Da dove nascono i frutti nuovi di questa poetessa? Ecco:“Haiu ‘n puntu/ unni stari/ mentri a terra/ cancia culuri” (Ho un luogo/ dove stare/ mentre la terra/ cambia colore). Versi brevissimi, che rallentano l’espressione dell’autrice e la lettura di chi prende il libro, la lentezza “naturale” che viene spesso snaturata nella macchinosa frenesia del vivere. “Unni aspittari/ u ciuriri de tagghi/ mentri a matina/ ianchia” (un punto dove aspettare/ il fiorire dei tagli/ mentre la mattina/ imbianca). Mi perdonerà la Scuderi la personale versione della chiusa: nel momento in cui la luce rende chiare le cose, si scoprono le gemme dai tagli degli innesti sulle piante. Un punto, per scoprire e assaporare. Ma bisogna attendere, lasciar fare, non avere fretta. Il punto dove stare è talmente piccolo da sembrare insignificante, trascurabile rispetto alla vastità del mondo e dell’universo: ma è lo stare – pazienza e consapevolezza – a renderlo unico e grande. Non sempre il luogo esistenziale è agevole o chiaro: si può essere circondati dalla nebbia e nella nebbia tutto si uni-forma, diviene “una cosa sola”. Si può avere una visione chiara, entrando nella prospettiva che unisce i progetti al passato, al pensiero delle proprie scelte e permette di vivere nel mondo non come un ospite, un riflesso, una copia a testa in giù: “Non campari/ ‘nto munnu/ comu ‘n ospiti straniu,/ ‘n riflessu scunchiurutu,(banale)/ na copia a testa sutta”.
Anche questo appartiene ai desideri e Grazia Scuderi sa che il desiderio è un rischio, l’attesa non sempre è ripagata; esso fa parte del vivere come un fuoco dentro che brucia, e che lei comunica con i suoi versi, attesa di una luce che tende all’infinito cielo “Ti servi luci/ che s’allonga/ fino o cielu” . Questa poesia pian piano ci conduce ad assaporare sorso a sorso il vivere, nutrendoci di parole che sono acqua e pane; con la pazienza del tempo che ci vuole; con la vela scicata (lacera). Per la poetessa è sostanziale stare dentro il tempo che le è dato, con il suo impegno nel lavoro, così come nelle relazioni e nella creazione poetica; mentre cammina senza paura, perché basta poco per rendere vivo un albero: smuovere l’acqua in cui è riflesso.
Ogni sua osservazione diviene visione altra e pensiero, trasformando le cose semplici in un messaggio denso, da bere come un sorso d’acqua; in visioni che invitano chi legge attentamente a ricercare ancora.
Ora, sappiamo bene che l’azione poetica compone versi usando la ricchezza del linguaggio e disponendo le parole perché si possano scoprire significati sempre nuovi: anche la Scuderi sceglie questa via naturale, attraverso l’uso del dialetto che le permette di “abitare nel mondo poetico in piena libertà” e di condividerne la possibilità. Anche se il suo pensiero – lei stessa – è, in questa stagione, a metà.
Mi chiedo se l’alternare il carattere corsivo a quello lineare sia immagine di tale incompletezza; oppure dica fissare delle radici, delle pietre che sostengano la fabbrica delle parole; o magari crei un disegno sulla trama. A me piace pensare ad un rispetto – come chinare il capo – nel momento in cui Grazia esprime un suo convincimento, senza alcuna pretesa di convincere altri.
Macari, lei è tutto questo, con il sorriso aperto ma deciso, col parlare chiaro e rispettoso, con lo stare seduta e già pensare al prossimo passo, alla prossima silloge.
