, Queneau

Queneau

parlavo seriamente della bile

perché stanno esaurendosi le scorte

delle anime ridotte al lumicino

e per nutrire ancora una speranza

che adesso si fa sempre più sottile

ai poeti non resta che affilare

parole sulla pietra per raschiare

il fondo limaccioso del barile.

 

Oh, Queneau

trascorro notti insonni comparando

poetiche teorie sulla poesia forme chiuse

versi liberi prosastici la metrica gli accenti

le metafore il ritmo la sua musica le immagini terzine

strofe ottave stanze rime endecasillabi i doppi settenari alessandrini

ABAB ABAB CDC

il canone del nostro Novecento versi lirici civili quotidiani d’amore

religiosi minimali classici moderni d’avanguardia versi eterni

transeunti di ogni continente lingua forma visioni

urgenze ispirazioni l’etica l’estetica il linguaggio

generazioni entranti entrate uscite uscenti

ABBA ABBA CDE

Oh, Queneau

trascorro notti insonni

ma ancora mi domando

se sia davvero questo solamente

la cosa che chiamiamo la poesia.

 

A ripensarla ora fa paura

quella distesa torbida, stagnante

che mi bloccò la voce e l’andatura.

E come ragnatela che all’istante

intrappola l’insetto nel suo volo

per trasformarlo in cibo fluttuante

così quella palude era crogiolo

di oggetti, il pane quotidiano

di poeti con il fisico del ruolo.

 

e particella dopo particella

in me compone tutto l’universo

con le armoniose corde di viella.

E quale gioia essere immerso

in quella melodia che si sprigiona

dai mondi lontani che attraverso

quando la mia mente si abbandona

e l’energia vitale del creato

diventa vibrazione che risuona

 

Pubblicato 8 giugno 2018