Prima che il tempo muoia di Antonio Saccà

Recensione di Maurizio Rossi

 Un vulcano, un mare in tempesta che squassa le rive e gli scogli; un crescendo sinfonico che sfocia in un fortissimo; lo stadio che esplode nel grido del gol… Immagini evocate da una prima lettura della poderosa raccolta Prima che iltempo muoia con poesie e prose del Saccà. Si rimane annichiliti dal pensiero che scava nell’IO e dalle immagini che ne emergono.

Da una successiva analisi, iniziano ad affiorare sfumature che catturano l’attenzione; le immagini e le idee trovano un riscontro, vengono masticate e metabolizzate: ma non senza difficoltà. Il Poeta si lascia prendere la mano dalla affabulazione -frutto di riflessioni esistenziali emerse da una lunga attività di studi, ricerche e insegnamento- che descrive un’umanità sofferta, ma non vinta.

Non ho lottato per scopi generali, la pace, la giustizia, la liberazione, ma per scopi miei, la felicità in amore e la riuscita espressiva. L’ho fatto a tutti i costi? Il risultato, in questo libro. E nei miei libri. Sia che sia.” Una sincera confessione, non da tutti, come premessa al suo libro; la consegna al lettore, come chiave interpretativa -come a dire: ”non cercate altezze sublimi, ma piuttosto umane profondità malinconiche, oscure, dolorose-.

L’ironia, spesso rivolta contro di sé, mitiga le pietre e le tortuosità del cammino, sul quale si delinea la sua opera. Su tutto un’ironia paradossale, o come direbbe l’Autore, il paradosso dell’ironia. Balbettamenti, vaneggiamenti, riflessioni per sé stesso, cercando risposte ma -sembra- senza volerlo del tutto: sul Tempo, Dio, l’Universo, la Vita, il Male.

Temi sui quali l’uomo da sempre ha giocato e speso la vita: Saccà fa lo stesso. Non sottraendosi al Destino, ma “adeguandosi senza piegarsi”, tra Wagner e Mahler: oggi diremmo, con “resilienza”. Lo stesso titolo, pur accettando la inevitabilità della morte, riconosce un “prima” uno spazio lasciato alla vita, da trascorrere e da colmare di tempo.

La sua poesia è spesso in forma di aforisma, di frammenti, quasi una pagina di diario, scritta di seguito ad ore diverse e con differenti stati d’animo; la lettura può rivelarsi facile o difficile, a seconda della disposizione del lettore, quasi mai oscura.

 

Il Tempo che passa…

Io guardo il Tempo che passa.

Assisto allo scorrere della mia vita,

spettatore e attore del Nulla.

Questo pomeriggio ho vissuto il pomeriggio.

Questo pomeriggio

l’ho vissuto come questo pomeriggio.

Ho vissuto il pomeriggio.

Ho guardato negli occhi

l’intero pomeriggio.

Qualcosa ho pur compiuto questo pomeriggio:

ho considerato che il pomeriggio

è il pomeriggio.

 

……….

…la Morte non ha bisogno dell’esistenza,

non consegnarle eredità,

sia quel che è,

ossa prive di polpa,

una gabbia vuota

di un arido scheletro.

Vivi, vivi, vivi,

vivi persino il Nulla,

nessuna pietà

neanche di te stesso,

perditi,

sperditi,

consumati,

e che la Morte seppellisca soltanto morte.

Verrà la Morte

ed avrà i miei occhi.

Si stenderà su di me.

Sarà me.

Mi sogno completamente morto.

All’apparenza sono io.

Sono morto”, pensa chi mi guarda.

Chi mi guarda e mi pensa sono io.

Sono io che mi vedo come morto.

Può un morto guardarsi?

Rimango con questa domanda.

Ad occhi spalancati.

Nel buio.

Fissandomi.

Da morto a morto.

 

Bivacco su di una panchina,

la gente passa e mi crede morto.

E’ così.

Passo le giornate su di una panchina,

a testa china,

la coscienza mi grida:

perdi tempo.

Vero, coscienza, perdo tempo,

sai dirmi, coscienza,

come non perderlo

se il Tempo corre oltre se stesso!

Il Tempo

divora se stesso.

Il Tempo si uccide

ogni istante.

Il Tempo ci trascina…

 

Mi illudo?

Voglio illudermi.

Devo credere che esistono il bene, l’amore,

l’aquilone vertiginoso.

Guardo con amore

un mondo senza amore.

Se vedi buio

rafforza di luce il tuo sguardo.

Se la destinazione di quanto vive

è perire

làsciati andare,

siedi al bar,

sfoglia i giornali

e discorri con i camerieri

sulle imprese della squadra cittadina,

non scrivere,

se riesci, non pensare,

guarda i movimenti del Sole,

alba, mezzogiorno, tramonto,

l’apparizione e la dissolvenza

della Luna e delle Stelle,

le macchine che scorrono per ogni dove,

la gente frettolosa, ignota,

la vedi una volta e non la vedrai più…

 

Antonio Saccà, nato a Catania, vive a Roma dove è stato docente di Sociologia delle forme espressive presso la Scuola di perfezionamento in Sociologia e Ricerca sociale dell’Università “La Sapienza” . Attualmente è presidente dell’Università del Duemila. Ha pubblicato i saggi: Letteratura italiana attuale (1963); Ideologie del nichilismo (1972); Contro la ragione (1974); L’assoluto privato (1977); La quarta scelta (1981); Marx contro Marx (1983); Ho ucciso Dio-Nietzsche (1985). I testi di poesia: La conclusione (1975); Il silenzio (1971); Il clandestino (1973); L’ambito (1975); I deserti (1988). Ha pubblicato con Spirali: Canaletto, Montevago (2002); Ragioni di vita, (1994); L’uomo provvisorio, (1989); Vita e morte dell’Utopia, (1987); La parola (1976-1985), 1986.

 

Antonio Saccà, Prima che il tempo muoia, Ed. Artescrittura, Autori online, 2014

 

Maurizio Rossi

pubblicato 19 aprile 2018