In Primintìu ogni poesia è una primizia, annunciando la nuova stagione e rinnovando antichi sapori; “nulla ti impedisce/ nel niente che c’è/ di sognare/ un segno/…” al nulla, la poetessa oppone il sognare e al niente, il segno: già questa è una dichiarazione di poetica, sostanziata dal componimento, a mio avviso, “primizia” della silloge: Uci -voce “ Stu parrari continuu/ non iè mai/ chiddu/ c’avemu ‘nto cori// Uci mia/ fatti sentìri// Dulurusu/ misirabili/ schigghienti,(stridula)/ mai astutata. (mai spenta)// Macari quannu di mia/ n’arrestu autru/ ca ‘n ciauru (un profumo)/ di vanigghia/ ‘nta l’aria”. Gli odori, restano a lungo nella memoria, più di ogni altro ricordo; così lei fantastica che il suo profumo di vaniglia resterà a raccontare lei e a far ricordare, al di là del suono della sua voce, le parole.
Sanu
U me pinseru
cancia.
Prima
ogni menzu
aveva u so sanu.
Ogni filu d’erva
a su papuzzedda.
Uora
no.
Iu stissa
non mi sentu
cchiù sana
ma menza.
Intero. Il mio pensiero/ cambia.// Prima/ ogni metà/ aveva/ il suo intero.// Ogni filo d’erba/ la sua coccinella.// Oggi/ no.// Io stessa/ non mi sento/ più intera/ ma a metà.//
Matri
A cani
addrivau
co so latti
agniduzzu
senza matri.
Senti u lupu
ca s’arrusbigghiau
e attrema.
Matri
sulu di cori
d’agnidduzzu
oramai iè
pecura macari idda
e si scanta di peddiri
a so figghiu.
Madre. La cagna/ ha allevato/ col suo latte/ un agnellino/ senza madre./ Sente il lupo/ che si è svegliato/ e ha paura.//Madre/ solo di cuore/ dell’agnellino// ormai è/ anch’essa diventata pecora/ e teme di perdere/ suo figlio.
U disìu
U disìu
lassa a notti
cu l’occhi di fora.
Iè ‘n pinseru cunfunnutu
‘nnucchieru orvu.
Voli u trimulizzu
ma poi
s’ammogghia ‘nta cuperta
pi passare u scuru.
C’è cu non si fira
do disìu
picchi non sapi
unni u porta.
Sulu u ciuri
ca crisci
addiventa fruttu.
Sulu u fruttu
ca matura
ti pasci.
Ie chiddu c’arresta
di ‘n paesaggiu luntanu
assai disiato
n’ogghìungisti.
E mai ugghìungi.
Il desiderio. Il desiderio/ rende sgomenta la notte.// È un pensiero confuso,/ un nocchiero cieco.// Cerca il brivido/ ma poi/ si avvolge/ nella coperta/ per passare il buio.// C’è chi non si fida/ del desiderio/ perché non sa/ dove lo condurrà.// Solo il fiore/ che cresce/ diventa frutto.// Solo il frutto/ che matura/ ti nutre.//E quel che resta/ di un paesaggio lontano/ a lungo desiderato/ rimarrà non raggiunto.// Irraggiungibile.
Pruulazzu
Ci su posti
unni
n’attrovi
a manera
cumu irici
appiddaveru.
Viristi
intra di tia
occhi
ca taliunu
maravigghiati
a chiddu ca fai.
Non sì
na povira criatura
supra u pruulazzu
ca ti voleva scurari.
Ti servi luci
ca s’allonga
fino o cielu.
Polvere. Ci sono mete/ verso le quali/ non trovi/ mai modo/ di incamminarti/ davvero.// Hai scoperto/ dentro di te/ occhi/ che guardano/ meravigliati/ a quello che fai.// Non sei/ una povera creatura/ sulla polvere/ che ti voleva oscurare.// Hai bisogno di luce/ che si prolunghi/ all’infinito.
Grazia Scuderi è nata a Catania ed esercita la professione di avvocato. Ha pubblicato: “L’ascensore come situazione sociale problematica” in Quaderni di Sociologia, 2003; e in poesia: Armonie e dissonanze, 2014; Ciriminacchi, 2019; C’era n’isula, 2022 ( seconda classificata al premio Ischitella- Pietro Giannone. Con Primintìu ha vinto l’edizione 2025 dello stesso premio per i dialetti d’Italia.
Grazia Scuderi, Primintìu – Primizie, Ed. Cofine, RM, 2025